Lilli Gruber.
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Inganno.
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Parte 2.
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2018 Mondadori Libri per Rizzoli, Milano.
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Versione digitale realizzata da: Libero Giacomini, E-mail: libero.giacomini@gmail.com.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
Fondazione Ezio Galiano onlus
 http:\\www.galiano.it
ad esclusivo uso dei privi della vista.
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20. Una foto compromettente.
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Bolzano, gennaio 1962.
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Peter esce dalla palestra che sembra gi notte, una notte
spazzata da un vento gelido. I marciapiedi sono deserti:
il coprifuoco  stato revocato, ma la gente ha poca
voglia di uscire, dopo una certa ora. Sistema il borsone
che porta a tracolla e allunga il passo. Dopo la terribile
esperienza dello scorso luglio cammina pi in fretta,
si guarda spesso alle spalle,  dimagrito. Nemmeno far
piovere colpi devastanti sul sacco di sabbia lo aiuta a
sfogare l'angoscia. Nemmeno nella citt, pi grande e
indifferente rispetto al suo paesino, riesce a eludere la
diffidenza dei suoi conterranei.
 stato arrestato e torturato, ma nessuno lo ha degnato
di una parola gentile, di un gesto di solidariet. Forse
avrebbe fatto meglio a morire, come Franz Hfler, come
Anton Gostner. Allora sarebbe stato un eroe. Invece,
 uscito dalla cella sorretto dal nemico. Nessuno si
fida di lui. La paura ha messo radici: insidiosa, amorfa,
sempre in agguato. Tra qualche giorno lui compir ventun
anni, la maggiore et. Sar libero. Ma libero di fare
che cosa?
Klara  la sola a cui abbia raccontato ogni dettaglio.
Lei lo ha stretto tra le braccia e lo ha lasciato piangere.
A lei Peter ha confessato la sua vergogna nel trovarsi nudo,
impotente, incapace di resistere al dolore. Umiliato.
Nemmeno a Max pu confessare tutto, pensa che l'amico
si sarebbe comportato senz'altro in modo eroico, al
suo posto. E comunque di questi tempi sembra preso
solo dalla fotografia, da quello strano Karl.
Klara ha ascoltato anche il racconto della scarcerazione:
l'intervento di Umberto, i sospetti di Peter su sua
madre, la lite, il suo timore di essere ormai marchiato
come traditore. Lei non ha commentato, non ha attribuito
ragioni n torti. Lo ha stretto a s, accarezzato,
confortato. Il tocco delle sue mani gli ha ridato fiducia.
Ora bisogna fare sul serio ha detto la giovane.
Che cosa intendi?
Mostrare a tutti che non sei un traditore. Che stai...
che stiamo dalla parte giusta ha spiegato lei. Occorre
un piano.
Un piano. Peter si rigira questo pensiero nella mente
e cammina rapido per le strade buie.
Prima di svoltare in via della Roggia, si getta un'occhiata
alle spalle. Per caso, forse. Per intito. Perch nel
silenzio ha sentito dei passi cauti o nell'aria fredda il calore
di un corpo umano.
Solleva veloce il borsone,  una frazione di secondo.
Il primo colpo affonda l, invece che nel suo cranio. Un
bastone.
Sono in due, ma forse uno solo  armato. Il secondo
colpo mira alle gambe, ma Peter lo schiva. Conosce il
terreno. Si sfila la sacca e la getta in faccia all'uomo con
il randello: quello da neutralizzare al pi presto. Intravvede
uno spiraglio: d'istinto, quello ha sollevato il braccio.
Peter ne approfitta per sferrargli un pugno micidiale
alla bocca dello stomaco. L'altro aggressore si getta
nella mischia, Peter arretra. Viene colpito al viso e sanguina
dal naso. La coscia sinistra gli fa male, un calcio
che per poco non lo ha atterrato. Si sfila, fa due passi
all'indietro, una finta, e il suo destro parte come un maglio
per abbattersi sulla mandibola dell'assalitore. Peter
sogghigna. Finalmente! Una buona vecchia rissa. Sente
nella testa la voce dell'allenatore, il coach Werner. La
testa nei guantoni, Mai restare nell'asse, Gli appoggi,
gli appoggi!. La strada  un ring e sul ring Peter non
perde quasi mai. Scatena tutta la sua potenza, sentendo
sciogliersi l'angoscia. Ora colpisce per il gusto di fare
male, incurante delle nocche doloranti. Un uomo  a
terra, il secondo a mal partito. Si danno per vinti.
Sporco traditore! gli urlano subito prima di tagliare
la corda.
La strada  sempre deserta. Nessuno si  affacciato alla
finestra, nessuno  sceso per fermare la colluttazione.
Non finisce cos echeggia l'ultima minaccia nella
notte.

Rosa li ha lasciati soli. Quando Peter ha suonato alla
porta della casa di via Goethe, ha aiutato la figlia a medicarlo.
Niente di rotto ha concluso dopo aver frizionato
delicatamente con dell'alcol il viso tumefatto del
giovane. Gli ha esaminato le mani e gli ha detto: Quelle
ti servono ancora, guarda come le hai ridotte. Lo sai
qual  il modo migliore per vincere? Evitare lo scontro.
In questo caso era un po' difficile. Peter ha stirato
le labbra spaccate in un sorriso, grato delle attenzioni di
una madre.
Rosa gli ha fatto una carezza prima di uscire dalla
stanza della figlia. Se solo Franz fosse stato in casa. E
invece no,  di nuovo a Innsbruck.
Ci sono delle novit ha detto partendo. Non ha aggiunto
altro e questo la preoccupa. Se le tiene nascosto
qualcosa  per proteggerla. Ma chi protegge Klara?
La ragazza  seduta sul letto, a gambe incrociate.
Squadra Peter con aria severa.
Avrebbero potuto ammazzarti, lo sai?
Per quello dovevano venire in tre Peter si vanta un
po', l'adrenalina  ancora in circolo anche se il dolore
comincia a farsi sentire.
Chi erano?
Non lo so risponde lui, socchiudendo gli occhi.
Che aspetto avevano? Vecchi, giovani, alti, bassi?
Mah, non ho avuto tempo di fare l'identikit... E poi
era buio. Davanti all'espressione di rimprovero di lei,
fa uno sforzo. Erano due tizi robusti, ovviamente
borbotta ma n agili n furbi. Di quelli che le prendono e
si levano di torno.
Non dei professionisti, insomma riassume Klara.
E pensa: almeno non ci sono mandanti. D'altra parte,
in quel caso sarebbe stato un colpo di pistola, non una
rissa. Il trucchetto degli amici italiani di suo padre 
riuscito a meraviglia. I fanatici sono convinti che Peter
abbia parlato e vogliono fargliela pagare. Naturalmente
di Hermann non c' traccia. Il grande soldato  scappato
come una lepre ed ha lasciato il figlio del suo commilitone
nei guai.
Lui si  addormentato, la faccia gonfia, le mani escoriate.
Klara si dice: servir anche l'aiuto di Max. Sono
soli, non ci sono pi padri, madri, amici. Si sdraia accanto
a Peter, domani ci penser. Riuscir a salvarlo. Penser
al famoso piano.
Ma ogni piano ha un numero infinito di incognite.

Nell'archivio del negozio di fotografia, sotto le volte
dello scantinato, Max ha scoperto un vero tesoro. Centinaia
di scatole piatte colme di negativi, archiviate in
armadi di acciaio foderati in tela impermeabile per proteggere
il materiale dall'umidit. Le scatole sono ordinate
per anno e mese. Ciascuna contiene buste con scritte
a grandi lettere gotiche. MATRIMONI, COMUNIONI, CERIMONIE,
FUNERALI, INAUGURAZIONI eccetera.
Gerda, la giornalista dello Spiegel, ne ha comprate
alcune per illustrare il suo articolo su Bolzano e sui
combattenti per la libert.  ripartita soddisfatta,
lasciando a Max un biglietto da visita con i recapiti di
Monaco. Ha promesso di tornare a trovarli, come fanno
spesso i giornalisti, sapendo di mentire.
Quando ha scoperto l'archivio, Max ha chiesto a
Karl: Ma tu lo sapevi quanta roba c' l sotto? e l'altro
 parso imbarazzato. Certo che lo sapeva. Ma Karl
non  il tipo da frugare nel passato.  sopravvissuto a
tutto: alle SS, alla paura, alla disperazione, alla sua stessa
vigliaccheria, perfino alla bomba che avrebbe dovuto
ucciderlo. La casa in cui era prigioniero  stata spazzata
via da un ordigno nel giorno in cui i nazisti avrebbero
dovuto fucilarlo, le spesse pareti della cella lo hanno
protetto. Dopo,  rimasto solo, come chi  stanco
di veder morire quelli che ama. Il legame che ha stretto
con Max sorprende lui per primo: da molto tempo non
lasciava avvicinare nessuno. Ogni giorno si stupisce di
veder tornare il ragazzo, di vederlo entrare sorridente
nel negozio. Nella sua esperienza, le persone a un certo
punto spariscono.
Quella mattina, Max  preoccupato. Ha visto Klara
al caff, in piazza, e lei gli ha raccontato ci che 
successo a Peter. L'amico non  venuto:  tornato dalla
madre.
Da Katharina? Ma come, senza dirmi niente?
Fa tutto parte di un piano Klara ha allungato la mano
a stringere la sua, sopra al tavolo, e ancora una volta
Max ha pensato che era bella, e forte. E pericolosa. 
contento di averla dalla sua parte, ammesso che lui abbia
una parte, di questi tempi.
Non mi hai mai detto come hai fatto ad aprire questo
negozio chiede ora a Karl, mentre riordinano la vetrina.
Lo hai comprato?
Ma no, figrati! Con quali soldi?
E allora?
Sei un bel ficcanaso... Dopo la guerra sono arrivati
gli americani. Lavoravano per il governo. Avevano bisogno
di una mano per certi documenti. Sapevano che era
la mia specialit.
Documenti falsi?
Non proprio... Falsi, ma ufficiali, diciamo. Per certa
gente che doveva trasferirsi negli Stati Uniti.
Che gente?
Adesso esageri con le domande.
Non mi sembra. Che gente era?
Studiosi, scienziati, ingegneri...
Che magari avevano lavorato per Hitler? E gli americani
se li sono portati via?
Per evitare che se li prendessero i russi. Karl cerca
in fretta un altro argomento. A proposito, sono riuscito
a salvare quel negativo. Quello che mi avevi dato da
sviluppare.
Alla buon'ora!
Mi  passato di mente. Non  vero, ma tanto prima
o poi doveva pur dargliela, la foto. Ha stampato il negativo
che Max ha trovato nella scrivania di suo padre.
E come hai fatto?
Ho fotografato il negativo per ingrandirlo senza
rovinarlo.
Max studia l'immagine. Un esterno, due uomini in un
campo vicino all'argine di un fiume. Uno  suo padre,
pi giovane di almeno vent'anni, ma riconoscibilissimo.
Gli assomiglia in modo impressionante, a parte i baffi e
la forma del viso, pi quadrata, spigolosa. Kurt sta stringendo
la mano di un uomo che gli tiene la propria su
una spalla. Sorride nell'obiettivo con un'aria soddisfatta.
Ma accanto a lui c' un buco bianco. L'uomo che gli
stringe la mano sembra decapitato. Il busto, elegante in
un'impeccabile giacca a doppio petto, termina con un
vuoto incongruo.
Quella parte  stata grattata via. Un lavoro di precisione
spiega Karl. Non si tratta di un danno
accidentale.
E tu credi che a manometterlo sia stato mio padre?
Chi lo sa. Forse quando lui ha messo il negativo nella
busta era integro, e l'ha danneggiato qualcun altro.
Tua madre?
Mia madre non saprebbe nemmeno da che parte
cominciare.
Non so che cosa dirti. Karl allarga le braccia. Ma
so che qualunque cosa tuo padre nasconda,  la tua eredit.
Un passato vergognoso? Una tragedia? Sono parte
della tua storia. Dovrai essere tu a decidere che cosa
farne.
Sia pure. Ma prima devo scoprire chi era questo tizio.
Max rimane a fissare la foto, dimentico di Peter, di
Klara, del loro piano e di ci che avrebbe dovuto chiedere
a Karl. L'uomo che fabbricava passaporti, e che potrebbe
fabbricarne ancora.
...
21. Un incontro clandestino.

Pinzn, Bolzano e Kalterersee, primavera-estate 1962.

Peter  assalito da un'ansia strana che somiglia ad un
torpore irresistibile. Una paralisi assoluta. Si sente prigioniero,
come in quella stanzetta dalle pareti grigie al
commissariato di Bolzano. Passa tra i tavoli per dare un
colpo di straccio. Lavora in maniche di camicia. Va a
prendere nella legnaia una bracciata di ciocchi per alimentare
il fuoco nella Stube, anche se presto bisogner
spegnerlo di nuovo, sta arrivando la primavera.
Katharina ha comprato un nuovo televisore per attirare
i clienti. La sera, quando la sala si riempie, gli habitu
fissano lo schermo e la conversazione piano piano
si spegne. Gli uomini sorseggiano il vino e guardano
le immagini animate che sembrano venire da un altro
mondo.
Sullo schermo le cose si muovono, ma la vita  ferma.
Peter pazienta, resta al sicuro come gli ha chiesto Klara,
attende con ansia che lei vada a trovarlo. Ma soffre.
Ripsati un po', sto io al bar dice sua madre.
Sto bene, non sono stanco.
Vai a sdraiarti, sei in piedi da stamattina.
Peter cerca di rendere il pi duro possibile lo sguardo
che le scocca, ma poi si vergogna. Se fosse davvero
coraggioso come dice, se ne sarebbe andato da un
pezzo.
Sto bene, ti ho detto. Lasciami in pace. E si china
di nuovo sul Dolomiten. Sfoglia il giornale senza neppure
fare caso ai titoloni. I clienti commentano spesso
la guerra in Algeria, un modo sicuro per parlare di una
guerra ben pi vicina. Gli algerini, dicono, hanno saputo
sbarazzarsi dei francesi. E noi, invece... borbottano
tra un bicchiere e l'altro. Peter pensa: s, ma i morti?
Quanti morti  costato quel grido di vittoria?
Il telefono squilla e Peter risponde per abitudine.
Sente un clic, poi la voce di sua madre che dice: Pronto?
Katharina ha preso la chiamata sull'altro telefono,
quello nel corridoio dell'appartamento. Lui fa per riattaccare,
poi ci ripensa. Trattiene il respiro.
Sono io dice una voce maschile.
Lo so risponde Katharina con dolcezza. Stai
bene?
S, e ho voglia di vederti.
Anch'io.
Domani sar a Bolzano.
Va bene. Prendo il solito treno.
Ci vediamo l.
Peter  folgorato. A chi appartiene quella voce mai
sentita prima? Cos' quel tono intimo, la breve conversazione
che dimostra una familiarit profonda? Riattacca
nel momento stesso in cui Katharina sbuca nella Stube.
Sono entrati dei clienti.
Salve li accoglie sua madre con un sorriso. Le mani
passano sul grembiule lisciando la stoffa come una
carezza.

Max controlla per l'ennesima volta la macchina fotografica.
La pellicola  montata nel suo alloggiamento, la
lente del teleobiettivo  pulita e lucida, il pulsante funziona:
lo ha verificato scattando una foto del binario 1
alla stazione di Bolzano. Si  calcato in testa un berretto
di lana spessa, si  avvolto una sciarpa intorno al collo
e ne ha sollevato un lembo per proteggersi la bocca.
Indossa guanti con le dita tagliate, che lo riscaldano senza
intralciarlo. Intabarrato in un lungo cappotto grigio 
irriconoscibile.
Peter lo ha chiamato nella notte. Parlando a voce
bassa. Gli ha chiesto un favore, facendogli giurare di
mantenere il segreto. Poi lo ha chiamato di nuovo, nelle
prime ore del mattino.  appena partita ha sibilato.
Le sei, poco prima dell'alba. Peter ha fatto un rapido
calcolo. Circa un'ora per arrivare alla stazione di Neumarkt,
a piedi: sua madre non ha la bicicletta. Poi il treno
per Bolzano. Hai tutto il tempo.
Max ora, alla stazione,  preoccupato: se Katharina
gli sfuggisse? Se imboccasse le scale da una parte mentre
lui tiene d'occhio l'altra? Forse sarebbe meglio appostarsi
fuori, sul marciapiede di fronte?
La voce metallica annuncia l'arrivo del treno da Verona,
quello che ferma a Neumarkt e che Katharina dovrebbe
aver preso. Dal binario 1 lo vede entrare in stazione
e fermarsi, cerca con lo sguardo la figura alta e
dritta della donna. Eccola.
Lei imbocca le scale del sottopassaggio, e poi ricompare
poco lontano da lui. Max si ritrae nell'ombra ma 
superfluo, lei guarda davanti a s, con un lieve sorriso.
Seguila, voglio sapere dove va! ha detto Peter al telefono.
E soprattutto, con chi si vede. La voce al telefono
era quella di un sudtirolese, quindi non  Umberto,
n un altro degli sbirri. Ma allora, chi ?
Katharina lascia il marciapiede ed attraversa il piazzale
della stazione, diretta in via Laurino. Si ferma accanto
a un furgoncino Fiat parcheggiato sulla sinistra,
con un uomo a bordo. Sale. Dall'altro lato della strada,
Max pu vedere bene l'interno del veicolo. Katharina
si sporge verso il conducente e lo bacia delicatamente
sulle labbra.
Max solleva la macchina fotografica, accosta l'occhio
al mirino e mette a fuoco. L'uomo apre il finestrino per
sistemare lo specchietto e guarda dietro di s per immettersi
nel traffico. Max scatta, la foto  presa, il furgone
si allontana. Il ragazzo rimane frastornato, immobile nel
viavai impaziente della gente. Lo conosce, quell'uomo.
 sicuro di aver gi visto quel viso. Ma era pi giovane.
Lotta contro un'idea folle che gli  balenata in mente.
Torna di corsa in stazione, cerca un telefono pubblico
e compone il numero della Gasthaus.
C'era troppa gente, l'ho persa nella folla. Non ascolta
neppure le imprecazioni del suo amico, che gli d
dell'imbecille. Gli tornano in mente le parole di Franz,
il padre di Klara. Parole gi vecchie, del loro primo incontro
a Sigmundskron. Lo sviluppo  la fase pi intensa.
 l che vengono fuori le cose che il tuo occhio
non aveva visto. Il momento della verit sar quando
svilupper la foto, lo sa. Gli serve un ingrandimento.

A Bolzano  gi piena estate, e Umberto sogna la frescura
delle onde. Chiude gli occhi, tende il viso verso le pale
del ventilatore. Ha la testa altrove, lontano. Sull'isola
dove ha lasciato lei.
Ettore entra nell'ufficio e gli appoggia sul tavolo una
tazzina di caff.
Ci sarebbero anche dei modi migliori per passare la
domenica!
Questo  sicuro. Dettagli? Umberto prende la tazzina.
Grazie.
Un ferito leggero. Un tipo che stava pisciando.
Doveva prendere un treno per Verona. Niente di
sospetto...
Se ora iniziano a piazzare le bombe nei cessi delle
stazioni, le cose si mettono male...
Non c'era quasi nessuno, per fortuna. La domenica
mattina circolano pochi treni.
Quanti ne abbiamo da interrogare?
Una trentina. La polizia ha fermato chi poteva.
Quando si  sentita l'esplosione la gente si  defilata.
Schedati?
Zero. Chiunque sia stato, non lo abbiamo preso,
neanche per sbaglio.
Va bene. Umberto esce in corridoio. I fermati
sono in fila contro le pareti. Loro s che avrebbero preferito
trascorrere la domenica a casa. La polizia non
sta simpatica a nessuno, di questi tempi, poi... Ma non
hanno nulla da temere: controlli di rito, qualche domanda.
Non ci vorr molto. Alcuni stanno gi
andandosene.
Ehi, tu! dice Umberto.
L'uomo si volta. Indossa una tuta da lavoro, una camicia
a quadri, un berretto con visiera. Ha il viso squadrato,
gli occhi azzurri, la barba folta ma ben curata.
Ce l'hai un minuto? Umberto non ama parlare con
la gente del posto che lo disprezza per il suo accento.
Per ripicca d loro del tu. Lo fa entrare nel suo ufficio,
gli indica la sedia vuota. Ettore gli passa un foglio con
le generalit.
Hans Pichler di Tesido, eh?
Di Taisten, esatto.
Come dici?
Taisten. Il nome del paese  Taisten.
E sei titolare di una segheria?
S, la pi grossa della valle.
Cosa ci facevi a Bolzano?
Dovevo vedere un cliente.
E invece?
Non si  presentato. Sar tornato indietro quando
hanno dato l'allarme in stazione.
E ha un nome, questo cliente?
Grnder, Klaus Grnder. Nessuna esitazione, pensa
Umberto. O  sincero, o  un professionista.
E che cosa fa di bello, questo Grnder?
Fabbrica botti.
E dove lo possiamo rintracciare?
A Tramin lo conoscono tutti.
Termeno. E allora perch il treno?
Come dice?
Perch sarebbe dovuto venire in treno? Termeno
dista mezz'ora in auto.
La conosce bene, la zona...
Eh, mi piace molto, questa zona. Vado pazzo per i
suoi abitanti.
E il tedesco dove l'ha imparato?
Non a scuola...
Neppure io. Ci ha pensato Mussolini.
L'uomo  irritato dall'interrogatorio serrato. Meglio
cos, pensa Umberto. Il nervosismo induce a passi falsi.
Perch doveva arrivare in treno? insiste.
Questo bisognerebbe domandarlo a lui. Io so solo
che voleva del legname. Spero che lo voglia ancora.
Dimmi, Hans. Umberto si china sul tavolo, scrutando
il volto famigliare. Ci siamo gi visti da qualche
parte?
Non che io sappia lo stupore  autentico. Non
l'ho mai vista prima.
Non mi hai mai visto, ma ci siamo incontrati
Umberto si concede una pausa ad effetto. Alla pensione di
Katharina Staffler. E allora tu non eri Hans Pichler di
Tesido.
Taisten lo corregge quello, cocciuto, ma la voce 
un soffio.

Max sembra finalmente felice dice Klara.  infastidita,
si aspettava di pi da Max e dal suo mntore Karl,
l'amico degli americani. Peter non  affatto al sicuro e
per aiutarlo lei ha bisogno di alleati. Ma sembra che a
Max importino solo le fotografie. E, da qualche mese, il
suo nuovo fidanzato.
Il sole sta calando sul Kalterersee.  agosto e il lago 
verde e fresco. Pare che la situazione si vada normalizzando
e sono riapparsi i turisti. Austriaci, tedeschi, ma
anche qualche italiano. Klara sa che le acque non si sono
calmate affatto, ma Max  fuori dai giochi e Peter 
meglio che resti al sicuro alla Gasthaus. Forse  meglio,
che non possa pi andare cos spesso a casa dell'amico.
Bolzano  ancora pericolosa.
I tre hanno preso posto su un pontile di legno e si
sono concessi una rara giornata di svago. Nel pomeriggio
li ha raggiunti Federico, un giovane uomo dal
corpo snello e muscoloso, con i capelli neri e ricci, con
cui Max  scomparso da un po' in direzione degli
spogliatoi.
Ma sei proprio sicura? chiede ora Peter, perplesso.
Max e quel tizio?
Sei l'unico a non averlo capito! ride Klara. Fa bene.
Ha passato anche troppo tempo ad aspettare te.
Tu sei matta!  il mio migliore amico.  come un
fratello!
Klara non sa se ridere o arrabbiarsi, a volte Peter le
sembra troppo ingenuo. Prova un senso feroce di protezione.
E insieme, di rimorso. Ora gli far male. Chiude
gli occhi, rimandando l'inevitabile. Intorno a loro le
famiglie stanno raccogliendo le proprie cose ed i bambini
fanno ancora un tuffo. Gli uccelli volteggiano salutando
gli ultimi raggi del sole. Sente la mano di Peter che si appoggia
sul suo fianco, poi scende a sfiorarle il ventre. Si
impone di non lasciarsi prendere dal desiderio.
Sono in partenza per Innsbruck dice con tutta la
dolcezza possibile.
E quanto tempo ci rimani? domanda lui, ignaro.
Klara si mette a sedere a gambe incrociate, la sua posizione
pi tipica per concentrarsi.
Mi trasferisco. Mi sono iscritta all'universit.
Senza dirmi niente? anche Peter scatta a sedere,
incredulo.
Te lo sto dicendo adesso.
Lo vedo bene. Ma non mi avevi avvertito. Non sono
affatto d'accordo!
Peter, mi sono presa un anno di pausa e l'ho fatto
anche per amor tuo. Ma ora so che cosa voglio fare. Ed
 anche per il tuo bene.
Dici cos, ma vuoi solo andartene commenta lui
amareggiato.
Non  vero e lo sai.
E io cosa dovrei fare, secondo te? Non avevamo un
piano?
Lo abbiamo. E adesso prevede che tu resti al sicuro,
e che io cerchi... degli alleati.
Peter si sente perduto. Klara se ne va, Max pensa ad
altro. E lui? Tutto ci che ha davanti  la Gasthaus, sua
madre, un segreto che non riesce a penetrare.
Torner spesso sussurra con voce suadente lei. Lui
non si lascia rabbonire.
Hai intenzione di rivedere Konrad? chiede, duro.
Con "alleati", intendi lui?
Klara non risponde. Sente sulle spalle il peso di tutto
ci che non pu dirgli. Konrad, certo: pu essere utile
nel suo piano per la salvezza di Peter e lo incontrer.
Ma c' anche l'altra missione, la ricerca che deve portare
a termine a Innsbruck, da sola, e che ha rimandato
gi fin troppo a lungo. Nel capoluogo del Tirlo, lo sa,
l'aspetta la verit sulla sua famiglia. L'unica che il padre
non ha mai voluto rivelarle. Gli strapper almeno questo
segreto.
Il sole  calato dietro le montagne, l'aria si  rinfrescata.
Max ricompare, provvidenziale, allegro, vestito solo
di un asciugamano. Federico non  con lui. Si siede accanto
a Peter, senza cogliere il disagio lasciato nell'aria
da quella domanda sospesa.
 venuto freddo commenta la ragazza infilando un
maglioncino. Vi lascio soli. Si alza e guarda i due giovani
ai suoi piedi. D'altra parte  cos che vi ho trovati,
no? Insieme... contro tutti.
Max guarda stupito dapprima lei e poi il viso cupo
dell'amico.
Mi sono perso qualcosa?
Prenditi cura di lui dice Klara, come unico saluto.
...
22. Giochi di guerra.

Mi sono imbattuta per la prima volta nel nome del sito
Rigel in un documento di un esperto americano di
armamenti nucleari, William Arkin.  stato uno dei primi
a indagare sugli ordigni atomici che gli Stati Uniti
stoccarono in Europa e nel mondo a partire dalla fine
degli anni Cinquanta. Per lunghi anni il tema  stato
top secret, tanto che Arkin ha potuto cominciare a pubblicare
le prime informazioni in merito solo nel 1985,
quando alcuni documenti sono stati desecretati. Nonostante
la fine della Guerra fredda, il tema resta scottante.
Anche in Italia.
Soltanto due Stati europei, la Gran Bretagna e la
Francia, si erano dotati di arsenali nucleari in modo indipendente
dagli USA. Quasi certamente i rispettivi governi
si erano avvalsi dell'aiuto di tecnici americani, ma
la loro force de frappe, come la chiamava il generale de
Gaulle, cio il loro potenziale di dissuasione atomica,
era svincolato dalla politica di Washington. Autonoma
era la gestione di quegli arsenali, autonome la riflessione
e le decisioni su come utilizzare quel potere. Per esercitarlo,
 indispensabile informare il nemico che si possiede
la bomba, per cui Londra e Parigi annunciarono
in pompa magna il loro ingresso nel club delle potenze
nucleari, rispettivamente nel 1952 e nel 1960.
Per le altre nazioni europee, specialmente quelle che
facevano parte dell'architettura di sicurezza della NATO,
creata nel 1949, la questione nucleare era pi spinosa.
Occorreva conciliare diversi aspetti. Primo: il bisogno
di difendersi in caso di aggressione sovietica. Secondo:
la debolezza degli eserciti convenzionali in Paesi in crisi
finanziaria e, nel caso dell'Italia e della Germania,
soggetti a vincoli post-bellici. Terzo: la dottrina strategica
statunitense secondo cui, sempre pi, il nucleare era
l'unica possibile risposta ad un'invasione sovietica. Non
dimentichiamo, inoltre, che fino a quando non entrarono
in gioco i missili intercontinentali lo scontro tra
USA e URSS doveva avvenire nel teatro europeo. I Paesi
coinvolti rischiavano seriamente di venire spazzati via.
Meglio morti che rossi, insomma, secondo gli Stati Uniti.
Ma era un'alternativa un po' drastica.
 la storia di questa catastrofe scampata a portarmi,
in una bella giornata d'estate, di fronte al municipio del
comune di Natz-Schabs, circa quattromila abitanti, a un
quarto d'ora da Bressanone. Siamo a quaranta chilometri
in linea d'aria dal passo del Brennero. Jacques e io a
un certo punto abbiamo temuto di esserci persi, dopo
aver abbandonato la via principale che segue il profilo
della Val Pusteria, svoltando a destra in una stradina gi
molto stretta, attraversato Schabs e una zona agricola
per arrivare, finalmente, a Natz. Mio marito adora guidare
per i tornanti del Sudtirlo, soprattutto in giornate
come questa, con il cielo azzurro, l'aria trasparente, i
balconi grondanti di fiori.
Il Sudtirlo in tutto il suo splendore commenta
senza ironia. Per forza i turisti lo amano.
E non solo loro ribatto, gi immersa nel pensiero
di ci che troveremo al nostro arrivo.
Sembra di avvicinarsi agli estremi confini del mondo,
in un luogo dove gli uomini e la natura possono comunicare
in pace, un luogo dimenticato dal potere...
Jacques ammira lirico il panorama e si lascia un po'
prendere la mano, anzi il piede, finch non minaccio di
sentirmi male.
Quando parcheggiamo nella piazza principale di
Natz e ci dirigiamo all'ufficio informazioni, per, penso
che non ha torto: sembra impossibile che in questo posto
sperduto possa essersi giocata la partita nucleare. E
alla mia domanda su come raggiungere il sito Rigel, la
ragazza dietro il banco risponde con un'espressione vacua.
Preciso che sto parlando dell'ex base militare americana,
senza successo. In effetti non deve essere la pi
richiesta delle indicazioni, quass. Si volta verso la sua
collega in una muta richiesta di aiuto.
Non c' pi niente da vedere l risponde lei.
Le spiego che lo so bene, sono passati pi di trentacinque
anni dalla chiusura della base, ma vorrei comunque
visitare un luogo dove sono state stoccate munizioni
nucleari americane.
Ma no! ribatte quasi con fastidio. Non ci hanno
mai tenuto delle armi nucleari, in quella base. Non
ci sono prove. Rimango stupita da una reazione tanto
netta: secondo Arkin, tra Germania Ovest e Italia a
met degli anni Sessanta, gli USA avevano disseminato
ben 372 ordigni nucleari. Che parte di essi si trovassero
a Natz-Schabs, dove era impiegato personale americano,
 semplicemente logico. Che in quell'angolo delle
nostre montagne ci fosse un piccolo arsenale atomico 
una convinzione condivisa da molti. Non la persuado.
Ma almeno ottengo le informazioni, e ripartiamo.
Usciamo da Natz e torniamo verso Schabs, imboccando
quasi subito una stradina che ci era sfuggita.
Passiamo accanto a una torretta di guardia, poi raggiungiamo
un piccolo edificio malconcio che segna l'ingresso di
una zona incolta. Qui doveva esserci il posto di guardia.
Subito dopo, un arco ricorda l'accesso a un campo militare
ed a intervalli, lungo il perimetro di quello spazio
brullo, si riconoscono ancora pezzi di recinzione e di
filo spinato. Proseguiamo e parcheggiamo di fronte al
luogo per cui siamo venuti fin qui. Ci scambiamo uno
sguardo: non sembra niente di che. Ma sappiamo che le
storie pi interessanti spesso si nascondono dietro apparenze
ordinarie.
Di fronte a noi si ergono due costruzioni di calcestruzzo
chiuse da portelloni scorrevoli d'acciaio di fattura
recente. Sono assicurati con un lucchetto, possiamo
solo ispezionarne l'esterno. Sono i due cosiddetti
bunker del sito Rigel, qui erano stoccate le armi. Ipotizziamo
che le parti visibili dall'esterno fossero soltanto
l'entrata e la zona manutenzione di un deposito sotterraneo.
Oggi  tutto abbandonato, i muri istoriati di graffiti.
Una grande scritta cita Kurt Cobain: Wanting to be
someone else is a waste of the person you are.
Non si sa molto del sito Rigel. Secondo Arkin, le prime
munizioni nucleari arrivarono in Italia nell'aprile del
1957, e i depositi di questa base potrebbero essere diventati
operativi in quel periodo. Si spiegherebbero cos
anche molti episodi che pi tardi hanno segnato la storia
della provincia, per esempio la massiccia
militarizzazione.
Quando il 28 settembre 1960 Antonio Segni prende
la parola di fronte all'Assemblea generale dell'ONU, il
Sudtirlo non  certo il suo problema principale. Pi
tardi, firmer un accordo segreto con gli americani per
portare armi e munizioni nucleari sul territorio dello
Stato italiano. Quel documento, datato 13 gennaio
1962,  il frutto di negoziati avviati gi nel 1956.
Il 10 aprile di quell'anno, in un telegramma top secret,
il segretario di Stato USA John Foster Dulles, fratello
di Allen Dulles, il capo della CIA, informa il suo amico
Charles E. Wilson, segretario della Difesa, che gli italiani
hanno dato il via libera. L'ambasciatrice [Clare Boothe]
Luce ha parlato con il ministro della Difesa [Paolo
Emilio] Taviani della possibilit di un dispiegamento di
arsenali atomici in Italia. Il ministro della Difesa italiano
ha assicurato all'ambasciatrice che gli Stati Uniti hanno
carta bianca per procedere con il piano. L'ambasciatrice
 dell'avviso che possiamo dare inizio alle operazioni
senza pi sollecitare il parere del governo italiano,
si legge in quel messaggio coperto per quarant'anni dal
segreto militare. Dulles precisa che l'Italia rispondeva
ad una richiesta presentata dal Pentagono nel dicembre
1955. Dopo questo semaforo verde, gli USA non saranno
pi tenuti a dire quante e quali armi nucleari porteranno
effettivamente nel nostro Paese, n dove le
dislocheranno.
Occorreranno sei anni per definire con precisione
quell'accordo in dieci punti, noto a pochissimi e decisamente
asimmetrico. Sar il comando americano in
Europa a stabilire la collocazione dei depositi, mentre i
costi delle infrastrutture di stoccaggio e le spese di manutenzione
graveranno sull'Italia. Il controllo degli armamenti,
in compenso, l'avranno le truppe statunitensi
presenti nella penisola. L'uso di quelle risorse sar soggetto
alle regole di ingaggio della NATO.
Leggere quel testo  illuminante.  evidente che la sicurezza
dei depositi doveva essere garantita. Per proteggerli,
serviva un esercito che facesse capo a un governo
amico di Washington. Dato quel presupposto, era impossibile
che il Sudtirlo si sganciasse mai dal controllo
di Roma. Ed era anche molto utile dispiegare le truppe
sulle Alpi.
Con il passare degli anni, nel Nord Italia sono arrivate
granate, bombe e testate nucleari. I tre vertici del
triangolo erano le basi di Aviano, Rimini e Ghedi. Un
fronte che avrebbe dovuto reggere l'urto di un assalto
sovietico attraverso la Jugoslavia di Tito e la breccia
di Gorizia. Cosa c'entra, allora, Natz-Schabs?  facile
capirlo: quell'area montuosa costituiva il cuore del sistema
di difesa del Tirlo, ai tempi dell'Impero asburgico
come nel Ventennio. Mussolini, non a caso, aveva fatto
costruire nella zona decine di forti, per una possibile
resistenza tanto ai nemici quanto al suo imprevedibile
alleato, il Fhrer. L'altra breccia della frontiera naturale
alpina, il Brennero, doveva essere difesa con ogni
mezzo.
Leggo la scritta tracciata sul porticato all'ingresso:
ALPEN FLAIR. Oggi, sul terreno dell'ex base militare,
si organizzano concerti, festival di musica rock e rave
party. A due passi da l alcuni giovani prendono il sole
con una birra in mano. C' qualcosa di ironico in questa
metamorfosi: dalle casse di munizioni alle casse di bottiglie,
dai kilotoni alle gradazioni alcoliche. Lasciando il
sito Rigel mi sento quasi ottimista: il buonsenso ha preso
il sopravvento sulla paranoia di quei tempi. Durer?
Chi si mobilita pi per il disarmo, o contro il pericolo
della militarizzazione delle nostre societ?
Sono un sopravvissuto della generazione perduta.
Cos esordisce Maurizio Sulig, capelli grigio ferro e occhi
vivaci dietro gli occhiali. Generale in pensione dell'esercito
italiano, ha il sorriso ampio e schietto di chi allo
scontro ha sempre preferito la strategia. Ho cominciato
in piena Guerra fredda. Nel 1977 sono entrato all'Accademia
di Modena e sono arrivato in reparto nel gennaio
del 1982. Anni di quiete, a parte per i colleghi paracadutisti
e bersaglieri catapultati in Libano nell'82, e poi
in Kurdistan: noi siamo rimasti in Italia, chi sulle Alpi,
chi in pianura. Poi le cose sono cambiate, e negli ultimi
due decenni Sulig si  trovato su alcuni dei principali
fronti di guerra: il Kosovo, poi l'Afghanistan.
Mi  venuto incontro sotto il nevischio di un pomeriggio
invernale, in una strada del centro di Schlanders,
la cittadina della Val Venosta in cui abita. Cos'ha portato
qui il giovane Maurizio, all'inizio degli anni Ottanta,
e cosa lo ha fatto restare? Basta un nome, quello di sua
moglie: Hildegard. La coppia ha accolto Jacques e me
con cordialit, nella Stube dalle pareti tappezzate di libri:
soprattutto romanzi storici e biografie militari, da
Napoleone a Rommel. Hildegard era una ragazza del
posto, cresciuta in un maso qui vicino, e all'inizio suo
padre non era cos entusiasta all'idea di lasciarle sposare
un italiano. Diceva che erano inaffidabili commenta
la donna sorridendo. Sarebbe toccato a Maurizio fargli
cambiare idea.
Nel 1982 gli anni delle bombe erano finiti, ma la tensione
restava. Anche per un problema quantitativo: Su
seimilacinquecento abitanti, frazioni comprese, c'era
una caserma con quasi seicento artiglieri ricorda il generale.
Non si era ai livelli di Glorenza, con trecento
alpini per un paesino che non arriva a mille abitanti,
ma gli attriti erano inevitabili. Centinaia di ragazzi in
libera uscita, decisi a divertirsi, ignari dei costumi locali
e forse anche un po' prevenuti verso una terra di montanari
dalla lingua incomprensibile. E scontenti a priori,
perch essere spediti qui era considerata una sorta di
punizione, o nel migliore dei casi un male inevitabile:
Il costo della vita era pi alto che altrove, a fronte di
retribuzioni mai elevate. E una moglie aveva serie difficolt
a lavorare se non aveva il patentino di bilinguismo...
Cos, qui capitava lo studente meno brillante del
corso, o chi proprio non aveva alternative. Schlanders,
poi, aveva fama di essere un posto da lupi: Si favoleggiava
di una caserma nera, reparto punitivo, sottotenenti
di complemento che volavano dalle finestre, botte da
orbi ogni sera con gli abitanti del posto.... Eppure,
lui si trov bene. Al punto che un suo commilitone gli
consigli di sposarsi e mettere radici. Per esempio, c'era
quella bella ragazza che aveva un negozietto di abiti per
bambini... Per figrati se lei esce con uno di noi
aggiunse il collega. Cos, si giocarono una pizza. Ed 
evidente chi vinse, dato che oggi Maurizio e Hildegard
hanno due figli grandi e anche dei nipoti.
Fuori dalla finestra  gi buio mentre affronto con il
generale una storia che nasce negli anni Sessanta e arriva
dritta nel cuore della Guerra fredda.
Questa carta indica dove fossero i siti di stoccaggio
delle testate nucleari di guerra in Italia esordisce mostrandomi
una mappa. L'arco alpino  punteggiato di siti.
In Italia c'erano ventiquattro mine nucleari. Si dice
che per un certo periodo ce ne fosse qualcuna anche a
Natz-Schabs, e questo avrebbe avuto senso nell'ottica di
interdire il passaggio di truppe in Val Pusteria. Ma non
ne ho certezza. Fino a quando il sito Rigel  stato attivo
erano comunque custodite l le testate per le granate nucleari
da 203mm. La loro presenza  documentata: per
un breve periodo quelle per i missili, dopo la fine degli
anni Sessanta solo quelle per le granate di artiglieria.
Le granate sono munizioni che vengono sparate dai
cannoni, mi spiega, e possono essere convenzionali, ad
alto esplosivo, oppure speciali. Quelle nucleari rientrano
nella terza categoria. Erano disponibili quattro diverse
testate, di cui tre in grado di rilasciare una potenza
da cinque a dieci kilotoni e una della potenza di quaranta
kilotoni precisa. La bomba di Hiroshima era di circa
quindici kilotoni. Erano gli americani, affiancati dagli
artiglieri italiani, ad assemblare le testate nei cannoni.
Questi ultimi si trovavano a Verona e in caso di necessit
sarebbero potuti arrivare in poche ore a Natz-Schabs,
e da qui, insieme alle granate, alle truppe schierate sul
fronte.
Quale fronte? Quello della Guerra fredda.
La base di Natz-Schabs  stata sotto controllo statunitense
fino alla fine degli anni Ottanta dice il generale.
La vigilanza del sito era affidata a personale italiano,
mentre manutenzione, supervisione e - in caso di guerra -
approntamento e montaggio delle testate erano di
competenza di un militare USA. Il personale italiano era
stanziato presso la caserma Ruazzi di Elvas. Gli americani
erano cinque o sei tra ufficiali e sottufficiali, e tra i
cinquanta e gli ottanta militari di truppa. Erano di stanza
a Vicenza e credo facessero i turni per andare nelle altre
basi, come Natz-Schabs. Non solo gli alleati a stelle
e strisce assicuravano la manutenzione degli ordigni, ma
avevano una chiave preziosa: una delle due che attivavano
la testata nucleare. La decisione di usare quest'arma
doveva infatti essere congiunta: Avrebbero dovuto intervenire
due operatori, uno statunitense ed uno italiano,
ognuno in possesso di un pezzo della stringa del codice
di attivazione.
Ma perch una base NATO proprio qui? Capisco
che una localit isolata sia utile ai fini della sicurezza,
ma tra gli anni Cinquanta e Sessanta in Sudtirlo la situazione
diventava, letteralmente, sempre pi esplosiva.
Perch proprio allora qualcuno decise di dislocare qui
le armi pi potenti e pericolose del mondo?
Esattamente perch questa non era una frontiera solo
italiana o europea. Era un confine tra i blocchi.
Natz aveva il vantaggio di essere sufficientemente
arretrata, rispetto alla linea di confine spiega il generale.
Nel momento in cui le forze sovietiche avessero cominciato
a violare la neutralit dei due Stati cuscinetto,
Austria e Jugoslavia, avremmo avuto un preavviso sufficiente
per prepararci, e anche per evacuare il deposito e
schierare le testate da qualche altra parte.
Nel racconto di Sulig, l'attacco sovietico non  una
fantasia da romanzo di spionaggio, ma un'eventualit
da considerare. Oggi  facile dimenticarlo, ma molti lo
ritenevano probabile, persino imminente, in quei due
decenni.
A partire dalla fine degli anni Cinquanta, inizio Sessanta,
il Patto di Varsavia aveva cominciato a formalizzare
piani d'attacco al fronte Sud della NATO, e in particolare
all'Italia. Da Vienna o da quello che adesso  il
confine della Slovenia e della Croazia con l'Ungheria,
tredici divisioni motorizzate e corazzate sarebbero arrivate
in Italia nell'arco di una nottata. Due o tre ungheresi,
e in maggioranza unit corazzate dell'URSS. Era il
cosiddetto gruppo Forze Sud. Secondo la dottrina di
Mosca, spiega, l'attacco si sarebbe concentrato, con il
grosso delle forze, sul punto pi suscettibile. Intanto,
una manovra secondaria di altre truppe avrebbe distolto
risorse dalla difesa del fronte principale, tenendo impegnate
le riserve.
Ecco la cronaca di come sarebbe andata.
La distruzione arriva dal cielo. Tutti i piani sovietici
prevedevano di far precedere l'attacco delle forze di terra
da una serie di attacchi nucleari su Aviano, aeroporto
statunitense; Ghedi, l'aeroporto vicino a Brescia dove 
ancora stanziato un reparto di volo italiano, che all'epoca
aveva capacit nucleare; Vicenza, sede del comando
USA in Italia; e Verona. I funghi atomici che si levano
sul Nord Italia sono insomma un nefasto preannuncio
della devastazione che si avvicina via terra.
L'attacco si sviluppa lungo due direttrici. Una parte
dell'esercito invasore muove verso la cosiddetta soglia
di Gorizia attraversando la Jugoslavia, e un'altra passa
lungo la direttrice Drava cio via Austria, scendendo
da Dobbiaco, Brunico, Bressanone e poi sulla conca di
Bolzano.
Il nostro esercito non sta a guardare, e ha torto, sottolinea
il generale, chi ritiene che la difesa possa essere
sbaragliata in poche ore. Come prima cosa, viene sbarrata
la direttrice in Val Pusteria, distaccando una batteria
a disposizione del comando delle truppe alpine:
Parliamo di artiglieria pesante a quattro obici, del calibro
di 203mm, sono granate che pesano settanta chili
precisa. L'ordine  di impiegare questa potenza di fuoco
non sulle prime schiere russe ma sui secondi scaglioni,
quelli destinati a sfruttare il successo dei loro compagni
e ad arrivare a Bolzano. Le truppe in prima schiera si
sarebbero logorate spiega. Ma sarebbero passate.
Il grosso delle forze d'invasione, per, quello che
davvero avrebbe lo slancio per entrare a Bolzano, viene
subito dietro. Ed  su di loro che si scaglia il fuoco nucleare.
Le armi sarebbero state utilizzate direttamente
sulle truppe. Le mine nucleari, ordigni di potenza variabile,
fino a quindici kilotoni, sarebbero state fisicamente
interrate al centro di una valle e fatte esplodere al
passaggio. L'idea, quindi,  far saltare il Brennero. Un
disastro da far impallidire Hiroshima. Oltre a distruggere
le opere d'arte, le vie di facilitazione, viadotti, autostrade,
chiaramente il fallout, la radioattivit, avrebbe
interdetto un'ampia fascia di terreno conclude il generale.
Per tacere di un bel po' di vittime. La breve cronaca
dell'invasione sovietica del Sudtirlo oggi sembra
frutto di un delirio.
La dottrina dominante nell'Alleanza atlantica era
allora quella della cosiddetta "risposta flessibile"
racconta il generale. Prevedeva, per ragioni squisitamente
politiche, che a tirare il primo colpo fossero gli altri,
cos da giustificare la rappresaglia. Si cominciarono a
schierare armi nucleari di teatro: non pi bombardieri
o missili balistici intercontinentali, con i pozzi di lancio
negli Stati Uniti e capaci di raggiungere l'Unione Sovietica,
ma testate di guerra pi piccole, le armi nucleari
tattiche, da impiegare nei vari teatri operativi, tra cui
l'Italia.
I piani della NATO e del Patto di Varsavia furono
poi aggiornati quasi annualmente, fino allo scioglimento
del Patto nel 1991, ma la strategia rest nella sostanza
la stessa: distruggere tutto ci che serve. L'unica priorit
era evitare l'avanzata nemica.
Gli abitanti della zona qualcosa sapevano, o sospettavano.
Ma certo non immaginavano che il loro governo
fosse in possesso di presunti piani sovietici, secondo
cui casa loro era la linea del fronte dell'imminente guerra
mondiale. Tantomeno che lo stesso governo prevedesse
di interrare una mina nel loro giardino. Immagini di essere
a San Lorenzo di Sebato il generale Sulig disegna
lo scenario con inquietante chiarezza. Gi non  bello
sapere che stanno arrivando i russi. Una cosa per  che
una batteria di artiglieria con i suoi grossi obici prenda
posizione davanti a casa e spari sul nemico a diciassette
chilometri di distanza. Un'altra  che le dicano, se hanno
la compiacenza di farlo: "Vada via, perch dobbiamo
piazzare una mina nucleare e se tutto va bene tra una cinquantina
d'anni potr tornare a vedere cosa  rimasto".
Ed ecco perch il Vallo Alpino Littorio, la fortificazione
permanente costruita da Mussolini tra le due
guerre, non fu dismesso fino al 1991. Tutti i bunker
nelle valli qui e in Val Pusteria erano attivi. Non erano
presidiati in permanenza, ma l'armamento era disponibile,
venivano munizionati e controllati spiega il generale.
Il personale sarebbe stato mobilitato in caso di attacco.
Per ogni battaglione destinato ad attivare un settore
della difesa, era tenuta in vita una compagnia che si
occupava della manutenzione, della verifica e dell'efficienza
dei sistemi di filtraggio dell'aria e dell'acqua. La
sorgente dell'Adige si trova dentro uno dei bunker della
fortificazione permanente.  visitabile.
Un segreto alla portata di tutti, insomma. Era chiaro
che non si trattava di una normale polveriera specifica.
Le autorit sapevano che sul territorio comunale c'era
un sito destinato allo stoccaggio di munizionamento
particolare. Per non avevano potuto negoziare in alcun
modo n discuterne la presenza. Superiore interesse nazionale.
Le munizioni, dice, arrivavano dall'America
ad Aviano, poi venivano trasportate a Natz-Schabs con
un convoglio speciale scortato dai carabinieri. Qualcosa
di assimilabile ai trasporti speciali di materiali radioattivi
di oggi, ma con meno visibilit.
La distribuzione dei reparti con capacit nucleare rifletteva
la gerarchia di importanza delle frontiere italiane
della Guerra fredda: su quella nordorientale, la pi strategica,
erano schierati i due terzi abbondanti dell'esercito
fino all'inizio degli anni Novanta. La situazione su
quel confine ha cominciato a stabilizzarsi solo dopo la
rottura di Tito con Stalin. All'inizio, come diceva Churchill,
la Cortina di ferro era scesa dal Baltico a Trieste
illustra il generale Sulig. Dopo la rottura si  cominciato
a tirare un sospiro di sollievo all'idea che quantomeno
non ci sarebbero state unit sovietiche stanziate in
quelle che adesso sono la Slovenia o la Croazia.
Il Sudtirlo, dal punto di vista degli americani, aveva
un altro vantaggio, osserva: la scarsit di comunisti.
Potevano esserci attriti tra l'elemento italiano e l'elemento
locale, ma si riteneva ci fossero pochissimi fiancheggiatori
del Patto di Varsavia. Mentre sul piano
strategico, i combattenti per la libert, come abbiamo
visto, erano addirittura un vantaggio. Con i loro attentati,
avevano fornito un ottimo motivo per far affluire
ingenti forze militari nella zona.
Tra Friuli-Venezia Giulia, Veneto e Trentino erano
stanziate quindici brigate, e nella sola provincia di Bolzano
ce n'erano due ricorda il generale. Su una popolazione
all'epoca di meno di quattrocentomila anime,
sono tanti. Se poi aggiungiamo i carabinieri, la Guardia
di finanza... Nel giro di pochi anni i sudtirolesi erano
pi che assuefatti alle manovre ed alle esercitazioni, e anche
un trasporto speciale di munizioni nucleari destava
meno curiosit. Ci si abitua a tutto, e all'epoca anche
per la popolazione civile osservare consistenti movimenti
di truppe era normale conferma Maurizio Sulig.
Vedere duecento alpini con i muli e gli obici smontati e
caricati era la quotidianit. Cos, il brulicare di truppe
sottolineava la presenza del governo di Roma, e intanto
aiutava a dissimulare quella di Washington.
Ma davvero non esisteva un allarme terrorismo? In
fondo molte caserme furono attaccate, nel corso degli
anni Sessanta, e avrebbero potuto esserlo anche siti con
dotazione nucleare. Molti ne conoscevano, o ne sospettavano,
i contenuti. A chi non esitava ad usare esplosivo
e armi contro l'invasore italiano non avrebbe potuto
far gola una preda come la base di Natz-Schabs?
Un aspetto interessante  che la vigilanza di quel sito
non  mai stata affidata a truppe alpine osserva il
generale. In zona, infatti, ci sarebbero stati gli alpini
della Brigata Tridentina, quella dove a partire dagli anni
Settanta prestavano servizio i ragazzi di leva sudtirolesi.
La vigilanza al sito di stoccaggio delle testate nucleari
era affidata a reparti composti da soldati strettamente
italiani selezionati, stanziati alla caserma Ruazzi, ma tenuti
separati dalla realt sociale circostante.
Meglio non mettere i giovani locali a guardia delle testate
nucleari, insomma: non si poteva accusarli di simpatie
comuniste, ma nemmeno fidarsi fino in fondo. In
realt, per, sono accorgimenti che lasciano il tempo che
trovano, dato che erano pur sempre del posto i fornitori
di viveri freschi... Se qualcuno avesse voluto causare problemi,
avrebbe potuto farlo conclude Maurizio Sulig.
...
23. Scheletri nell'armadio.

Innsbruck, Bolzano e Pinzn, autunno-inverno 1962.

 stata Klara a telefonare. Ha chiamato Konrad, e lui le
ha detto che sarebbe venuto nell'ultimo fine settimana
di settembre.
Hai chiuso con il tuo amico Peter? ha chiesto.
Devo concentrarmi sullo studio.
Lui non ha ribattuto subito e quando lo ha fatto le 
sembrato di cogliere una nota di tristezza: Bugiarda.
Ma  senza dubbio un'impressione, Konrad  troppo
arrogante per soffrire. Nella vivacit della capitale, con
il prestigio che deriva dall'essere un membro dello staff
di Kreisky, chiss quante donne ha intorno. Klara pensa
a come sarebbe, muoversi in quegli ambienti, toccare
con mano il potere. Prova invidia per la carriera del suo
ex amante, che non  n pi intelligente n pi determinato
di lei. Poi si dice: ogni cosa a suo tempo.
Il cielo su Innsbruck  grigio e il selciato della Lieberstrasse
 lucido per l'umidit. Klara ha deciso di non
vivere nella grande casa di famiglia, i rapporti con suo
padre sono piuttosto freddi ormai da un anno. A lui non
piace Peter, a lei non piace il cinismo con cui Franz osserva
i tormenti del Sudtirlo. I soldi per l'affitto del
grazioso appartamento a due passi dall'universit, per,
sono quelli del pap. In cambio, lei frequenta con profitto
l'ateneo e, la sera, i caff, le birrerie, i ristoranti. In
alcuni di essi, come il Wilder Mann, si ritrovano d'abitudine
gli attivisti che appoggiano il movimento sudtirolese
ed altri figuri pi loschi. Franz le ha segnalato alcuni
nomi, tra cui quello di Christian Kerbler e quello di
Fred Borth. Le ha intimato di tenersene lontana ma di
avvertirlo, se notasse qualcosa di insolito od un intensificarsi
delle riunioni.  stato un piccolo segno di disgelo.
Non ha tanta voglia di vedere Konrad, ma  la strada
pi diretta verso la meta. Lui sa cose che lei non sa. Lo
aspetta, ascoltando in sottofondo l'ultimo successo di
Ray Charles, I Can't Stop Loving You. Poi sente il rumore
di un motore e si affaccia alla finestra, in tempo per
vedere il giovane austriaco parcheggiare la sua Mercedes
300 SL decappottabile dalla carrozzeria verde oliva.
Ma vola, quel tuo trabiccolo? chiede aprendogli la
porta.
Ho divorato la strada per rivederti prima.
Klara fissa il viso chino su di lei. Non lo vede da molto
tempo e ora, con gli occhi accesi dalla corsa, si accorge
di trovarlo ancora attraente. Ha sempre quel modo
fiero di tenere la schiena dritta, la testa alta. Non le ha
portato fiori n cioccolatini e Klara si dice: meglio cos.
Cambia disco, mette un album di Art Blakey, per alleggerire
l'atmosfera.
Ma la vecchia magia non c' pi, resta l'eccitazione
per un gioco nuovo, con altre regole.
 passato un bel pezzo... mormora lui.
Non dirmi che ti sono mancata? chiede lei, spalancando
gli occhi con finta innocenza. Konrad ride.
No, avevo troppo da fare. Io a te?
Avevo troppo da fare gli fa il verso Klara, e si allontana.
Dai, ti faccio fare il giro della casa. Ci vorr
poco.
Mi interessa soprattutto la camera da letto...
Non sperarci!
Se non ci sperassi non sarei venuto fin qui da Vienna,
cosa credi?
Klara non pu fare a meno di ridere. Konrad ha un
sacco di difetti, di sicuro non pu fidarsi di lui, ma 
intelligente.  ci che le serve e sa come fare perch si
renda utile. Gli mostra le stanze dai soffitti alti, gli spazi
eleganti del salotto, del soggiorno, della cucina. E della
camera da letto. Dove lui la prende tra le braccia.
Non scherzavo, Klara dice, e la bacia, con avidit,
quasi con violenza. Lei si abbandona, risponde, si lascia
toccare, spogliare. Lo respinge mentre la sta gi portando
verso il letto, impaziente.
Andiamo, quand' che sei diventata cos difficile?
chiede lui con rabbia. Non dirmi che il problema 
davvero il contadinotto sudtirolese.
Peter non  un contadinotto! protesta lei. Non 
colpa sua se non ha potuto studiare. Si riallaccia la camicetta
con gesti rapidi. Andiamo a cena.
Perch mi hai chiamato?
Per rivederti.
E pensi davvero che sia una visita di cortesia?
Lei gli fa un sorriso. Non le  utile arrabbiato. Ma
nemmeno appagato. Una punta di frustrazione  il condimento
indispensabile per questa serata.
No, non lo penso ammette. Ma adesso andiamo
a cena.
Pi tardi, nel ristorante rivestito di legno scuro, con i
trofei di caccia alle pareti, dopo una cena di selvaggina
e una bottiglia di buon vino rosso, lui  di umore molto
pi malleabile. Hanno riso insieme, rievocato vecchi ricordi.
Klara si rende conto che quasi rischia di crederci,
alla nostalgia che aleggia sul tavolo.
Allora, che cosa ti serve? concede lui finalmente.
Lei sfrutta l'apertura e d una risposta secca:
Hermann.
Il monco? Konrad non se lo aspettava.
S. Devo vedere Hermann.
Non lo so dove si nasconde.
Ma puoi scoprirlo.
Non faresti prima a chiedere a tuo padre?
Non andiamo pi molto d'accordo. Non voglio...
che si immischi.
Lui aggrotta le sopracciglia.
Hai intenzione di ficcarti nei guai? Contro gli amici
di Franz non c' partita, lo sai.
Lo so annuisce lei. Non ho intenzione di mettermi
contro di loro. Ma neanche di lasciare che Peter sia
ucciso da un pugno di fanatici.
Guarda che agli amici di tuo padre i fanatici non dispiacciono.
Li trovano utili.
La musica  cambiata da quando c' Kennedy. Dulles,
Wisner e compagnia hanno gi avuto il benservito
gli ricorda Klara. C' spazio per muoversi, ma ho bisogno
di un... aiuto professionale.
Konrad pensa che la ragazzina che ha incontrato nel
giardino della villa di Franz a Innsbruck sia cresciuta
molto in fretta. Troppo, in effetti. Ma cos sveglia e informata
 ancora pi affascinante. Si china in avanti, le
prende una mano, le bacia il palmo.
L'aiuto professionale costa sussurra.
Lei lo fissa negli occhi e ci scopre riflesso dentro il
proprio desiderio.
Posso pagare.

Piazza Walther  coperta di neve, i tram circolano a fatica.
La luce del loro unico fanale fende il buio. Max siede
sullo sgabello rosso ai piedi di zia Sissi, nel solito angolo
accanto alla finestra. La tormenta fuori sembra inghiottire
ogni cosa, tranne purtroppo il passato.
Rimetti a posto quella foto, falla sparire! Non serve
a nulla tormentarsi cos... Che importa chi  l'uomo con
tuo padre? Quel che  stato non si pu cambiare...
Ma tu allora sai chi !
No! Ti ho detto di no. Non lo so... quante volte te
lo devo ripetere?
Perch mi racconti delle balle? Non  da te. Stai
mentendo per difenderlo...
No che non sto mentendo!
... anche se lo detesti...
Zitto! Non lo detesto, non potrei mai odiare mio
fratello! Sissi scuote il capo con violenza.
Anche se saranno mesi che non viene a trovarti?
Max incalza con durezza. Vede che lei soffre, ma non gli
interessa. Anche se non  lui a sollevarti tra le braccia
e portarti su per le scale? Anche se non sa che hai paura
della notte, e non cerca di salvarti dai tuoi incubi?
Taci!
Chi  che invece fa tutto questo? Eh? Chi c' accanto
a te? Me lo vuoi dire?
Max... zia Sissi quasi non riconosce il viso bellissimo
del nipote, acceso dalla collera. Certo che sei tu,
ragazzo mio. Ma ora perch mi torturi?
Ti torturi da sola ribatte lui. Con questa storia
dell'affetto famigliare, del legame di sangue. Il sangue
non fa che mentire. E mio padre pensa solo a se stesso e
non ti pu soffrire!
Questo non  vero, andiamo!  mio fratello...
E tu lo sai perch ti detesta?
Ti ho detto che non  vero.
Ti detesta perch la tua esistenza gli ricorda ogni
giorno che  un vigliacco! La notte del bombardamento
tu sei corsa verso l'ospedale per portare aiuto. Lui non
si  mosso.
Sciocchezze, non sai di cosa parli si difende lei. 
troppo facile fare gli eroi quando tutto  finito. Dirsi che
si sarebbe stati dalla parte giusta.
Max sente il tono della zia mutare, farsi quieto mentre
si ritira nel passato, un luogo crudele ma in cui tutto
era ancora intero. Cambia strategia, le prende la mano.
Lo so dice piano. So che non  stato facile, non mi
sogno di giudicare nemmeno mio padre. Ma ho bisogno
di sapere... Ne ho bisogno, zia Sissi.
Lei lo guarda colpita.
Vuoi proprio conoscere la verit?
Pensa che forse ha ragione lui. Da un pezzo non 
pi il tempo del coraggio, della speranza. Quell'epoca
 fuggita via con un boato assordante,  successo tutto
cos in fretta. Per un attimo le  parso di volare, e l'istante
successivo le sue ali si fracassavano sul selciato grigio
bagnato di sangue. Ed  arrivato il tempo dei segreti.
La verit  sempre triste comincia con voce stanca.
Io non lo so se mio fratello  un vigliacco. So che
questa casa me l'ha data lui, che se non fosse per i suoi
soldi sarei solo un'invalida ridotta a chiedere la carit.
E lo stesso vale per te: non avresti la vita che hai, senza
di lui.
Il figlio che non ha mai avuto annuisce, tace per lasciarle
lo spazio delle parole.
Tutto si compra e si vende. Perfino il dolore e la memoria
di una vecchia signora. O l'innocenza di un figlio.
Tuo padre ha fatto esattamente questo: sei al sicuro,
ragazzo mio, non dimenticarlo mai. Sei protetto, come lo
sono io. E il prezzo da pagare  il silenzio.
E questa sarebbe la verit? Max si alza di scatto.
Perci  triste risponde zia Sissi. La verit  una
scatola vuota.
Sei una povera storpia fuori dal tempo. Il ragazzo
la guarda con disprezzo. Ma almeno credevo mi volessi
bene.
Gira i tacchi ed esce dalla stanza, senza nemmeno
sbattere la porta.
Va in camera sua e si siede alla scrivania. Prende la
Leica e raccoglie le foto sparse per la stanza. Non intende
portare via altro da quella casa, nemmeno un cambio
d'abiti.  vero, anche lui  stato comprato. Vestito, curato,
al sicuro. Bene, ora non pi.
Dal fascio di istantanee ne sfugge una che scivola sul
pavimento e vola fin sotto la finestra, come se volesse
scappare. Max va a raccoglierla. La grana della stampa
 perfetta. L'uomo al volante del furgone. Gli stessi occhi,
lo stesso sguardo. Il mento squadrato sotto la barba
che si  fatto crescere. Vent'anni di pi e qualche ruga
in fronte. Gi, pensa, se la prende con i segreti degli altri
ma nemmeno lui  innocente. Da quanti mesi  complice
di quell'inganno?
Ma Peter morirebbe di crepacuore, se sapesse. Gli
ha mentito per il suo bene, pensa rimettendo la foto tra
le altre.

Peter  stremato. Nei mesi invernali c' sempre molto
da fare alla Gasthaus. Un tubo rotto dal gelo, un tetto
danneggiato dalla neve, gli animali da accudire, la legna
da spaccare. Fino a poco tempo prima, la bassa stagione
era anche un modo per guadagnare qualche soldo
in pi, con i lavoretti nelle propriet dei dintorni. Ma
i vicini preferiscono altre braccia, ormai da tempo: da
quando Peter  uscito dalla caserma, nell'estate dell'anno
prima. Sua madre avrebbe dovuto lasciarlo l dentro.
Meglio farsi ammazzare di botte che continuare a
vivere in questa palude di disonore, segreti, solitudine.
Klara viene a trovarlo abbastanza spesso, ma solo per il
fine settimana, e quando la accompagna al treno che la
riporta ad Innsbruck darebbe tutto per poter andare via
con lei. Ma non pu lasciare la madre, anche se  ormai
quasi un'estranea.
Versami un altro bicchiere! ordina a Clothilde. La
ragazza  tornata l'agosto precedente, ovviamente con
uno stipendio molto pi basso. Nessuno d volentieri
lavoro a una spia, e Peter si  trovato stranamente accomunato
alla sua traditrice.  stato lui a riprenderla,
Katharina non ne voleva sapere. Strane alleanze, e strani
compagni di letto. Le notti sono lunghe, senza Klara.
Non ti sembra di avere gi bevuto abbastanza?
domanda Clothilde.
Versa, ti ho detto! ripete lui. Certo che ha bevuto
fin troppo, come tutte le sere, ma non vuole rinunciare
al lento intorpidirsi della mente, alla foschia che gli ammanta
il cuore e lo fa tacere.
Pi tardi, mentre sale le scale sorretto da Clothilde,
sua madre gli si para davanti. Lo guarda dal pianerottolo
con un misto di piet, insofferenza, disgusto.
Peter, di nuovo? chiede. Lui alza gli occhi.
Oh, buonasera, mamma mastica piano. Non ti
ho vista, in sala, stasera. Eri in camera a telefonare al
fidanzato?
Non dire sciocchezze ribatte lei, secca.
Scusa, scusa il giovane alza il braccio in un ironico
gesto sportivo. Non al fidanzato. Alla vecchia amica
dell'ospizio di Trento. Cos malata, cos immortale.
Stavo controllando i conti dice lei con voce quieta.
I conti! Gi, tu sei bravissima, a farli. Tanto brava
che i soldi per farmi studiare all'universit sono spariti...
chiss dove, chiss quando. Le legge sul viso che
l'ha ferita e incalza. Ma gi, se fossi bravo, se fossi un
giovane brillante me li guadagnerei da solo, i soldi per
studiare, vero? Peccato che non ci sia il tempo di fare
altro che mandare avanti questa dannata baracca!
Sente la mano di Clothilde che gli stringe il braccio e
se ne libera con tale violenza che la ragazza quasi cade.
Poi sale in tre balzi i gradini che lo separano dalla madre.
Sul suo viso, lei vede per la prima volta una furia
cieca. E all'improvviso ha paura.
E intanto che io mando avanti la baracca, mammina
se la spassa a Trento, o a Bolzano, o chiss dove sputa
Peter. Con chi, eh? Un amante? O magari ce n' pi di
uno, visto che questa storia dura da anni? Le telefonate,
i sussurri, i viaggi... La prende per le spalle. Un angolo
del suo cervello nota che  molto pi piccola di lui:
pi di prima, gli sembra. Perch dopo una certa et le
mamme rimpiccioliscono? Ma il pensiero viene annegato
dalla rabbia che lo inonda, e affonda il colpo finale.
Perch non ti fai pagare, a questo punto? Almeno cos
non avresti pi bisogno di me! E potrei andarmene da
questa galera!
A quelle parole, anche gli occhi di Katharina fiammeggiano.
Non ne pu pi. Ha guardato il suo unico figlio
devastarsi, sera dopo sera. Lo fissa ora, con la barba lunga,
la bava alla bocca, il naso arrossato dall'alcol. Prova
uno schifo immenso per lui, per se stessa, per quel posto.
E va bene, pensa: basta. Si strappa dalla stretta delle
sue mani, fa un passo indietro.
Tu non sai neanche cosa sia, la galera dice con una
freddezza che  come una secchiata d'acqua. Ma se
vuoi la libert, perdio, prenditela. Quella  la porta!
punta l'indice, severa, e le sembra di morire.
Guarda che se hai qualcuno me lo puoi anche dire
insiste Peter. Pap  morto da diciassette anni, ormai.
Perch mi menti? Perch ti vergogni? Sei l'amante di
un uomo sposato, forse? O magari  lo sbirro? Ci sei andata
a letto per farmi liberare e poi ci hai preso gusto?
Katharina non si accorge nemmeno di aver mosso il
braccio. Sente lo schiocco dello schiaffo, vede l'espressione
incredula di suo figlio, lo osserva sbilanciarsi
all'indietro.  come paralizzata mentre un pensiero le attraversa
la mente: ora cade e si spezza la schiena. E io
mi ammazzo.
 Clothilde a slanciarsi in avanti, sorreggere Peter
appena in tempo perch si aggrappi al corrimano.
Ora basta, andiamo tutti a letto cerca di riportare
la ragione. Domani... Domani parleremo.
Ma nessuno ha pi voglia di parlare, ormai. Peter
sente una botta di lucidit che gli fa girare la testa. Si
volta, scende le scale sentendo montare la nausea. Torna
a guardare sua madre, sempre immobile sul pianerottolo,
solo quando  gi sulla porta.
A gennaio mi aspettavano per strada con un manico
di piccone dice con distacco. Clothilde annaspa incredula,
Katharina rimane impassibile. Stavolta, porteranno
i fucili. Ma sempre meglio che restarsene rintanato
qui come un sorcio!
Si avvia lungo la discesa coperta di ghiaccio, ma  agile
come un funambolo, nonostante l'alcol.  Clothilde,
che gli corre dietro, a rischiare di cadere.
Peter, che cosa intendi? Sei in pericolo?
Lui si degna di rispondere: Lo sbirro ha sparso la
voce che avevo denunciato Hermann. Da quando il
"monco"  latitante, se mi faccio vedere in giro sono un
bersaglio che cammina.
La strada si perde nel buio e pensa che non ha preso
niente con s. Si nasce nudi, d'altronde, n giacca
n soldi. Ne ho abbastanza di nascondermi mormora.
Sono stufo di tutte queste bugie.
...
24. I nazisti e i bambini diversi.

Innsbruck, febbraio 1963.

Klara ha chiesto di vedere il direttore dell'ospedale psichiatrico
di Hall. Un'infermiera all'ingresso le ha domandato
il motivo della visita. Cercava informazioni su
un paziente ricoverato in tempo di guerra, ha risposto
lei. Suo fratello.
Da quella visita a Hall  passato qualche giorno, ha
dovuto svolgere un po' di indagini riservate. Ma finalmente
eccola di fronte a un piccolo edificio vetusto alla
periferia di Innsbruck. Non  stato cos facile trovare
l'indirizzo del dottore in pensione Heinz Leitner.
Buongiorno la saluta sorpreso l'anziano signore,
dritto e severo nel suo gilet fuori moda. Klara  lieta
che sia venuto di persona ad aprire la porta. Desidera
qualcosa?
Mi chiamo Klara Bauer tende la mano, cortese. Si
aspetta che il suo nome non gli dica nulla: uno fra i tanti,
di sicuro, e perso in un passato lontano. Ma i vecchi
sono presbiti, vedono bene nella distanza, e lui esita appena
un momento.
Ah! Bauer. Ma certo. Bauer. Entri si fa da parte per
lasciarla passare e richiude la porta, mentre Klara muove
due passi nella piccola soffitta. Un letto di ghisa con
la coperta perfettamente tirata. Un tavolo tondo, due
sedie, una poltrona e, dietro una tenda scorrevole, una
bacinella e un fornello a gas. L'unica abbondanza  rappresentata
dai libri: centinaia, sugli scaffali, sulla poltrona,
sul pavimento. Fa un freddo glaciale. Klara tiene
addosso il cappotto.
Posso offrirle qualcosa? T? Caff? domanda lui,
sollecito.
Un t, la ringrazio risponde lei prendendo posto
sul bordo di una sedia. Il tavolo  cosparso di fogli, il
dottor Leitner scrive ancora in gotico, nota.
Lo so, non  un posto molto accogliente commenta
lui. Ma quando sono uscito dal carcere non mi restava
altro.
Le restavano certi fascicoli Klara sceglie di andare
dritta al punto. Anche perch se resta qui a lungo rischia
di congelare. Quelli li ha ancora, vero?
Lui le posa davanti una tazza.
Se li avessi, li avrebbero trovati risponde, e avvita
con cura il cappuccio della penna che aveva lasciato
aperta. L'ho gi ripetuto tante volte, quei fascicoli sono
scomparsi insieme ai ragazzini.
Insieme a mio fratello puntualizza lei. Si chiamava
Michael.
S, lo so... Conosco i suoi genitori le si siede di
fronte. Non vi eravate trasferiti a Bolzano? Mi pare che
sua madre avesse detto cos.
Mia madre  stata qui? Klara si guarda intorno incredula.
E perch?
Perch ero l'unico con cui poteva parlare di Michael.
Dottore... Klara si sporge verso di lui. Come sono
andate davvero le cose?
Non dovrebbe chiederlo ai suoi genitori, Frulein
Bauer?
Come ha detto lei, non  un argomento di cui parlino
volentieri. E io... Non l'ho mai conosciuto.
Quelle parole le restituiscono il senso dell'assurdit
della sua impresa. Che ci fa, in una soffitta squallida,
con un vecchio estraneo? Davvero quel passato le appartiene?
E perch? Il sangue non  poi cos importante,
c' tutta la Storia a dimostrarlo.
Che cosa sa di questa vicenda, Frulein Bauer? la
voce del dottore  gentile e profonda. Dev'essere stato
un buon medico.
So che Michael  entrato da voi a Hall quando aveva
tre anni. E che per la sua condizione... non c'era cura.
Era ritardato.
Era trisomico la corregge lui. A Hall avevamo un
programma di accompagnamento per i piccoli pazienti
come lui. Cercare di farli vivere meglio possibile era il
mio compito.
So che mio fratello  morto in ospedale, poco prima
che i miei partissero per la Svizzera aggiunge Klara, fissando
il suo interlocutore.
La storia, quindi, sembrerebbe finita dice il dottor
Leitner. Molti bambini come lui non sono vissuti a lungo.
 rimasto impassibile, se non fosse per quell'unico
piccolo muscolo della mascella. Che si  contratto. E lo
ha tradito.
C' qualcosa di pi.
Non sono vissuti a lungo, ma non per tutti  stata...
una fine naturale incalza lei. La storia l'ha studiata.
Dopo l'Anschluss, i nazisti hanno preso il potere anche
negli ospedali aggiunge. In Germania si parlava
da tempo di sopprimere i malati mentali, c'erano state
perfino campagne di propaganda sui costi sociali delle
cure ai pazzi.
Il dottore scuote il capo.
Io non credevo in quelle cose. Un medico non pu
ragionare cos. E poi dei bambini, non si toccano i
bambini...
E allora cos' successo?
Lui sembra condurre un'ultima breve lotta con se
stesso. Forse si chiede se la giovane donna che ha di
fronte pu sopportare la verit, o magari  lui che non
pu pi sopportarla. Poi alza appena le spalle in un gesto
di resa.
Suo padre  venuto a trovarmi. Era il maggio del
1940 comincia a raccontare. Klara raddrizza la schiena
e chiude gli occhi, come se entrasse nella parte di spettatrice.
Come se nascosta dietro una tenda nell'ospedale
di Hall, vent'anni prima, assistesse ora al dramma che
ha dilaniato la sua famiglia.
Mi ha detto: "Devo portare mia moglie al sicuro,
parto per la Svizzera" e io gli ho risposto: "Non preoccuparti,
a Michael penso io". Ha promesso di tornare
nel giro di una settimana, massimo due. Ma le cose non
sono andate come prevedeva.
Il dottore ricorda senza sforzo. Probabilmente convive
ogni giorno con le memorie di quel terribile passato.
E il suo unico confidente sono le pagine sparse sul tavolo
della stanzetta.
Con l'invasione della Francia la situazione  precipitata.
Suo padre ha dovuto procurarsi dei documenti falsi,
altrimenti sarebbe stato arrestato come disertore... 
riuscito a tornare a Hall solo in settembre. Era gi troppo
tardi. Michael e altri duecento bambini erano stati
trasferiti. Erano arrivati gli autobus, con le infermiere
l'anziano medico storce le labbra, come se chiamarle
con quel termine gli fosse insopportabile. Li avevano
trasportati in un centro apposito, organizzato nel castello
di Hartheim...
Klara riapre gli occhi. Sa di che cosa si tratta.
Un centro di che genere?
Ma lui continua a raccontare.
Suo padre ha insistito per andarci e io l'ho accompagnato.
Non ci hanno neppure lasciati avvicinare, si
capisce. Il castello era piantonato da sezioni speciali
delle SS. Siamo rimasti per giorni nel villaggio vicino,
Alkoven. C'erano anche degli altri genitori. Volevano
sapere che cosa ne era stato dei loro piccoli. Sono intervenute
le SS. Hanno arrestato varie coppie. Nessuno le
ha pi riviste. Gli altri se ne sono andati, e noi con loro.
Non siamo pi tornati a Hall. Le notizie dalla Svizzera
non erano buone. Sua madre era disperata e suo padre
ha deciso di partire. Non mi ha detto niente, non un
rimprovero, ma avrebbe potuto urlare, sarebbe stato lo
stesso. Aveva ragione. Non avevo mantenuto la mia promessa.
Non avevo saputo proteggere Michael. Da quel
giorno non l'ho pi rivisto.
Ma ha rivisto mia madre... sussurra Klara. Lui si
limita ad annuire. E dopo la guerra l'hanno... accusata
di ci che  accaduto? Per questo  andato in prigione?
Sono stato arrestato nel 1945 insieme ad altri medici,
insieme ai nazisti, come il dottor Karl Brandt e il dottor
Viktor Brack. Ci sono stati vari processi: molti sono
stati condannati a morte, altri si sono tolti la vita. A me
hanno dato dieci anni per complicit lo dice in tono
piatto, come se fosse capitato a un altro. Avrei dovuto
capire, dicevano gli americani, avrei dovuto sapere,
avrei dovuto salvare i ragazzini...
Si alza con un'agilit superiore ai suoi anni. Le volta
le spalle per avvicinarsi alla libreria piena di volumi e
fascicoli.
Li sopprimevano con il gas. Ne hanno uccisi cos a
migliaia, i nazisti. Ad Hartheim, ma non solo. Bambini e
adolescenti diversi. E poi hanno bruciato i corpi. Era il
programma T4. Difesa della purezza della razza.
Anche Klara si  alzata. Voleva sapere la verit e ora
la sa. Aveva sempre sospettato che sulla morte del fratello
pesasse l'ombra di un terribile segreto. Immagina suo
padre, pi giovane, dritto davanti alle mura impenetrabili
del castello che ha inghiottito suo figlio. Sua madre,
che aspetta invano in una citt straniera temendo per la
vita di tutti i suoi cari. Franz che entra nell'ospedale di
Hall, impaziente di riabbracciare il suo bambino. Rosa
che lo vede tornare a mani vuote.
Il dossier non ce l'ho pi, ma mi rimane questo
Leitner intanto si  messo a sfogliare un incartamento
ingiallito. Sono le carte che i nazisti mandavano alle famiglie.
Un certificato di decesso. "Michael Bauer. Data
di nascita: 19 gennaio 1936. Data di morte: 15 ottobre
1940. Causa del decesso: polmonite".
Klara vorrebbe poter abbracciare i genitori, promettere
che non li giudicher pi. Vorrebbe anche far loro
un'unica, ultima domanda. Ma la fa al dottore.
Perch se ne sono andati? Perch sono dovuti andare
in Svizzera?
Lui piega la testa da un lato, con uno stupore cortese,
da accademico.
Ma come, non lo sa? Sua madre  ebrea.
...
25. L'agguato nella notte.

Pinzn, Bolzano e Innsbruck, estate-autunno 1963.

Umberto d nell'occhio, nella piccola folla di escursionisti
che hanno fatto sosta a Pinzn per poi proseguire
fino alla Gasthaus Staffler. Il paesino  una tappa fissa,
con la piazzetta, il campanile e sui muri gli strani affreschi
di Johann Tiefenthaler, il vecchio proprietario della
grande casa dei Rizzolli.
Umberto, seduto con le spalle contro al muro a uno
dei pochi tavolini esterni, non sembra affatto un turista.
Prende qualcosa? Katharina si avvicina con il cuore
stretto.
Un caff.
Peter non c' lo avverte lei in tono nervoso.
Lo so, lo so. So dov' Peter.
Beato lui, pensa Katharina. Da quando suo figlio se
ne  andato rabbioso in quella sera d'inverno non lo ha
pi rivisto. Ha ricevuto poche, fredde telefonate, perfino
Max giura di non saperne niente. Lei spera che menta,
spera che siano insieme.
Non ha fatto nulla dice quando esce con il caff.
Ma certo, figuriamoci annuisce Umberto. Poi butta
l: Mica facile, eh?.
Che cosa?
Vivere senza un uomo in casa.
Eppure non sembrava il tipo da galanterie, si dice la
donna. Cos goffe, poi.  venuto fin l per quello?
Impossibile...
Come in risposta ai suoi pensieri, Umberto si alza
e le prende una mano, con una foga del tutto
inaspettata.
Venga con me dice, e la conduce nella Stube. Lei
sente gli occhi dei clienti e di Clothilde su di loro e prega
di non arrossire mentre il poliziotto si piazza davanti
alla foto del marito, appesa alla parete.  tutto sempre
pi strano.
Perch non  mai tornato? chiede Umberto.
Lo sa benissimo.  morto in guerra...
Eccome, se lo so. Ci sono stato. Sono morti in tanti.
Ma perch proprio lui?
Non capisco... balbetta Katharina.  una domanda
inutilmente crudele, se lui non sa. E se sa... ma come
potrebbe?
Perch non il vecchio Hermann, poniamo? La conosco,
la storia. Hermann ferito. Il pi giovane che aiuta
il pi anziano. Attraversano il fiume insieme. Hermann
se la cava, Gnther rimane ucciso.  sciocco.
Che cosa sarebbe sciocco? Katharina fa un passo
indietro e si lascia cadere su una sedia. Se solo quello
sbirro la piantasse con le domande e smettesse di fissarla
con quegli occhi neri che le spogliano il cuore.
Erano quasi al sicuro. Il peggio era passato. Berlino.
La ritirata. L'Elba. Quello che ha perso un braccio
si salva. Quello sano, invece...  una storia assurda, non
sembra anche a lei?
Se vuole dirmi che la guerra  una faccenda irragionevole...
comincia amara Katharina, poi si interrompe.
Lui ha afferrato la cornice con due mani, la stacca
dal muro. Ma cosa fa?
Me la presta, questa fotografia? Non  davvero
una domanda. Gliela faccio riportare domani. Non si
preoccupi!
Ma perch?
Perch cosa?
Che cosa intende farne?
Un semplice controllo. Noi della polizia, lo sa, siamo
gente molto minuziosa. Gente pazientissima. E lei,
invece, perch?
Perch cosa?
Lei  una bella donna. Gli anni passano. Sempre sola?
Nessun uomo? Avrebbe potuto risposarsi...
La vita  mia...
Lui  stato il primo, eh? Umberto studia i dettagli
del viso nella foto, ma li conosce gi.
S, ed  il padre di mio figlio. Se non ha figli non
pu capire.
Forse... O forse lei ha semplicemente paura degli
uomini.
Katharina si alza.
Non mi fanno paura dice calma. La maggior parte
sono dei vigliacchi.
Come Gnther?
Lei non risponde, ma gli occhi verdi si riempiono di
lacrime.
Non era un vigliacco, Gnther? incalza Umberto.
Ma conosce gi la risposta e sa di appartenere alla
categoria. Chi  per giudicare, lui che non ha avuto il
coraggio di mantenere la sua promessa? Devo andare.
Domani le faccio riportare la foto taglia corto. Se lo
ricorda, che stiamo tutti cercando Hermann, vero? Se
venisse catturato avremmo risolto il problema. Soprattutto
per Peter.
Non so dove si nasconde... dice Katharina in un
singhiozzo.
Non voglio farla soffrire Umberto si china su di
lei. Sul serio, non voglio. Per mi deve aiutare. Lo capisce?
Parla con l'urgenza di chi non pu dire quasi
nulla. Succederanno delle cose... Ci sono forze che si
stanno muovendo.
Peter  in pericolo? non le interessa altro. L'unica
volta che le  importato di qualcosa di diverso da suo figlio,
ha rovinato tutto.
Peter lo teniamo d'occhio noi il poliziotto le concede
un brandello di conforto e viene ricompensato da
un sorriso caldo come un abbraccio. Non aggiunge che
 la protezione dello Stato, non quella del suo prezioso
ragazzo, lo scopo della sorveglianza.
Dov'? Posso vederlo? Katharina lo afferra per la
manica. Anche da lontano, senza che lui lo sappia...
implora. Umberto si trova in mano un'arma a cui non
aveva pensato.
Forse, perch no? dice, liberandosi con dolcezza
dalla stretta. Trovi Hermann, e vedremo.
Fuori l'aria estiva  tiepida e profumata. Umberto
cammina fino alla piazzetta di Pinzn, immerso nel
pensiero degli occhi verdi di Katharina, nella quiete del
pomeriggio che somiglia quasi alla felicit. Una radio,
attraverso una finestra aperta, porta la voce di un uomo:
Ich bin ein berliner, io sono un berlinese. Lo ha detto
il presidente americano Kennedy, venuto a rassicurare i
tedeschi spaventati dal pericolo sovietico.
Umberto si incupisce. Lui non  nulla, invece. Non
appartiene a nessuno, men che meno a queste montagne,
a una donna coraggiosa e sfortunata. Questa non 
la sua terra, ed  pericoloso dimenticarsene.

Sono le cinque, il sole sta spuntando. Peter firma il foglio
di presenza, lancia un rapido Ciao! al guardiano
e rivolge un cenno ai suoi compagni del turno di notte.
 esausto, la schiena gli fa male, le braccia pesano
quintali. Ripone i guanti nella sacca e se la getta sulla
spalla. Esce diretto alla rotonda, a un centinaio di metri
dai cancelli dei magazzini, dove come i colleghi parcheggia
la bicicletta. Da quando ha lasciato casa lavora
come facchino al Mercato generale di Bolzano, dietro
la stazione. Carica i vagoni diretti a sud. Merci di ogni
sorta: frutta, verdura, botti di vino, assi di legno. Per lui
non fa differenza: vuole solo costringersi a non pensare,
e mettere da parte abbastanza soldi per andarsene a
Innsbruck, da Klara. All'inizio lavorava perfino senza
guanti, ma i suoi colleghi lo hanno messo in guardia: di
quel passo si sarebbe ritrovato le mani scorticate.
Ai magazzini si passa da una lingua all'altra: italiano,
tedesco, nessuno ci fa caso. Quando le ore diventano
lunghe, o durante la pausa, gli uomini parlano delle loro
famiglie. Peter ha provato a intavolare discussioni sulla
politica, a condividere la sua indignazione per l'esito del
processo di Trento ai carabinieri accusati di torture.
Innocenti, come no. Ma quasi tutti i suoi compagni si sono
guardati intorno nervosi e hanno cambiato argomento.
Un camion da scaricare, un altro da riempire:  tutta qui
la vita. Il resto  solo morte e concetti astratti. E Peter,
aderendo a questa filosofia minima, intrisa di sudore, ha
trovato una sorta di pace.
Dorme da Max, che dopo un periodo di ribellione in
un appartamento in affitto  tornato da zia Sissi, con la
coda tra le gambe. Non  in grado di affrontare l'indigenza,
il suo amico, non  mai stato il tipo da sacrifici.
In ogni caso, il domicilio gli  indifferente, dato che passa
molto tempo da Federico, o fuori a divertirsi. Peter
gli ha fatto promettere di non dire nulla a sua madre e
Max ha mantenuto la promessa, almeno cos crede. Lo
sente lontano, perso in un mondo pi semplice. Peter
 sempre stanco. Si sono allontanati, in direzioni diverse,
dai sogni di ragazzi, dall'idea dell'azione, da quella
notte d'estate del 1961. Qualche volta sono usciti a bere
una birra e hanno finito con il passare la serata in chiacchiere
serene ma vuote, come una vecchia coppia rassegnata
a stare insieme.
Stranamente, le ore di vita pi intensa sono quelle
passate al negozio, con Karl. Qualche volta, dopo l'orario
di chiusura, l'uomo accetta di raccontare. Spezzoni
di passato, che sembrano pi veri della loro realt: pi
vividi ed eroici, fino a far pensare di essere nati nell'epoca
sbagliata. Passi di stivali nella notte. Fughe su treni
che tagliano l'Europa. Sotterranei pieni di banconote
false. I sentieri della libert nei boschi innevati. E incontri
fatali, amori traditi, crudelt indicibili. Il ricamo devastante
dei tracciati delle bombe nel cielo nero di una
citt in guerra. Le macerie, quelle degli edifici e quelle
delle illusioni...
Il colpo, secco,  poco lontano dal suo orecchio. Peter
si getta a terra mentre sente fischiare la seconda pallottola.
Rotola, cade male battendo forte la spalla contro lo
spigolo di un muro, fa una smorfia di dolore. Si mette al
riparo. La bicicletta  a pochi passi, parcheggiata sulla
rotonda. Ma prima che lui possa raggiungerla e filarsela
via, chiunque lo stia tenendo sotto tiro avr il tempo di
ucciderlo. Deve correre. Il dolore gli paralizza la spalla.
Sar rotta?
Nei pochi secondi di incertezza pensa a Klara. Andandosene
da casa, ha tagliato i ponti anche con lei. Da
mesi non la vede e non la sente, ma non c' parte di lui
che non la rimpianga. Quante sere ha desiderato morire
purch la nostalgia finisse. Ora potrebbe morire
davvero.
Una seconda pallottola fa saltare un pezzo di intonaco
all'altezza della sua testa. Il cecchino fa sul serio. Questa
volta Peter ha visto il lampo dell'esplosione. L'uomo 
appostato dietro una finestra al primo piano di un magazzino
abbandonato dirimpetto alla rotonda. Ha riconosciuto
la detonazione rauca di un Mauser: questo significa
che il tiratore ha ancora tre colpi nel fucile. Inutile
sperare che resti l a sprecarli tutti, presto o tardi
uno andr a segno. L'unica soluzione  correre sotto le
finestre dell'hangar, raggiungere via del Macello,
attraversarla ed entrare nel perimetro della stazione merci.
Meno di un minuto. La differenza tra la vita e la morte
 meno di un minuto.
L'assassino non spara pi. Forse esita: rimanere in agguato
o venire a cercare la sua preda? Peter balza in piedi
e scatta. Non prova pi nulla, n il dolore alla spalla,
n il bruciore in fondo al cuore. In quel momento si
sente una sirena, vicinissima. La polizia? Per una volta,
a Peter il suono sembra rassicurante: la terza pallottola
sibila accanto al suo orecchio, ma lo manca. L'uomo si
 distratto.
Ma non abbastanza. La quarta pallottola prende Peter
alla gamba destra, un impatto che lo getta a terra. Sente
il muscolo spaccarsi, il sangue che scorre. Non pu finire
cos, abbattuto come una bestia da uno sconosciuto nella
luce grigia dell'alba... La sirena si avvicina. Peter si alza
sui gomiti, si d la spinta, rotola verso la barriera dietro la
quale sar al sicuro. La quinta pallottola colpisce il muro
della stazione merci.
Si sentono delle grida, non ce l'hanno con lui. Peter
dubita fortemente che prenderanno il cecchino, ma intanto
gli hanno regalato tempo prezioso. Benedice, per
una volta, la militarizzazione di cui si lamenta da anni.
La pallottola gli ha perforato la coscia destra e la ferita
 molto profonda. Si strappa la camicia, ne fa una
palla compatta, si sfila la cintura e improvvisa una fasciatura
per contenere l'emorragia. Ha un solo pensiero.
Rientrare da Max.
Al posto di guardia i sorveglianti del Mercato si affacciano
timidamente alla finestra. Chi va l? urlano.
Non ci pensano neppure, a uscire. Sono tempi violenti e
hanno sentito le sirene, non vogliono guai. Non c' una
parte giusta da cui stare, di questi tempi.
Peter si rialza, intriso di sudore freddo. Sposta tutto
il peso sulla gamba sinistra e mette alla prova la destra.
Trascinandola senza piegarla e premendo forte la ferita
con le mani, dovrebbe riuscire a camminare. Passa tra le
rotaie lucenti, le colonne di vagoni, le banchine deserte.
In lontananza, le luci della stazione. Piange come un
bambino. Pensa a Klara, pensa che forse ha voluto vivere
solo per rivederla.
Quando arriva a casa ha appena la forza per girare la
chiave nella toppa, poi si accascia a terra e vomita anche
l'anima. Max accorre dal salotto, per fortuna non 
uscito stasera.
Ma ti pare il caso di tornare in queste condizio...
comincia scherzoso, poi si interrompe. Peter! Oddio,
Peter, cosa  successo?
Si butta in ginocchio accanto a lui, mette una mano
sulla stoffa sporca di sangue. L'odore metallico 
fortissimo.
Sto bene... Le scale. Ho lasciato... sangue in giro.
Ma chi se ne frega.
I vicini... la polizia ansima Peter.
Pulisco dopo. Prima, ti aiuto.
Mentre barcollano verso il salotto, Peter pensa che
non sono cos vicini da anni. Gli viene di nuovo da
piangere.
Grazie dice lasciandosi cadere in poltrona. Credo...
ho perso molto sangue.
Direi anch'io Max guarda impressionato la fasciatura
inzuppata.
Mi serve un medico.
Cominciamo con la medicina l'amico gli mette in
mano un bicchiere di bourbon. Chiamo Federico.
Peter non ha neanche la forza di protestare, ma lo
sgomento gli si legge in faccia.
Conosce un sacco di gente ed  fidato sottolinea
Max. O vuoi che domani ti convochino in caserma per
qualche domandina?
Federico, infatti, trova subito la persona giusta:
accorre in tutta fretta e li accompagna da un medico molto
discreto, con l'ambulatorio nel quartiere popolare di
Neugries.
Ma  italiano protesta Max guardando il nome sul
campanello.
Non preoccuparti. So delle cose di lui... Lavoretti
andati male, operazioni non troppo legali su ragazze...
che sono state poco prudenti.
Insomma, una bravissima persona storce il naso
Peter.
Deve ricucirti la gamba, non fidanzarsi con tua sorella
ribatte Federico. Tanto pi che preferirebbe un
fratello aggiunge scambiandosi uno sguardo d'intesa
con Max. L'altro gli sorride, gli stringe la mano grato.
Peter prova un'inattesa stilettata di gelosia.
Anche quando l'avr ricucito, Peter  in pericolo.
Dovr nascondersi dice Max.
Pu restare da queste parti. Da amici. Qui non rischia
nulla offre Federico.
Max ci pensa un momento, poi coglie lo sguardo
inorridito dell'amico.
No, ti ringrazio scuote il capo, mentre il dottore li
fa entrare. Sei gentile, ma  meglio che lui stia con me.

Nella camera con le tende azzurre Klara sente il respiro
di Konrad rallentare. Il corpo dell'uomo  rilassato, al
suo fianco. Se chiude gli occhi e inspira il suo profumo
familiare, le sembra di tornare indietro nel tempo.
Perch mi hai insegnato a costruire le bombe, quel
giorno? chiede a bruciapelo. Lui si volta stupito.
Hai nostalgia delle cose sbagliate dice.
Perch? Sapevi che non sarei mai entrata nel movimento
clandestino.
Volevo solo fare colpo risponde lui, disinvolto.
E ci sei riuscito. Ma non era quella la ragione.
Le ragioni sospira Konrad sono complicate.
Spiegamele lo stesso.
Lui si alza a sedere sul letto e la guarda con esasperazione
mista ad ammirazione.
Tu non demordi mai, vero?
Klara scuote il capo. Lo sguardo dell'uomo si posa
sui giornali accatastati ai piedi del letto. Prendi Ebensee,
per esempio.
Da giorni non si parla che degli attentati di Ebensee,
in Alta Austria. Tre bombe, una delle quali grazie
al cielo non  scoppiata, evitando una strage in una funivia
carica di bambini.  rimasto ucciso un poliziotto
di nome Kurt Gruber, a cui  esploso in mano un
altro degli ordigni, e due suoi colleghi sono stati feriti
gravemente. Sul posto,  stato trovato un messaggio
molto chiaro: Gi le mani dai carabinieri!. Un'allusione
al processo di Trento per le accuse di tortura e
omicidio.
Cosa c' da dire? Gli italiani rispondono colpo su
colpo, sembra commenta Klara.
Gi. Ma quali italiani? chiede lui.
Si parla di un gruppo neofascista. Non mancano di
certo, in Italia.
N in Germania, n in Austria puntualizza Konrad.
Ma si d il caso che molti esponenti di questi gruppi lavorino
a stretto contatto con i servizi segreti.
Quindi non  una vendetta ma solo... un modo per
soffiare sul fuoco?
E per fare un po' di pulizia conclude Konrad. Chi
credi che verr arrestato?
Klara sta per rispondere che ci andr di mezzo qualche
italiano che non c'entra niente, poi riflette meglio.
Gli austriaci. E i sudtirolesi.  un giro di vite: la violenza
aumenta, i terroristi vanno eliminati.
Gi. E i terroristi lo sanno tutti chi sono, vero? Lui
si alza dal letto. Sei brava, se ti applichi, vedi?
Mentre lui si riveste, lei riflette. I negoziati tra Italia
e Austria per arrivare a un accordo sull'autonomia del
Sudtirlo sono in corso da tempo. Una volta raggiunta
l'intesa, lo stato di emergenza sar difficile da giustificare.
Da questo punto di vista, aumentare la tensione fra i
due Paesi  una buona strategia. E se un attentato serve
anche a gettare la colpa sui soliti noti, tanto meglio: hanno
ormai fatto il loro tempo. Gli idealisti ingenui non
servono pi, la partita ora  in mano ai professionisti.
E i negoziati? chiede a Konrad.
Al diavolo i negoziati. Al diavolo gli italiani e gli austriaci.
Comanda chi ha la forza e non teme di usarla.
Eppure la forza da sola non basta.
Vero. Lui si annoda la cravatta davanti allo specchio.
Serve anche l'astuzia. Ma chi  costretto a nascondersi
in genere la impara bene, l'astuzia.
E chi sarebbe?
Si volta, la guarda nel letto disfatto.  bellissima e
non  ancora pericolosa, ma presto lo sar. Forse per
questo non riesce a staccarsene: sa quanto siano preziosi
quegli ultimi mesi di innocenza.
In Europa dice lentamente c' chi  convinto che
la storia abbia sbagliato finale.
E c' anche chi vorrebbe evitare che il nuovo finale
lo scrivano i comunisti? suggerisce lei.
Konrad si passa una mano tra i capelli.
Posso chiederti una cosa io, ora?
Certo.
Perch sei tornata con me?
Perch Peter  sparito, vorrebbe rispondergli. Alla
prima cena con Konrad ne erano seguite altre, incontri
carichi di tensione erotica. Ma  solo dopo che Peter se
n' andato di casa che il giovane diplomatico austriaco
si  infilato di nuovo nel letto della sua ex. Klara non si
capacita di essere stata lasciata.
Stiamo bene insieme dice, sostenendo il suo sguardo.
Bugiarda ribatte lui. Prende la giacca con una specie
di sospiro, tira fuori di tasca un foglietto piegato e lo
appoggia sulla scrivania.
Hermann sar ad Innsbruck tra un mese esatto. Lo
puoi incontrare qui...  stato avvertito. Lei balza gi
dal letto e per un attimo l'uomo pensa che voglia abbracciarlo,
ma Klara si precipita ad aprire il biglietto, a
memorizzare l'indirizzo. Konrad guadagna la porta in
due passi.
Abbi cura di te dice piano, ma lei non lo sente
nemmeno uscire.
...
26. Per amore di Peter.

Innsbruck e Taisten, novembre 1963.

La telefonata  stata breve. Hermann ha dato istruzioni
a Klara. Maria-Theresien-Strasse, un piccolo caff
all'altezza della colonna di Sant'Anna. Facilissimo
da trovare ha detto. Alle nove in punto. Io non
aspetto.
Klara si  presentata in anticipo e si  appostata in
un androne. Studia i passanti che camminano sui marciapiedi
della grande via di negozi. Niente di strano
in quella folla mattutina in cappotto di loden, qualche
rara pelliccia. Come avr fatto? si domanda Klara.
Braccato dalla polizia italiana al gran completo, va e
viene a proprio piacimento a quaranta chilometri dal
confine. Poi vede stagliarsi un'alta sagoma con un cappello
di feltro nero. La manica sinistra, vuota,  infilata
nella tasca per evitare che svolazzi. Klara gli si precipita
incontro, e arrivano insieme alla porta del piccolo
bar.
Bene commenta vedo che sei stata puntuale.
Si siedono in fondo, Hermann con le spalle contro al
muro e gli occhi ben fissi sulla porta.
Lo so perch hai chiesto di vedermi dice subito
l'uomo. Me l'ha spiegato Konrad. E lo so bene che
Peter non ha parlato. Anche perch non aveva niente
da dire: di me non sa nulla.
Avete fatto un incontro alla Gasthaus... gli ricorda
Klara.
Quello Hermann fa un gesto noncurante era una
piccola emergenza, serviva un nascondiglio per l'esplosivo
e ci era saltato il posto sicuro. E poi volevo vedere
se Peter e quel suo... amichetto avevano pi stoffa di
quel che sembrasse.
E non l'avevano  Klara a completare la frase.
Hanno troppo da perdere... O almeno cos pensano.
E la Notte dei Fuochi?
Un altro errore commenta Hermann. Ma quello 
stato soprattutto tuo. Senza di te, in realt, ne sarebbero
rimasti fuori. Te l'ho detto, a noi non servivano.
Vuoi dire che  colpa mia se Peter  nei guai?
Perch, pensavi di essere innocente?
Klara sente che le gira la testa, poi con determinazione
torna all'argomento che le sta a cuore.
Dopo che l'hanno rilasciato, sono tutti convinti che
abbia fatto i nomi...
Lo so interrompe lui, e qualcosa nel tono della sua
voce la colpisce. Guarda il viso magro, duro.
Sei stato tu dice piano. Tu hai fatto i nomi. E continui
a farli.
Per un attimo sembra che lui voglia negare, poi invece
annuisce.
Non capisco: tu odi gli italiani, li odi davvero. Non
ha senso! protesta lei. Poi, sotto lo sguardo fermo del
monco, si d di nuovo una risposta da sola. Non lavori
per gli italiani.
Non per i carabinieri, di sicuro. Lui quasi sorride.
Ha ragione chi dice che sei una ragazza sveglia. Sarai
molto utile.
Utile a cosa? A chi? A Klara non piace sentirsi una
pedina. Sta per chiedere spiegazioni, poi ci ripensa. Sa
che quell'incontro ha i minuti contati.
Non si tratta di me, ora taglia corto, brusca. Devi
far sapere che Peter non ha tradito. Non mi interessa
come, troverai il modo.
Potrei anche trovarlo, ma non servirebbe risponde
lui. Sono passati anni e le convinzioni non si cancellano
in fretta. In pi, ora il gioco si  fatto complicato.
C' bisogno di eroi, e di capri espiatori. Scuote il capo.
Peter  un morto che cammina. Cammina anche maluccio,
da quando gli hanno sparato.
La tazza scivola dalle dita di Klara, cadendo sul piattino
con uno schianto secco. Qualcuno, nel locale, si gira.
Lei abbozza un sorriso di scuse, poi torna a concentrarsi
su Hermann.
Come sarebbe, gli hanno sparato?
Qualche settimana fa. Un cecchino. Le spiega a
grandi linee l'accaduto, senza emozione. Klara sente montare
la nausea.
Come puoi essere cos indifferente? Peter  il figlio
del tuo amico!
Lui fa una smorfia. Non puoi capire.
Dite tutti cos! Klara batte una mano sul tavolo,
senza pi curarsi di chi la guarda. E invece ti dir una
cosa molto semplice da capire: fuori da questo locale c'
un mio amico, un carissimo amico. Lavora in questura,
a Bolzano, ma l'ho invitato a Innsbruck per il fine settimana.
Crede che io abbia un appuntamento... un po'
difficile, con un corteggiatore di cui sbarazzarmi. Devo
solo lanciare un urlo, ed entrer a salvarmi. Sar entusiasta
di scoprire che il fantomatico corteggiatore  l'uomo
pi ricercato d'Italia...
Capisco. Hermann sembra riflettere. E se ti dicessi
che aiuter Peter, tu ti fideresti?
S dice lei. Conosco un po' gli ex soldati... di una
certa generazione.
La manterrei. L'uomo appare quasi lusingato.
Peccato, per e si alza.
Peccato cosa? Klara  confusa.
Peccato che il tuo amico sia stato richiamato d'urgenza
a Bolzano... Un'indagine urgente, un attentato da
sventare. Hermann le passa accanto con un'occhiata
ironica. Non  riuscito ad avvertirti.
Ed esce, lasciandola sola e umiliata. Peter, un morto
che cammina... non lavoro per gli italiani... non puoi capire...
Le frasi di Hermann le vorticano in testa come
un rompicapo impossibile, la cui soluzione  la salvezza
di Peter. Deve tornare a Bolzano, trovarlo. Riprendere
in mano le redini della situazione.
Alle sue spalle la gente continua a chiacchierare. Sul
tavolo vicino, dove Hermann aveva posato il cappello,
c' una copia del quotidiano Die Presse. Un titolo
enorme riempie la prima pagina: KENNEDY ASSASSINATO.

Gnther, dobbiamo vederci. Katharina ha un tono
urgente.
Dove sei? domanda Gnther seccato. Le regole
sono chiare,  lui a decidere quando incontrarsi.
Alla stazione.
Come, che stazione? Oggi non sono a Bolzano!
Sono qui dice Katharina. Il suo sguardo percorre
l'atrio deserto, la sala d'attesa vuota, le montagne innevate
oltre i vetri.  a qualche decina di chilometri da casa,
ma si sente in un paese straniero.
Vuoi dire a Taisten?
S.
Ma sei impazzita? Ti avevo detto di non metterci
mai piede, qui!
Hanno sparato a Peter.
Katharina ascolta il silenzio allungarsi all'altro capo
del filo. Si sente sola, senza appoggi. Un agguato a suo
figlio, e lei lo ha saputo solo settimane dopo. Il mondo
sembra impazzito e ha bisogno di qualcuno a cui
appoggiarsi.
Aspettami l. Non uscire. Arrivo tra cinque minuti
dice infine Gnther, agitato. Quando vedi il furgone
esci e sali in fretta.
Riattacca e Katharina si mette in attesa dietro la porta
a vetri dell'ingresso. Tanto lei  brava ad aspettare. Ha
aspettato in tempo di guerra con un bambino in braccio.
Poi nel dopoguerra, con Peter, cos somigliante al
padre, come unica consolazione. Infine, un giorno, l'immagine
di un uomo  comparsa in una vetrina di via dei
Portici, a Bolzano, dove lei non va quasi mai. Un miraggio
alto, robusto, le spalle larghe sotto una camicia
a quadri. Occhi azzurri e una barba folta, un berretto
di tela. Si  girata a guardarsi alle spalle, dall'altra parte
della strada, ma non c'era pi nessuno.  tornata a fissare
la vetrina, ma le rimandava solo l'immagine di un
elegante abito blu con le scarpe abbinate. Poi, ha sentito
dietro di s una presenza, un calore familiare, mai dimenticato.
Gnther, l'unico uomo fatto apposta per lei.
Sapeva che un giorno sarebbe tornato. E ora era l. Ma
le cose erano ben diverse da come aveva sognato. C'erano
di mezzo alcuni imprevisti. Una moglie e due figlie,
per esempio.
Lo sai che non ci puoi venire, qui,  troppo rischioso
la apostrofa Gnther appena gli si siede accanto. Ha
paura, pensa lei, stupita del proprio potere. Non  abituata
ad averne. Forse doveva venire prima.
Hanno cercato di ammazzare Peter ripete.
Che cosa  successo? domanda lui con le mani sul
volante, senza guardarla.
Lo aspettava un cecchino, probabilmente uno dei
vostri. All'alba, all'uscita dei magazzini dove lavora. Lo
ha colpito solo alla gamba, per fortuna le parole escono
a fatica.  ossessionata da quella scena: il suo bambino
abbattuto come un cane in una strada senza luce, da
un assassino senza volto.
E adesso  da te?
No, non vuole pi vedermi. Per via dei soldi
puntualizza fissandolo. Lui abbassa lo sguardo, ha il buongusto
di vergognarsi. O forse  solo seccato di sentirsi
ricordare che il denaro messo da parte per far studiare
il figlio  servito a salvare la sua segheria dal fallimento.
Ti ho detto che te li ridar borbotta. Non mi
sembra una tragedia cominciare a studiare con un paio
d'anni di ritardo, vedrai che ora la fortuna girer e Peter
li riavr con gli interessi.
L'hai detto gi tre anni fa commenta lei. Ma adesso
non  questo il problema. Devi aiutare tuo figlio, fermare
quella gente.
Ma non ho idea di chi sia stato!
Non mi importa. Vi conoscete tutti. Se fai passare
parola, arriver a chi gli d la caccia. Peter non ha fatto
niente di male, non ha denunciato nessuno, n Hermann
n altri.
Katharina lo osserva con una lucidit inconsueta.
Non porta il suo anello, ma Gnther  l'uomo che ha
scelto per la vita, a dispetto di tutto. In questo momento
il suo viso  quello di un fallito. Che non ha saputo essere
fedele a nulla, nemmeno a se stesso. Che non sa dire
nemmeno una parola di affetto e preoccupazione per il
figlio nato dal loro amore. Un uomo che pensa solo a
cavarsela: non ha mai pensato ad altro.
Ci provo. Ma tu promettimi di non venire mai pi
dice ora, e lei si sente invadere dal disgusto.
Gnther, ho accettato tutto. Tua moglie. Le tue figlie.
Il tuo tradimento. Quella che chiami la tua nuova
vita protesta. Per la mia, di vita,  Peter. Non ho
nient'altro.
Hai me.
No, tu non ci sei! Mi cerchi quando ne hai voglia
perch tua moglie ti annoia. Perch ti ricordi com'ero a
sedici anni. Perch ti piace quando ti dico che sei l'unico
con cui io abbia mai fatto l'amore.
Non dire cos. Io ti amo!
Nonostante tutto, quella dichiarazione appassionata
le scalda il cuore. Lascia che lui le prenda la mano.
Ti amo anch'io dice. E per sempre. Ma adesso
dobbiamo salvare Peter. Non basta dire che non  stato
lui a tradire. Devi consegnare chi lo ha fatto davvero la
voce di Katharina  una staffilata. Sai benissimo chi .
La paura sul volto di Gnther diventa terrore.
Non ho idea di dove sia! esclama.
Balle!
Te lo giuro!
Non mi importa. Datti da fare! Katharina non
vuole sentire ragioni. Il poliziotto che ha messo in giro
quella voce su Peter:  lui che adesso lo protegge. Ma
solo se gli diamo ci che chiede.
E chi sarebbe questo italiano?
Uno che lavora per l'antiterrorismo. Si chiama Umberto.
Un tipo che non si ferma davanti a nulla.
Katharina si scopre a pensare che l'italiano non lascerebbe
suo figlio nei guai. Che non avrebbe paura per s, e saprebbe
prendere in mano la situazione. Ma senza di lui,
Peter non sarebbe nei guai. O s? Non ha nemmeno mai
detto a Gnther che il poliziotto ha portato via la sua
vecchia fotografia in uniforme, e gliel'ha fatta restituire
il giorno dopo. Che cosa sa?
Far quel che posso, te lo prometto. Gnther guarda
rapidamente fuori dal finestrino del furgone, il piazzale
 deserto. Le appoggia una mano sulla coscia, si
china verso di lei per baciarla. L'amore dei suoi vent'anni,
pensa. Quand' che tutto  diventato cos faticoso?
Problemi economici con i conti della segheria che non
tornano, la moglie a cui non va mai bene niente, ora anche
quel figlio che non ha mai visto. Katharina era l'unica
a non avergliene mai dati di problemi, finora.
Lei respinge la sua mano e apre la portiera.
Trova Hermann in fretta, altrimenti dir tutto a tua
moglie, e anche al poliziotto.  il momento di scegliere:
puoi salvare Peter, oppure Hermann conclude, poi si
corregge. O meglio: puoi salvare Hermann, oppure te
stesso.
Balza gi dal furgone e corre dentro la stazione.
Nell'atrio anche adesso non c' nessuno, solo un uomo
che cerca un po' di calore nella cabina telefonica. O
forse sta chiamando? Poco importa. Katharina si chiede
se sia di Taisten, se l'abbia vista insieme a Gnther, se
venire l sia stata una buona idea. Ma lei ha gi fatto tutto
ci che poteva, gli ha dato tutto ci che aveva. Ora 
il momento di chiedere.
...
27. Stato d'emergenza.

Il 1962  l'anno in cui si intensifica l'attivit in Sudtirlo
dei gruppi dell'estrema destra internazionale. Nel
vicino Veneto  molto attiva la formazione neofascista
Ordine nuovo, dalla Germania e dall'Austria arrivano
in forze Norbert Brger e i suoi, e si parla di un coinvolgimento
dell'OAS francese (Organisation de l'Arme
Secrte, l'organizzazione paramilitare francese nata per
contrastare la rivendicazione d'indipendenza dell'Algeria).
Non c' quindi da stupirsi che, alla fine di quell'anno,
i movimenti dei sudtirolesi e dei loro fiancheggiatori
oltreconfine siano seguiti molto da vicino. Dopo aver
ascoltato dalle voci dei testimoni il racconto del modo
in cui lo Stato si organizz per sventare gli attentati,
cerco tracce di questo aspetto della vicenda negli archivi
storici dei carabinieri e della Guardia di finanza. Ne
emerge un quadro interessante di cinque anni in cui la
tensione non fece che crescere, allargandosi anche fuori
dal Sudtirlo.
Il 27 ottobre 1962 la questura di Bolzano comunica
ad altre del Nord Italia che le note associazioni
antitaliane, aventi sede in Austria, "Bergisel Bund",
"Befreiungsausschuss Sdtirl" e "Notring fr Sdtirl",
da alcuni mesi, hanno ricominciato il reclutamento
di giovani "guastatori", destinati ad operare in
territorio italiano, a gruppi isolati di tre o di cinque
elementi e che in varie citt austriache della Stiria,
della Carinzia e del Tirlo, da qualche tempo vengono
organizzati, sotto apparente scopo didattico, appositi
corsi di insegnamento e perfezionamento sulla manipolazione
e l'impiego di materie esplodenti. Una
conferma che il movimento  infiltrato. Le soffiate
sono precisissime, indicano quali auto devono transitare
per la frontiera e quando lo faranno, riportando
numero di targa, identit degli occupanti, percorsi
che seguiranno, strutture in cui alloggeranno (perlopi
campeggi e ostelli, per schivare la curiosit delle
forze dell'ordine).
Attentati sono in programma tra il 16 ed il 23 giugno
in coincidenza con la ricorrenza della festa del "Sacro
Cuore", per ricordare la "notte di fuoco" del 12 giugno
1961 avverte un messaggio del 13 maggio 1963.
Bisogna tenere d'occhio elementi pangermanisti austriaci
che entreranno in Italia in compagnia di giovani donne,
muniti di falsi documenti, su autovetture di fabbricazione
austriaca o germanica munite di targhe italiane
recanti la sigla "BZ" o di targhe austriache con le sigle
"G" o "T", o "W", o di targhe germaniche recanti
le seguenti sigle: "DAH", o "FFB", o "GAP" o "M" o
"PA" o "RID". Sembra un rebus ma  un vademecum
prezioso. In realt,  ad agosto del 1963 che scoppiano
le bombe, circa una dozzina: colpiscono tralicci e case
abitate da italiani nella zona di Bolzano, ma senza causare
vittime.
L'11 marzo 1963 il questore di Milano avverte i comandi
dei carabinieri di Milano est, Como, Pavia e Varese:
Fonte fiduciaria attendibile segnala che, nonostante
in questi ultimi giorni ci sia stata una battuta di arresto
dovuta probabilmente al fermo, alla frontiera del Brennero,
di una macchina carica di dinamite,  prevista per
i prossimi mesi una ripresa di azioni terroristiche da parte
di elementi oltranzisti altoatesini. Sarebbe, fra l'altro,
previsto nella prossima primavera un attentato dinamitardo
al maggior deposito di carburanti della Liguria,
nei pressi di Genova. Il 27 ed il 28 aprile di quell'anno,
due bombe esplodono a Genova e a Milano, per nei
depositi bagagli delle stazioni ferroviarie. Nessuna vittima
nella prima citt, mentre nella capitale lombarda si
contano sei feriti.
La violenza si allarga. Non si tratta pi dei disordini
interni causati da una minoranza secessionista di una
piccola provincia sui monti.  un vero e proprio allarme
terrorismo che rimbalza da una questura all'altra in
tutto il Nord Italia. E passa oltrefrontiera, dato che a
settembre ai colpi anti-italiani di agosto risponder
l'attentato di matrice neofascista di Ebensee, nel salisburghese,
che come abbiamo visto causa un morto,
l'ispettore della gendarmeria austriaca Kurt Gruber, e
undici feriti. Su questo attentato ricorder Silvano Russomanno,
nell'intervista a Sergio Zavoli: Fu l'unica occasione
che io possa ricordare in cui qualcuno - un mio
superiore, evidentemente - mi preg di aspettare, di soprassedere...
e giustamente, devo dire, perch l'avere
scoperto i neofascisti che avevano fatto attentati in Austria
ci serv come meravigliosa merce di scambio con la
polizia austriaca.
La sorveglianza viene rafforzata di pari passo. Il 28
luglio 1963 un messaggio raccomanda di rivolgere
massima attenzione, procedendo con ogni impegno, nei
confronti di elementi sospetti da ricercarsi prevalentemente
tra elementi giovani, ambo sessi, di lingua tedesca
sia nazionali che stranieri. Nel novembre 1963 i comandi
dei carabinieri sono avvertiti di intensificare la
vigilanza mediante pattugliamenti saltuari nell'interno
e nelle immediate adiacenze all'esterno delle caserme,
specialmente nelle ore notturne. Non dimentichiamo
che  un anno elettorale: il 4 dicembre 1963 si forma il
primo governo Moro, che coinvolge per la prima volta
i socialisti. Tre giorni dopo comincia, a Milano, il maxiprocesso
ai responsabili della Notte dei Fuochi.
Nel maggio 1964 si tiene a Ginevra un incontro tra
il ministro degli Esteri austriaco Bruno Kreisky e quello
italiano Giovanni Saragat, per cercare un'intesa. Per chi
ha interesse a mantenere alta la tensione ed il livello del
caos,  un accordo che non s'ha da fare.
Nelle caserme delle forze italiane in Sudtirlo e sui
tavoli degli inquirenti arriva un po' di tutto: delazioni,
informazioni genuine, depistaggi. Come discernere tra
il materiale utile e quello inutile o che, peggio, rischia
di inquinare le indagini? Alla conoscenza imperfetta del
luogo, delle sue tradizioni e della sua geografia si unisce
il problema della lingua.
Un metodo usato con successo  la presenza sul campo:
andare nei bar, negli alberghi, nelle chiese, parlare
con il sindaco, studiare la socialit locale. Conoscere
il territorio in modo quanto pi possibile capillare. Lo
testimonia un documento del 1968 del comando della
Guardia di finanza, sottosezione Aurina, che fa onore
all'impegno di chi lo compil. Il rapporto, marcato
RISERVATO, mappa con estrema precisione tutti i paesi
della zona, descrivendo luoghi, attivit, personalit
di interesse. Ci sono notizie sulle tendenze anti-italiane
o meno dei maggiorenti locali, dai sindaci ai parroci ai
grandi possidenti; informazioni dettagliate sulle aziende,
compresi i macchinari e il numero dei dipendenti
oppure gli ettari coltivati, i boschi, i capi di bestiame. Ci
sono dati precisi sulle finanze degli abitanti pi in vista
e sulla loro appartenenza politica, per seguire le tracce
dei finanziamenti ai terroristi.
Nella voce Attualit compare una ricognizione
delle istituzioni locali, dagli Schtzen ai pompieri ai
capi di partito. Scrive in particolare il relatore:

Fermenti politici.

Delle quattro valli prese in esame, la Valle di Tures 
la pi interessata da fermenti politici anti-italiani.
Psicologicamente una parte della popolazione approva
i quattro bravi ragazzi [i Puschtra Buabm, N.d.R.]
ed anche il gruppo di terroristi che hanno compiuto
attentati nella conca di Brunico, che del resto appartengono
a questa valle. Il centro in cui  pi intensa la
propaganda anti-italiana  il bar Steger di Molini. [...]

Capi frazione.

I capi frazione sono fedelissimi e rigidi esecutori delle
direttive della SVP. Sono quasi tutti dell'ala estremista
del partito. Nel loro passato non  raro scoprire che
si tratta di militari della SS o della Wehrmacht,
spesso con incarichi speciali.

Non mancano misure tipiche di una situazione d'emergenza,
in cui il normale andamento della vita civile viene
scardinato. Il 10 marzo 1965, il ministero delle Poste e
Telecomunicazioni stabilisce le modalit per l'eventuale
ripristino del servizio dei pacchi postali dall'Austria
all'Italia, dunque il servizio era stato sospeso. Viene richiesta
l'apertura di tutti i pacchi, alla frontiera, da parte
degli organi doganali austriaci. Poi vanno richiusi e
sigillati, con l'indicazione Vrifi e sorvegliati a vista
fino a che non ripartono. Questo vale anche per i pacchi
destinati ad altri Paesi, ma che transitano per l'Italia. 
una procedura da tempo di guerra.
Un documento del 10 ottobre 1966 del comando
generale dell'Arma dei carabinieri d notizia ufficiale
dell'istituzione di un reparto speciale di rinforzo per
l'Alto Adige presso il Settimo Battaglione CC di Bolzano.
Include elementi scelti dell'esercito (carabinieri, alpini,
paracadutisti sabotatori), della Guardia di finanza
e della Polizia di Stato. Siamo all'indomani della strage
di Malga Sasso del 9 settembre 1966, che ha distrutto
una caserma della Guardia di finanza: hanno perso la
vita tre militari e quattro sono stati feriti. L'anno, come
il precedente,  stato martoriato da esplosioni e scontri
a fuoco. Vari sintomi (nessuna sospensione dell'attivit
terroristica durante l'inverno, intensificazione della propaganda
"irredentistica", azione svolta all'interno della
S VP dall'ala estremista) fanno ritenere che a primavera
ed anche prima si verificher una massiccia ripresa
dell'azione di gruppi antinazionali. In un'intervista alla
televisione tedesca ARD, a luglio, Norbert Brger ha
d'altra parte annunciato nuovi attentati. Le sue dichiarazioni
hanno provocato una reazione ai massimi livelli:
il ministro degli Esteri tedesco Gerhard Schrder ha
condannato ufficialmente la trasmissione in quanto nociva
per le relazioni estere della Repubblica Federale.
I compiti del nuovo reparto speciale sono:
Controllare, con pattugliamenti e appostamenti, le zone pi
impervie della fascia di frontiera con l'Austria, ad integrazione
dei distaccamenti di confine. [...] Estendere
e potenziare l'azione delle forze mobili operanti nella
predetta fascia di frontiera. L'allegato 1  marcato
SEGRETISSIMO ed  un organigramma che non contiene
nomi, ma descrive la composizione del corpo scelto:
oltre al comando compaiono otto nuclei, ciascuno composto
da tre squadre di sei uomini, pi un comandante.
 prevista l'attivazione di 65 distaccamenti. Fra le varie
misure si legge: intensificazione dei servizi di controllo
stradale, con la corrispondente istituzione di schedari
delle persone e degli automezzi controllati; approvvigionamento
(ancora in corso) di 100 mine W1 italiane
a strappo, cedute dal IV C.A. [Corpo d'Armata, N.d.R.]
da usare - senza pericolo per le persone - come trappole
di allarme notturno per la difesa passiva delle caserme
pi esposte. Si chiedono rinforzi: 50 sottufficiali e 250
militari di truppa; [...] impiego di 65 sottufficiali e 250
militari di truppa nei PP.VV. [passi e valichi, N.d.R.]
[...]; costituzione di altre 9 squadriglie [...]; vigilanza
lungo la linea ferroviaria (militari impiegati: 72). Oltre
agli uomini e alle armi vengono richieste le unit cinofile.
Si bloccano i trasferimenti del personale in servizio al
gruppo di Bolzano, fino al 1 dicembre 1967. Le misure
descritte dovrebbero consentire all'Arma di ben fronteggiare
il fenomeno del terrorismo, anche se tale attivit
potr essere stroncata soltanto con adeguati provvedimenti,
anche legislativi, di carattere speciale.
Grandi manovre, giustificate da un clima di allerta
permanente. Risulta con chiarezza da un piccolo plico
di appunti, che riportano ritrovamenti di armi nei boschi,
avvistamenti di persone sospette, in due casi la scoperta
di un ordigno inesploso. Sono dell'estate del 1967
e la maggior parte riguarda perlustrazioni nei dintorni
di Cima Vallona, nel bellunese. Alla fine di luglio gli allarmi
sono quasi quotidiani, e seguono tutti lo stesso copione:
per esempio il 25 luglio 1967, alcune persone
sorprese vicino al confine avrebbero aperto il fuoco sentendo
intimare l'alt. Nello scontro un finanziere rimaneva
ferito. I predetti riparavano in territorio austriaco
dice il rapporto. Pochi giorni dopo, nella notte del 28
luglio, alpini del posto di vigilanza di Forcella Dignas,
sito nel comune di San Pietro in Cadore, hanno notato
le ombre di tre persone provenienti dal territorio austriaco.
Hanno sparato, ma a causa della foschia i colpi
sono andati a vuoto, e quando sono tornati sul posto
al mattino, per controllare assieme ai colleghi austriaci,
hanno trovato presso la linea di confine, dalla parte del
territorio italiano, le impronte recenti di due persone.
La notte del 30 luglio, di nuovo lo stesso copione, a Forcella
Dignas e a Cima Frugoni. Eppure, un attentato a
Cima Vallona c' gi stato, esattamente un mese prima:
perch insistere su quel passo?
Nelle caserme, probabilmente, ci si sente sotto assedio.
Spari nella notte, la minaccia incombente di uomini
che si muovono nei boschi come a casa loro, esplosioni
che sembrano farsi sempre pi vicine, sempre pi
frequenti.
Nell'Ufficio storico del comando dell'Arma dei carabinieri,
un fascicolo intitolato Attivit terroristica
in Alto Adige, che riguarda il solo trimestre ottobre-dicembre
1967, contiene una trentina di brevi note relative
ad altrettanti attentati, molti dei quali sventati. Uno
 purtroppo il caso, grave e ben noto, della valigia imbottita
di esplosivo rinvenuta il 30 settembre alla stazione
di Trento, sul treno Monaco-Roma, che costa la
vita al brigadiere di polizia Filippo Foti e alla guardia
Edoardo Martini, mentre cercano di disinnescarlo in
una zona isolata dello scalo merci. Un altro  la notizia
di uno strano contrattacco: il 7 ottobre 1967, sulle scale
del consolato austriaco a Roma, viene ritrovato un involucro
dall'aspetto di ordigno a orologeria con all'interno
blocchetti in cemento, rivestito con la copertina di
un vocabolario italiano; volantini a stampa, a firma "giovent
italiana caravella", con scritte di protesta contro
gli attentati terroristici in Alto Adige. Altri volantini
con la scritta PORCI TERRORISTI, PRESTO CREPERETE
TUTTI vengono distribuiti a Bressanone il 22 ottobre.
Il ritratto che emerge dai documenti delle forze dell'ordine
italiane, soprattutto per il biennio 1966-1967,  insomma
quello di una guerra a bassa intensit. Nel luglio
1967, in un'altra intervista stavolta allo Spiegel,
Norbert Brger, lo afferma chiaramente: pensa sempre che
gli attentati in Sudtirlo siano utili? chiede il giornalista.
E il neonazista: Oggi sono pi necessari di prima.
Devono esplodere abbastanza bombe, dice, da far convergere
su quella provincia l'attenzione dell'Europa intera.
I mezzi non mancano: il 28 ottobre 1967 viene scoperto
dalla Guardia di finanza, a Clusio di Malles Venosta, un
arsenale segreto in un anfratto roccioso: quattro chili di
donarite, un chilo di gelatina, sessantadue metri di miccia,
trentacinque detonatori, novantadue cartucce per fucile
Mauser.  solo uno dei tanti.
Si ha notizia di fermi cautelari e arresti, in un caso l'ordine
di cattura di una cameriera ventiduenne, Maria,
accusata di cospirazione politica mediante associazione.
Un agricoltore venticinquenne, Adolfo, nella cui casa
vengono trovati una mina antiuomo a strappo e un
candelotto nebbiogeno, propriet dell'esercito italiano.
Due fratelli di Appiano, invece, probabilmente pi che
al terrorismo si dedicavano al bracconaggio dato che la
nota enumera tra i materiali confiscati, oltre ad armi e
munizioni, 9 kg di carne di capriolo. A fine novembre,
in un pomeriggio da lupi (avverse condizioni atmosferiche
dice il rapporto) una pattuglia in elicottero
individua sul confine un aereo leggero con accanto due
persone: cosa porta? Dove  diretto? Di questi tempi,
nessuno pensa possa trattarsi di turismo.
Non mancano le stranezze: per esempio una lettera
di richiesta di denaro, che due farmacisti di Laives e di
Ora consegnano ai carabinieri del loro paese, in cui un
misterioso (anche ortograficamente) Komitato per la
liberazione del Sudtirler-BAS-Linz chiede sostanzialmente
soldi in prestito, promettendone la restituzione
oltre a oscure protezioni, in un italiano a dir poco
singolare. Cos comincia la missiva:

Herr Direktor!
Siete pregato di versare una somma per prestito ai
patrioti del Sudtirlo, ke vi sar restituita entro 10
anni, raddoppiata.
Portate intanto il denaro in biglietti da 100 mila
avvolti in carta impermeabile entro busta grigia nel
posto sottoindikato.

Seguono undici regole per la consegna, dal tono altrettanto
caricaturale. L'ultima recita: State lontano
dagli uffici pubblici e dalle kaserme. Voi siete nostro
amico e non vogliamo che vi sia fatto del male. Nascondete
kestya lettera che vi servir fra 10 anni per essere
dei nostri.
L'anno, qui,  gi il 1968 e questo documento appare
come uno scherzo o, al massimo, un tentativo di truffa
organizzato contando sull'ingenuit dei sudtirolesi amici
dei combattenti. Ma  un interessante indicatore
della psicosi che circolava nella provincia. E nella penisola
intera, a giudicare dai servizi e dai reportage che
quotidiani e periodici dedicano alla questione sudtirolese,
in concomitanza con i fatti di sangue pi eclatanti del
biennio 1966-1967 che culminer, come vedremo, con
la strage di Cima Vallona.
Il 28 luglio 1966, il quotidiano Roma manda un inviato
ai funerali di Salvatore Cabitta, finanziere ucciso
in un attentato a San Martino in Val Casies. Sono continuate
per tutta la giornata le azioni di rastrellamento
e di pattugliamento sempre, purtroppo, senza risultato.
Centinaia di uomini sono impegnati in queste operazioni.
Si  calcolato che la sola azione di vigilanza lungo il
confine venga a costare all'erario italiano oltre un miliardo
di lire all'anno riporta il cronista.
C' qualcuno oltreconfine che tiene in mano i fili
dell'organizzazione criminale e che manovra con fredda
determinazione le pedine sulla scacchiera altoatesina
scrive Il Tempo del 6 agosto 1966, dando notizia
anche della mozione presentata dall'onorevole Giorgio
Almirante, deputato del MSI, il giorno prima in Parlamento,
in cui si invita a troncare ogni e qualsiasi trattativa
internazionale che abbia come oggetto l'assetto
interno della provincia di Bolzano, questione di stretto
carattere interno e di pertinenza esclusiva dello Stato
italiano. E annuncia che Aldo Moro  arrivato in Trentino
con la famiglia per trascorrere un periodo di riposo
a Predazzo. Dato il clima, pi che il riposo sembra
probabile che il primo ministro avesse in mente di dare
un segno di presenza delle istituzioni, e di fiducia nelle
forze impegnate sul territorio. Ma non baster, e l'autunno
non porter la pace.
Il 10 settembre 1966, all'indomani della strage di
Malga Sasso, Paese Sera titola: Il problema altoatesino
luned alla Camera. Presentate numerose interrogazioni
ed interpellanze. Sottolineate le responsabilit
del revanscismo tedesco. Cordoglio e riprovazione
anche in Alto Adige. Il ministro dell'Interno Paolo
Emilio Taviani, dice l'articolo, si  recato di persona sul
posto per indagare. Appena venuti a conoscenza della
tragica fine di due guardie di finanza al confine, Moro e
Nenni si sono subito incontrati a Palazzo Chigi ed hanno
discusso la situazione creatasi per un'ora e mezza.
Oltre a consultarsi con Nenni, il presidente del Consiglio
si  tenuto in costante contatto con la Presidenza
della Repubblica, con il ministero delle Finanze e con
quello dell'Interno. [...] Sempre ieri il Papa [Paolo VI,
N.d.R.], con un telegramma al vescovo di Bolzano tramite
il segretario di Stato Cicognani, aveva espresso il
cordoglio per le vittime elevando un'accorata riprovazione
del nuovo atto di violenza. Tutti, in primo luogo
gli esponenti della sinistra italiana, ma anche il Consiglio
comunale di Bolzano, parlano di matrice neonazista
degli attentati.
Il settimanale Epoca dedica al Sudtirlo la copertina
del numero del 18 settembre 1966, con il titolo Il delitto
e il disordine. Si sottolinea qui anche una preoccupazione
di tipo economico: Entro dicembre, dal passo
del Brennero saranno entrati in Italia dieci milioni di turisti.
Bloccare la frontiera, attraverso cui passano, nei
due sensi, fino a ventimila auto al giorno,  impensabile,
sostiene l'articolo. Non mancano i dettagli di costume
sulla visita del ministro Taviani: C'erano alti funzionari,
nei giorni scorsi, che si preoccupavano soprattutto di
fargli arrivare con impeccabile tempestivit la colazione
in camera. Fra Bolzano e il Brennero si incrociavano
febbrili consultazioni telefoniche al culmine delle quali
un funzionario gridava con energia: "Lo yogurt, mi raccomando,
non dimenticate lo yogurt".
Il 2 ottobre 1966 la Domenica del Corriere
pubblica le foto di otto ricercati esposte in tutte le caserme
delle forze dell'ordine italiane. Sono: Norbert Brger,
Georg Klotz, Sigfrido Steger, Giuseppe Forer, Enrico
Oberlechner, Heinrich Oberleiter, Luigi Larch, Carlo
usserer. Chiss perch solo alcuni nomi sudtirolesi
vengono italianizzati. Questi otto uomini sono tra gli
esponenti pi pericolosi del terrorismo neonazista
dichiara senza appello il giornale.
Questa dunque  la situazione alla met degli anni
Sessanta. Le forze dell'ordine si sentono in guerra contro
un nemico di cui capiscono a malapena l'identit,
ma che percepiscono come ubiquo e spietato. Le facce
dei nemici pubblici della nazione campeggiano sul
supplemento domenicale del principale quotidiano italiano.
Le massime cariche dello Stato ordinano di serrare
i ranghi, intensificare le indagini, battere i confini.
Eppure ormai tutto, o quasi,  gi successo.
Per addentrarci negli ultimi fuochi degli anni Sessanta,
e negli inganni che li alimentarono, dobbiamo ora
tornare indietro a un anno cruciale per la nostra storia:
il 1964.
...
28. Gli arsenali della CIA.

Bolzano, inverno 1964.

Klara ha lasciato passare Natale e Capodanno senza tornare
a casa. Non si sentiva in vena di celebrazioni e le
feste in Sudtirlo sono cos dolci, con le luci magiche,
il ghiaccio che scintilla, il bicchiere caldo di Glhwein
stretto tra le mani guantate. Cos ingannevoli. Nell'anno
appena cominciato non ci sar posto per queste distrazioni.
La caligine dei buoni sentimenti, il pensiero della
famiglia e dei bambini, la tentazione di una vita confortevole
sono nemici da evitare.
Esce dall'appartamentino in via della Mostra che suo
padre le ha affittato quando gli ha detto che voleva tornare
a Bolzano, subito dopo aver visto Hermann.  stato
un sollievo, per Franz: non ha fatto domande.
Nemmeno Peter ne ha fatte, quando si sono rivisti: zoppica
ancora, ma l'ha stretta senza esitare tra le braccia forti
che non  mai riuscita a dimenticare. Si sono perdonati
silenziosamente le distanze, i tradimenti, e si sono promessi
di proteggersi a vicenda. Di proteggere ci che c'
fra loro.
Klara entra senza bussare nell'ufficio del padre.
Franz sorride alzando il naso dai suoi fascicoli.
Toh, guarda guarda! dice, poi le va incontro. Un
piacere inaspettato! Sei tornata da settimane, e vieni a
trovare solo ora il tuo vecchio pap?
Non sei vecchio Klara lo abbraccia forte, sente la
sua sorpresa. E poi ci siamo sentiti spessissimo.
S, ma per telefono non  la stessa cosa... Franz la
stacca da s per guardarla. Sembri... pi adulta.
 un modo per dirmi che ho le rughe?
Le rughe no, dei dispiaceri s. Il padre non si lascia
distrarre dal tono scherzoso. Eppure non mi sembra
che sia successo niente.
Mi tieni sempre d'occhio, eh?
Soprattutto ora che sei tornata a vedere quel Peter...
Sono in parecchi a tenere d'occhio il tuo fidanzato,
a Bolzano.
Eppure non basta si incupisce lei. Pap... Ho
qualcosa da dirti.
Lui pensa subito:  incinta. Rosa ne sarebbe cos felice,
sogna un nipotino, la normalit. Ma no, non  quello.
Klara  troppo simile a lui.
Dai, siediti. Beviamo un caff le indica l'angolo
con il divano, la poltroncina e il tavolo basso ed esce per
dare istruzioni alla segretaria. Quando rientra, Klara 
in piedi davanti alla grande cartina del Sudtirlo. Le si
avvicina.
Mi  sempre sembrata grandissima, questa cartina
dice lei senza voltarsi. Ma  molto piccola, vero?
Il padre le posa una mano sulla spalla.
Non  la cartina che  piccola dice.  il gioco, che
 molto pi grande.
Gli idealisti della prima ora non servono pi, se non
come martiri della causa. Ora  il momento dei professionisti
azzarda Klara. Come Kerbler. Come Borth.
Per questo mi avevi fatto i loro nomi. Non perch li
tenessi d'occhio, non ti servivo certo io per questo. Ma
perch capissi.
Per un momento, lui non dice una parola. Poi con un
gesto impulsivo abbraccia forte sua figlia.
E hai capito... Sono fiero di te le sussurra nei capelli.
Poi la segretaria entra con i caff. Ora siediti,
dai aggiunge, quasi con il tono di un capo.
Il loro colloquio dura un'ora. Franz le spiega l'escalation
in corso, la rete dell'eversione nera che in tutta
Europa si va riformando, la crisi nella politica americana
dopo l'assassinio di John Kennedy, la necessit di
usare ogni mezzo, anche i neofascisti come i quattro attentatori
di Ebensee, anche i neonazisti come Borth e i
doppiogiochisti come Kerbler, per contrastare l'avanzata
del comunismo in Occidente. L'Italia  a rischio, le
spiega. Le elezioni politiche dell'anno precedente hanno
portato al primo governo di centro-sinistra guidato
da Aldo Moro, che sta aprendo al Partito socialista guidato
da Nenni. Inoltre quest'anno tutti si aspettano una
netta avanzata dei comunisti, alle elezioni amministrative.
L'impressione  che il presidente della Repubblica,
Antonio Segni, non abbia pi la forza di mantenere gli
equilibri. Gli americani temono che nel fronte anticomunista
cos faticosamente costruito possa aprirsi una
breccia proprio in Italia. Il Sudtirlo e il confine del
Brennero sono ancora importanti, ma ora devono inserirsi
in una strategia pi ampia.
Il medico italiano che ha ricucito Peter  comunista
osserva Klara. Vuoi dirmi che il pericolo ora sono
quelli come lui, e non quelli che mettono le bombe?
Non ancora, ma potrebbero diventarlo. Perfino qui.
Il padre si alza. Hai un paio d'ore per me?
Per te, sempre risponde lei seguendolo fuori.
Pochi minuti dopo sono in auto diretti verso sud, al
Kalterersee.
C' una cosa che non ti ho ancora detto... Sono stata
a Hall confessa Klara a bruciapelo. Lo vede irrigidirsi,
sorpreso. Almeno per una volta, evidentemente,
 stata abile, a eludere, la sorveglianza dei suoi angeli
custodi a Innsbruck. Ho... riprovato il dottor Leitner.
Mi ha parlato di Michael.
Franz continua a tacere.
Non avresti potuto fare nulla, e neanche lui
aggiunge Klara con foga. Non  colpa tua.
Lui fissa la strada, deglutisce con fatica come se un
boccone amaro gli impedisse di parlare. Poi dice: Sei
stata coraggiosa. Molto pi di me.
Lei ha l'impressione che stia per piangere. Si gira a
guardare fuori dal finestrino, per rispettare il suo dolore.
In lontananza scintillano le acque del lago.
Heinz Leitner era un amico e sono sicuro che ha
fatto ci che poteva continua Franz. Non c' nulla da
rimproverare, nulla da perdonare. Per me, invece,  un
altro discorso. Io ho fatto un errore: non ho capito. Non
sono partito in tempo. Con Rosa, con Michael. Quando
i nazisti sono andati al potere mi sono detto che non sarebbe
durata, che la democrazia avrebbe prevalso. Che
si sarebbero normalizzati, una volta al governo. Che i
loro slogan incendiari erano solo parole per conquistare
voti, e le esigenze della politica li avrebbero fatti ragionare.
Siamo stati in tanti a pensarla cos. A chiudere occhi
e orecchie. Eravamo terribilmente arroganti. Batte
la mano aperta sul volante e Klara si gira e lo scruta.
Ho capito troppo tardi che la violenza va combattuta
con una violenza ancora pi terribile. In questo mondo
non c' posto per la tirannia, e i tiranni si rovesciano con
le armi.
Franz rallenta, sono arrivati. Ma dove? L'ultimo tratto
di strada che hanno percorso  uno sterrato, intorno
c' solo bosco.
Cos sono rientrato a Berna senza Michael, e tua
madre ha smesso di amarmi conclude.
Non  vero! protesta Klara. Mamma ti ama moltissimo,
ho sempre pensato che foste la coppia perfetta.
Anche questo sospira suo padre fa parte del gioco.
Una sola cosa, nella nostra vita dopo Michael, non
ne  stata parte. Una sola cosa era vera.
Quale?
Tu.
Spegne il motore. L'aria si riempie del cinguettio degli
uccellini. Klara mette la mano sulla sua, la porta alle
labbra.
Ora faccio parte del gioco anch'io gli dice. Il dottor
Leitner mi ha dato il certificato... quello di Michael.
Alla mamma non dir nulla. Lo tengo io. Sar il suo
promemoria, si promette ferocemente. Per ricordarsi di
ci che un regime criminale ha tolto alla sua famiglia. La
dittatura che preme da Est non passer.
Suo padre le stringe forte la mano.
Scendono dall'auto in silenzio e si dirigono verso una
baita in fondo a un sentiero. Sembra abbandonata,
minuscola con la parete della montagna di Leuchtenburg
che si alza subito dietro. A destra, non lontano, un'alta
recinzione protetta dal filo spinato rivela la presenza di
una base militare. Su una torretta alcuni soldati montano
la guardia.
Vieni dice Franz.
E quelli lass? domanda lei indicando con il mento
le sentinelle.
Basta non avvicinarsi al loro perimetro.
Il padre socchiude la porta della catapecchia. L'interno
puzza di chiuso. Non ci abita nessuno. Va deciso
verso la parete di fondo, esce dalla porticina sul retro.
Bastano pochi passi per arrivare alla roccia, coperta di
vegetazione. La luce  scarsissima. Accende una torcia
elettrica prima di scostare i rovi e i ramoscelli. Dietro,
c' una porta blindata con una serratura a
combinazione.
Reggi la torcia chiede mentre fa girare le cifre. La
porta si apre con uno scatto e Franz fa cenno di entrare.
Lei si inoltra cauta nello spazio buio, con il cuore che
batte forte. Non riesce a vedere niente. Poi il clic di un
interruttore. E una luce al neon, forte, che dissolve ogni
ombra.
Ecco. Adesso capirai meglio dice Franz.
La sala scavata nella roccia contiene un intero arsenale:
fucili d'assalto, armi di precisione, mitra, rivoltelle.
Ci sono casse di munizioni impilate, esplosivi e mine
anticarro. In un angolo si notano vari mortai di piccolo
calibro.
Un deposito di armi Klara  impressionata e allo
stesso tempo non  stupita. Non poteva che essere cos.
Non  l'unico deposito indovina. Solo uno dei tanti
pronti per la prossima guerra...
Quella che non possiamo perdere sentenzia lui.
Hanno cominciato gli inglesi e gli americani, subito,
nel 1945 spiega poi. Gente come Dulles, Wisner,
Angleton... soprattutto Angleton. Eravamo tutti a Berna,
poi a Vienna. Sono stati loro a mettere in piedi queste
reti clandestine: si chiamano "stay-behind". Per essere
pronti quando i sovietici avessero occupato l'Europa.
All'inizio era sembrata una buona idea.
E oggi? lei non  abituata a sentirgli l'incertezza
nella voce.
Oggi c' chi dice che stiamo perdendo il controllo.
Che nell'ansia di contrastare i comunisti stiamo dando
troppo potere a chi vuole solo il caos risponde il padre.
E in America i pacifisti chiss cosa direbbero, se vedessero
una scena come questa... ma quelli non capiscono.
Vivono in un mondo tutto loro, e hanno dimenticato
che il pericolo  reale.
Posso? Klara si  impadronita di una pistola. L'ha
presa da una cassa verde oliva. Lui esita, osserva il modo
in cui sua figlia regge l'arma. Senza paura, ma con
rispetto.
Prendila pure dice. Mi fido di te. Ma stai attenta.
...
29. Non  pi tempo di eroi.

Bolzano e Roma, aprile-giugno 1964.

Tutte le domeniche di Sissi obbediscono allo stesso copione.
Max spinge la sedia a rotelle in prima fila per la
messa delle 10.30. La zia prega per le persone che ama,
perfino per Kurt, che in fondo cerca anche lui la via
della salvezza. Prega per i caduti della guerra che non
dimentica mai. A volte piange sotto la veletta. Che cosa
avrebbe potuto fare di pi? Era in suo potere cambiare
le cose? Sente in cuor suo che Dio non l'ascolta pi. Si
 allontanato. Ha smesso di parlarle. Neanche lui ha pi
bisogno di lei.
Poi vengono i giovani a pranzo. Max in compagnia di
Federico, Peter con Klara. La governante Helga spadella
per tutta la mattina e poi porta via soddisfatta i piatti
vuoti. Sissi ama la compagnia di quei ragazzi, vorrebbe
poter ritornare giovane, anche solo per un momento. Li
interroga sulla politica, su cosa pensano della situazione.
Due giorni prima la Commissione dei Diciannove, incaricata
di redigere le proposte per uno statuto autonomo
del Sudtirlo, ha presentato le proprie conclusioni al presidente
del Consiglio, Aldo Moro. La fine di un incubo?
Hanno firmato un pezzo di carta! Tre anni di negoziati
per un pezzo di carta! E per noialtri niente autonomia,
e niente Austria. Peter  il pi negativo. Dopo
Sissi, ovviamente.
Ancora ci credevi? sorride Klara.
Non  questione di crederci o meno, ma di darsi da
fare ribadisce lui. Abbiamo fatto male a fidarci della
politica... Ha ragione chi continua la lotta. Lui non
l'ha continuata, pensa con amarezza. Non ne ha avuto il
coraggio. Ora forse ha ragione Klara, a dire che  troppo
tardi. Quella stagione gli  scivolata tra le dita, un'occasione
che non ha saputo cogliere.
Pu darsi, ma le decisioni sono gi state prese da un
pezzo, e da pesci molto pi grossi di voi ribatte ora la
sua fidanzata. Gente molto pi potente. Quella frontiera
non la spostano pi...
La conosco, la musica.  quella di tuo padre. Gli
americani che decidono tutto... ma noi non abbiamo
ancora detto la nostra ultima parola.
Ha ragione Peter interviene Max. Vale la pena
lottare quando la battaglia si pu vincere.
Ma quale battaglia? Non  mai stata che un pretesto...
Klara sbuffa e assume un'espressione da saputella.
Il destino dell'Europa  deciso da russi e americani.
Non montatevi la testa e accontentatevi di quello che
avete ottenuto.
Ma sentila, la statista! interviene Federico. Klara
non gli piace, sa sempre tutto lei. Peter sembra pronto a
inalberarsi per il tono del giovane e Max interviene per
placare gli animi. Da quando sta con un italiano,  diventato
un esperto in questo tipo di diplomazia.
Va bene, staremo a vedere leva il calice, e appoggia
l'altra mano sul braccio di Federico. Brindiamo
all'amore... almeno su quello saremo tutti d'accordo!
propone, con un'occhiata intensa al bel ragazzo al suo
fianco.
Quando se ne vanno, zia Sissi spinge la sedia a rotelle
accanto alla finestra. Una volta avrebbe partecipato
alla conversazione, fatto valere le sue ragioni. Avrebbe
risposto punto per punto a quella ragazzina arrogante.
Ma non ne ha nemmeno avuto voglia,  rimasta ad
ascoltare le chiacchiere sempre pi oziose dei nuovi, frivoli
padroni del mondo, mentre il vino nella bottiglia
diminuiva.
Certo che ci sono delle buone ragioni per combattere
sussurra. Ce n'erano ai miei tempi e ci sono ancora.
Solo che si muore.
Ma morire non  poi questo gran sacrificio.

All'inizio, a Roma, si perdeva. Era arrivato nella capitale
alla fine di giugno del 1945, senza averci mai messo
piede prima. Un uomo libero. Un ex soldato come tanti
altri, una storia che nessuno aveva voglia di ascoltare.
I vincitori si pavoneggiavano sulle jeep, una sigaretta
all'angolo della bocca, sorridendo alle ragazze e portandosi
a letto le pi belle per qualche regalino. Un eroe
italiano? Se anche fosse stato vero, a chi importava?
Nel quartiere attorno alla stazione, erano stati organizzati
centri di accoglienza per quelli che rientravano
dai campi di prigionia tedeschi. Da l sarebbe potuto tornare
a casa, ma da chi? Suo fratello era caduto sul fronte
russo con l'Ottava armata. Sua madre era morta, forse
di crepacuore, e suo padre era sepolto da un pezzo nel
cimitero di Trapani, roso dal sale delle saline. In compenso,
per un ex soldato la carriera nelle forze dell'ordine
era aperta, in tempi che si annunciavano incerti ce
ne sarebbe stato bisogno. E tra i mille volti sconosciuti
della stazione, un giorno, ne aveva incrociato uno noto:
il capitano Giovanni. Uno di quelli che a Cefalonia non
si erano arresi ed erano sfuggiti alle esecuzioni sommarie,
al sabotaggio delle navi cariche di prigionieri italiani
e poi ai mesi di lavori forzati in Germania.
Umberto, invece, era stato tra i soldati italiani che
dopo l'annuncio dell'armistizio di Badoglio, nel 1943,
avevano scelto la parte giusta e si erano trovati massacrati
dai loro stessi ex compagni d'armi. Cefalonia con
i suoi inutili eroi, per, era gi lontana. Avrebbe fatto
meglio ad andarsene via subito. Trovare una barca,
veleggiare verso Drapano, gettarsi tra le braccia di Moira
nella caletta greca protetta dai venti. La ragazza il cui
nome significava destino, ma poi il destino era stato
tutto diverso e lui aveva finito per abbandonarla.
La giornata del 2 giugno  quasi finita, ma Umberto
non ha lasciato Roma. Sa che a Bolzano ci sta pensando
Ettore, che lo aggiorna per telefono: chiedergli di
pedinare Katharina  stata l'idea giusta. Da qui, per,
la piccola provincia nascosta tra i monti appare insignificante.
Bolle in pentola roba grossa, nientemeno che
la caduta del governo Moro. La parata per la festa della
Repubblica sembrava un'esercitazione militare, con
uno spiegamento di mezzi, uomini e forze speciali che
non si vedeva dai tempi della guerra. Il generale dei carabinieri,
Giovanni De Lorenzo, ha fatto affluire una
quantit di uomini spropositata. Per celebrare il centocinquantesimo
dell'Arma, ha detto. Ma dopo la parata,
impressionante anche quella, le truppe sono rimaste in
citt. Tira aria di colpo di Stato, ma c' chi pensa che a
cadere sar solo Moro, con le sue aperture ai socialisti,
cio comunque ai rossi.
E c' chi pensa di aver fatto la guerra perch si potesse
governare senza i militari... si dice stancamente
Umberto. Lui ha sempre saputo che non era cos. Sono
anni che uniformi e armi non fanno che moltiplicarsi,
tutt'intorno a lui. E la natura della sua missione a Bolzano
 cambiata in modo radicale. Le istruzioni dall'alto
sono di continuare il buon lavoro che sta svolgendo...
senza strafare. Lasciar passare qualche chilo di esplosivo
 una disattenzione perdonabile. La gente del posto
in fondo deve sapere che il pericolo non  cessato, e che
le forze armate restano sul terreno per proteggerli. Ma
Umberto si ribella al pensiero: il suo lavoro  evitare che
la gente muoia, non il contrario.
Giovanni lo aspetta ad un tavolino del bar Bernini, il
solito. Capitano, generale... Da un pezzo nel suo mestiere
non contano i gradi, solo il potere.
Che cosa sta succedendo? Umberto evita i
preamboli.
Niente. Insomma, niente di grave. Le acque si calmeranno
nel giro di qualche giorno. De Lorenzo far
un giretto al Quirinale, Moro metter in piedi un altro
governo... uno che possa fornire delle garanzie. Molto
rumore per nulla.
Mi sembra una buona notizia commenta l'altro.
E sulle tue montagne? Come ti trovi?
Lo stesso: molto rumore per nulla. Botti, esplosioni,
anche morti, e poi in realt  come se non fosse successo
niente. Ma ora...
Ora  il caso di fare un po' di pulizia annuisce Giovanni.
 un Jbel po' che dai la caccia a quel nazista, il
"monco", vero? Pu darsi che sia il momento buono.
Credo anch'io. Ma mi serve la certezza dice Umberto.
Mi sembla che quelli come lui piacciano molto
a quelli come te, ultimamente.
Giovanni fa un gesto di fastidio. Parli come un messaggio
cifrato... Diciamo pure le cose come stanno.
John Kennedy  morto, e le cose sono cambiate. Nonostante
le apparenze, era troppo tenero con i russi, ma
con Johnson alla Casa Bianca  tutta un'altra musica.
Potrebbe scoppiare la guerra, e noi abbiamo bisogno di
armi, strategie e uomini pronti. Ecco perch ci servono
quelli.
E fin qui c'ero arrivato. Ma quindi perch dovrei
prendermi la briga di catturare Hermann?
Lui, e tutti gli altri. La questione va chiusa, lass,
prima che sfugga di mano. I martiri moriranno, gli irriducibili
resteranno in esilio, gli uomini abili verranno
arruolati. Tu tira in secca la rete, e a cosa fare con i pesci
penseremo noi.
Umberto guarda la testa quasi calva, il viso grassoccio.
Lo conosce da anni, eppure farebbe fatica a descriverne
i lineamenti. Forse non ne ha pi.
Non ti fa impressione? gli chiede.
Cosa? Usare i nazisti contro i comunisti? No, mi
sembra sensato.  usando i comunisti contro i nazisti
che abbiamo vinto la guerra.
Abbiamo?
Non sottilizzare! Giovanni gli batte una mano
scherzosa sulla spalla. Non  che a stare solo tra quelle
montagne mi diventi troppo filosofico? Sei sempre stato
un uomo di azione.
Fermare i comunisti  una cosa, trasformare l'Italia
in una dittatura  un'altra...
Tu preccupati di mettere ordine fra i tuoi montanari,
che all'Italia ci penso io. Giovanni si alza e
prende il bastone da passeggio con il pomolo d'argento.
Dimenticavo: mi  giunta voce che hai trovato
anche una donna, lass... Una bella locandiera, vero?
Allora di questa non te ne farai niente... si toglie di
tasca una busta e gliela mette davanti. Ma te la do
lo stesso, perch a me serve ancor meno. Un amico
me l'ha spedita dalla Grecia. Quanto tempo... E vedi,
dopo tutti questi anni essersi comportati da eroi non
conta pi. Se sei saggio, bruciala. E lascia il passato
dove sta.
Umberto resta seduto a fissare la foto in bianco e nero
per ore. La ragazza avr una ventina d'anni, ed  accanto
a una donna pi matura, il cui viso gli ha dato un
colpo al cuore.  lei, non c' dubbio. Moira. Umberto
scruta il volto della ragazza, l'et sembrerebbe giusta.
Gli assomiglia, non c' dubbio. No, forse  solo un'impressione.
Un desiderio malato.
Sulle due donne si stende un'ombra, quella che getta
il fotografo con il sole alle spalle. Un uomo che indossa
un cappello. Un marito? Un parente? Un amante? Il
vero padre? Vent'anni sono tanti per aspettare un uomo
che ha promesso di tornare.
Katharina ha aspettato, pensa. E infatti, il suo uomo
 tornato.
...
30. Fantasmi che tornano.

Bolzano, estate 1964.

Sissi sente sbattere la porta d'ingresso. Poi la voce di
Helga, la governante.
Herr Kurt, la prego. La signora sta riposando.
Kurt spalanca la porta della sua stanza con un gesto
brutale. Sissi  sul letto, seduta contro i cuscini, le mani
conserte in grembo. I piedi calzati di bianco sbucano
dalla trapunta, con un effetto involontariamente comico.
Tutt'intorno regna un incredibile disordine, ci sono vestiti
buttati ovunque, come per una partenza: abiti, cappotti,
gonne di foggia antiquata. Quella dei bei tempi, gli anni
della loro giovent. Cappelli, sciarpe, intere collezioni
di guanti, tutta una vita di spensieratezza ed eleganza, ai
tempi in cui Sissi frequentava i salotti di Vienna e Berlino.
Sul letto invece sono sparse le foto, alcune di giovani
uomini e donne, altre dei genitori e dei fratelli che non
l'hanno mai approvata: troppo libera, troppo sincera anche
negli errori, per i gusti di quella sobria alta borghesia.
E per quelli di Kurt, che ora la guarda interdetto.
Stai traslocando? chiede ironico. O finalmente
dai via tutta questa roba ai poveri? Non credo che andrai
pi a ballare il valzer puntualizza prendendo nella
grossa mano il merletto delicato di un abito da sera.
Non toccare intima lei. Questa non  roba tua.
Almeno questa.
No, infatti. L'uomo lascia la stoffa, con disprezzo.
L'hanno pagata i tuoi amanti, no?
Che cosa vuoi?
Lui si avvicina al letto, la sovrasta.
Voglio che tu cacci da questa casa quel terrorista
amico di mio figlio.
Ma quale terrorista, gli hanno pure sparato
addosso...
Non me ne importa niente. Traditore o martire, me
ne frego...  un imbecille ed una testa calda, e questa storia
 gi andata avanti per troppo tempo. Deve lasciare
in pace mio figlio, prima di metterlo nei guai.
Quali guai?
Cosa vuoi saperne tu, sei fuori dal mondo sputa
Kurt. Ma non  pi il tempo degli eroi e non voglio che
Max si trovi dalla parte sbagliata, alla resa dei conti.
Max e Peter sono amici da sempre... Non lo lascer
andar via.
Max far quel che deve, per non perdere la vita comoda
che ha ribatte lui.  solo un ragazzino viziato
che gioca a fare il grande fotografo. A un certo punto
torner a casa. Sempre che io glielo permetta.
 pur sempre tuo figlio...
A volte ne dubito, te lo assicuro. Allora, ti sbarazzerai
del figlio della locandiera?
Almeno lui ha avuto il coraggio di provare a fare
qualcosa... Ha anche pagato. Con la prigione, mettendosi
in pericolo.
Risparmiami la storia dei combattenti per la libert
ringhia il fratello. Una manica di fantocci che si manipolano
l'uno con l'altro, secondo l'aria che tira in politica.
Le battaglie non sono pi cos semplici concede
Sissi ma almeno lui e Max non si sono tirati indietro.
In guerra, loro, ci sarebbero andati aggiunge sapendo
di ferirlo.
Taci. Sarebbe tornato con le pive nel sacco. Sconfitto,
come gli altri, come te. Come il Paese intero, se non
ci fossero quelli come me a mandare avanti gli affari.
Gi, gli affari. Ne vai cos fiero, per su quella foto
hai fatto una bella censura, vero?
Una sciocchezza di mia moglie il tono di Kurt 
rabbioso. Una doppia sciocchezza: manometterla, e
tenerla. Io l'avrei bruciata. Lei ha insistito che poteva
tornare utile, per dimostrare la nostra fedelt se le cose
fossero cambiate. Utile come, ridotta in quel modo,
dico io?
La classica soluzione a met di tua moglie. Sissi ha
sempre odiato la cognata. Una donna senza ideali, volgare
e calcolatrice: l'unica cosa che abbia mai fatto di
buono  Max.
Con il bel risultato che l'ha trovata Max.
Non ci ha capito niente. E io non gli ho detto niente.
Vorrei anche vedere.
Il tono noncurante irrita la donna. Davvero la crede
cos innocua? Lei non  mai stata innocua: mai.
Finch Max non trova il duplicato, sei al sicuro
aggiunge maligna. Lo sguardo incredulo del fratello le d
una momentanea sensazione di potere. Che si trasforma
subito in paura.
Quale duplicato? si china, le affonda le dita in un
braccio. Sissi si rende conto di quanto sia fragile, chiusa
tra i cuscini con lui che incombe su di lei.
Quello che ho io... risponde debolmente.
Dove? Dov'?
Non lo troverai mai.
Lo trover, invece. Ma che ti  venuto in mente?
passa le mani tra le fotografie sparse sul letto. Questa
tua mania di tenere traccia del passato! Prende due
foto a caso e le straccia. Sissi lancia un grido straziante.
No! Sono tutti i miei ricordi!
Le brucer tutte, una dopo l'altra! Dimmi dov'
quella foto!
Lei boccheggia terrorizzata, ma all'improvviso si sentono
passi affrettati nel corridoio e irrompe Helga. Ha
sentito urlare ed  corsa a prendere la vanga che usa
l'uomo di fatica del condominio per spalare la neve fuori
dal portone. Ha un'aria determinata.
Cosa sta facendo alla signora?
Helga... Sissi guarda quasi commossa l'improbabile
soldatessa accorsa a difenderla. Non  niente...
una discussione. Kurt se ne stava andando.
Meglio cos perch ho gi chiamato la polizia ribatte
la governante senza abbassare la sua arma.
Kurt vorrebbe spaccargliela in testa, ma  interdetto.
Stavo andando conferma. Ma se fossi in te,
sorellina, gi che hai tirato fuori tutti i tuoi bei vestiti ne
approfitterei per fare le valigie. Ho bisogno di contanti
e me li procurer vendendo questo appartamento. Per
quelle come te c' fior fiore di ospizi accoglienti.

Umberto blocca la cornetta del telefono contro la spalla
e si accende l'ennesima sigaretta. Una voce crepita all'altro
capo della linea. Quella del suo amico Giovanni, che
lo chiama da Roma. I giornali e le radio stanno facendo
il diavolo a quattro, e nei bar  un fiorire di conversazioni
animate, che cessano appena compare una divisa. La
politica ha fallito e chi ha a cuore veramente il Sudtirlo
si sta facendo sentire. Gli italiani non sanno pi difendersi.
Presto scapperanno con la coda tra le gambe.
S, va bene, Giovanni, non mi piace sottolinearlo ma
io te lo avevo detto. Pensavi che la situazione fosse sotto
controllo? Non lo .
E tu controllala!
Sarebbe pi semplice se non aveste complicato tutto
con i vostri intrighi ribatte Umberto. Comunque, tu
cerca di calmare i politici di Roma, quass ci penso io.
Riattacca e strappa dal calendario il foglietto che
dice 3 settembre 1964. Era ieri. Un attacco contro
la caserma dei carabinieri di Selva dei Molini, in Val
Pusteria, verso le 21.30. Primo bilancio: un carabiniere
ferito. Morto nella notte. Vittorio Tiralongo. Neanche
ventiquattro anni sospira Umberto. Alcuni bossoli di
cartucce calibro 7,62 esplose da una carabina Mauser
sono stati ritrovati nella vegetazione all'altro lato della
strada.
All'alba, la macchina investigativa si  messa in moto.
Hanno battuto i boschi a tappeto, organizzato posti di
blocco, fatto rombare gli elicotteri, pi per spaventare
eventuali complici che nell'illusione di individuare davvero
il rifugio dei colpevoli.
Tanto non caveremo un ragno dal buco sospira
Umberto. Lui per primo non riesce a capire, gli sembra
cos strano. Un attentato contro un uomo solo, cos mirato
da sembrare una vendetta privata. Ma perch proprio
contro quel giovane carabiniere? Quel che  certo
 che ora tutti i suoi uomini si sentono pi vulnerabili.
Sanno che potrebbero essere attaccati nelle caserme,
nelle questure. Non  vero che l'Italia mediti di ritirare
le truppe dal Sudtirlo, ma da oggi i loro ragazzi ci resteranno
ancor meno volentieri.
A quest'ora sono gi in Austria. A piedi, saranno tre
o quattro ore... commenta Ettore che sta studiando
sconsolato una cartina.
Macch, non hanno nessun bisogno di andare in
Austria, quelli. Dei banditi che vengono a fare casino in
Italia, tu ci credi?
E quindi?
Quindi mi domando chi siano davvero i banditi e
dove si nascondano.
E hai la risposta? Ettore,  evidente, si aspetta una
rivelazione, e a Umberto spiace deluderlo. Le rivelazioni
non sono per quelli come lui.
No, per ora no dice secco. Recupera la giacca nera.
Io esco per qualche ora. Se ti serve, chiamami in auto.
Sulla strada per Taisten ascolta le comunicazioni radio.
Sono in arrivo i rinforzi, la cooperazione tra i servizi
di sicurezza italiani e austriaci verr potenziata, lo Stato
non ceder di fronte ai terroristi... Le solite cose.
Arrivato in paese, trova senza difficolt la segheria
Pichler, e dopo un breve giro tra i capannoni vede sbucare
da una porta proprio Hans. L'aria  calda e sa di resina,
il profumo degli alberi abbattuti. L'uomo si ferma
interdetto, sembra cercare di ricordarsi dove ha visto
quel tizio. Ma certo, pensa, quella bomba alla stazione,
due anni fa. Si guarda attorno, non vuole che lo vedano
parlare con un poliziotto. Gli fa cenno di seguirlo in una
delle costruzioni, dietro una catasta di legno.
Cosa vuole?
Solo rinnovare la nostra conoscenza, Hans... O dovrei
chiamarti Gnther?
Lui impallidisce.
Ho visto la tua foto nella Gasthaus di Katharina
spiega Umberto. Sono fisionomista.
Gnther prova una inattesa tenerezza, al pensiero
della sua foto incorniciata appesa nella Stube, come
quella dell'eroe che non  mai stato. Gelosia, al pensiero
che quell'italiano dagli occhi neri parli di Katharina
con tanta familiarit. Rabbia per essere stato scoperto.
E alla fine, come sempre, prevale la paura.
Cosa vuole?
Katharina ti ha chiesto di trovare Hermann dice
Umberto. Forse non pensavi di farlo, ma adesso le cose
sono cambiate ed il tempo stringe. Voglio quell'uomo
e voglio che lo consegni a me, direttamente.
Non lo vedo dai tempi della guerra, il "monco".
Non so dove si nasconde. Una cosa  mettere il suo ex
commilitone nelle mani di una donna, per quanto arrabbiata,
e un'altra  consegnarlo agli sbirri. Se lo sapessi
glielo direi... Le sembro il tipo che va in cerca di guai?
No, e proprio per questo  meglio che tu faccia come
dico, Gnther.
Hans lo corregge l'altro. Qui  meglio che mi
chiami cos.
I nomi non hanno importanza. Umberto si volta
per andarsene, poi ci ripensa. Io, al posto tuo, me la sarei
tenuta stretta una donna come Katharina. Anzi, avrei
fatto un altro figlio con lei. Trova Hermann. E digli che
pu ancora salvare la pellaccia. Se si sbriga.
...
31. La trappola mortale.

Quattordici volumi rilegati in rosso raccontano la storia
di una vera e propria missione: quella di Cuno Tarfusser.
All'inizio degli anni Novanta, l'allora sostituto procuratore
di Bolzano decide infatti di riaprire quello che
definiremmo un cold case: la morte di Luis Amplatz,
avvenuta quasi trent'anni prima. E riscrive la storia di
una notte che segna un punto di svolta negli anni delle
bombe. Nel 1994, poi, il giovane magistrato sposer la
prima figlia di Amplatz, Gerda, con una vera e propria
svolta del destino.
Quando incontro Cuno, che conosco dai miei anni di
giovane cronista giudiziaria a Bolzano, gli chiedo solo di
raccontarmi come andarono esattamente i fatti. Invece,
lui ha in serbo una sorpresa. Il frutto delle sue indagini,
gli atti, gli articoli di giornale, le corrispondenze: ogni
informazione  raccolta in quattordici volumi di grande
formato, che riposano in un angolo del garage.
Qui c' tutta la storia mi dice semplicemente. Li
ho messi insieme per regalarli a mia moglie, ma lei non
ha voglia di riaprire quel passato.
Posso capirla: la morte di un padre che fa discutere,
a pi riprese, l'Europa intera  un trauma difficile da
elaborare. Quella di Cuno, per, mi sembra una grande
prova d'amore.
Jacques e io carichiamo in auto i volumi e ripartiamo
grati, curiosi di aprirli. Grazie a queste pagine, ripercorriamo
gli eventi di quei giorni di settembre, e la ricerca
di una verit difficile, che forse per intero non sar mai
raccontata.
All'inizio del 1964, l'allerta in Sudtirlo  massima.
Ad aprile, il SIFAR invia a tutte le sedi del controspionaggio
italiano un riassunto dello scenario che sintetizza
cos la situazione:

Il BAS (Befreiungsausschuss Sdtirl), fallita la prospettiva
di un'insurrezione del gruppo etnico di lingua
tedesca, dal '63/'64 mira a un obiettivo di lunga scadenza.
Al suo interno, vi sono diverse anime che esprimono
differenti estremismi:
-Regionalismo, interessato alla costituzione di una
regione a larghissima autonomia gravitante nell'orbita
germanica.
-Nazionalismo austriaco che mira annessione
Sudtirlo.
-Pangermanesimo e neonazismo.
Secondo gli italiani, lo scopo degli attentati  triplice:
disturbare le relazioni politico-economiche tra l'Italia e il
mondo tedesco; seminare zizzania tra i due gruppi etnici
in Sudtirlo; spingere le autorit a reagire in modo sproporzionato
per rinfocolare l'odio anti-italiano nella
popolazione.

 in questo clima di allarme che, nel marzo del 1964,
esce una lunga intervista allo Spiegel di Luis Amplatz,
latitante in Austria. La rivista tedesca in quegli anni si
occupa a pi riprese della situazione sudtirolese e dei
suoi protagonisti ma queste pagine, che ho ritrovato anche,
tradotte in un italiano assai datato, in un fascicolo
del ministero dell'Interno, sono destinate a restare negli
annali. Un dialogo cos lungo e dettagliato con un appartenente
a un gruppo armato clandestino  un vero
scoop. E soprattutto, Amplatz rivela con disinvoltura informazioni
assai utili alle forze dell'ordine nemiche,
che infatti faranno tesoro del documento. Parla della sua
fuga dall'Italia nel 1961, di altre azioni condotte in sguito,
dell'approvvigionamento di armi ed esplosivi e di
come gli attentatori si facciano sempre accompagnare da
qualche ragazza per distrarre le guardie alle frontiere ed ai
posti di blocco. E netto nel denunciare le responsabilit
degli italiani che trattano il Sudtirlo come una colonia,
con cui non si possono fare accordi bilaterali. 
perentorio nell'invocare l'autodeterminazione. Ma perch,
se ha intenzione di restare ancora a lungo in clandestinit,
fornisce cos tante informazioni al nemico?
Amplatz ricusa con foga la definizione di tedeschi
di estrema destra che gli italiani danno di lui e degli
altri latitanti, definendola una comoda calunnia: non
solo Mussolini, ricorda, ha oppresso la sua terra e Hitler
l'ha venduta, ma suo padre era stato deportato dai nazisti.
Certo, gli appoggi da ambienti di estrema destra
ai combattenti per la libert sono innegabili, ma non
cercati n voluti. Abbiamo una cosa in comune: siamo
tutti cattolici taglia corto.
Racconta nel dettaglio l'attentato all'Alluminium
Duce, il monumento a Mussolini vicino a Ponte Gardena
del gennaio 1961, e la preparazione della Notte dei
Fuochi. La scelta dei tralicci, dice, non era solo simbolica:
si trattava di mettere fuori uso in modo permanente
gli impianti della zona industriale di Bolzano. Quando
gli altiforni smettono di funzionare all'improvviso,
la massa fusa si solidifica, per cui rimangono gravemente
danneggiati o inservibili spiega. Purtroppo, aggiunge,
non sono riusciti nello scopo perch alcuni dei pali
dell'alta tensione, fondamentali per far mancare del tutto
l'elettricit, non sono saltati.
Alla domanda su come abbia acquisito le sue competenze
in fatto di esplosivi d una risposta singolare: sui
libri. Non c' molta letteratura in materia di sabotaggio,
lamenta, ma alcuni testi sull'uso degli esplosivi si possono
comprare a buon prezzo. Noi abbiamo quello per i
sottufficiali svizzeri intitolato La resistenza totale e posso
dirle che  molto istruttivo! Aggiunge che ormai passare
la frontiera con il materiale bellico non  pi un problema,
perch lo si compra perlopi in Italia. Nel deposito
del porto della base NATO di Livorno? chiede il
giornalista, informatissimo, e Amplatz: Be', non vorrei
dirlo con esattezza. Lei sa che nella Seconda guerra mondiale
vi sono stati spesso artificieri italiani che, per molto
denaro, hanno procurato materiale ai partigiani italiani
e jugoslavi. Grazie a Dio ne esistono ancora oggi. Un
chilo di dinamite, racconta, costa circa 800 lire. E tutto
questo denaro da dove viene? Soprattutto da privati,
sostiene Amplatz, sia dal Sudtirlo, sia dalla Germania,
dalla Svizzera, dall'Austria e dagli USA, nonch da parte
di emigrati sudtirolesi. [...] Le persone povere offrono
spesso pi di quelle ricche. Perlopi, il denaro proviene
dal Sudtirlo. E chi intende offrire qualche cosa, trova
senz'altro una via per giungere fino a noi.
Per quanto ha intenzione di continuare? Dipende
dall'Italia, risponde Amplatz. Sappiamo che alcuni detenuti
che si trovano in carcere preventivo sono stati maltrattati,
per non vogliamo affermare n che questo mese
non faremo nulla, n che le nostre azioni dipendono
dall'esito del processo di Milano. [...] Allo stato attuale
non ci rimane altro da fare che continuare a lottare per
la nostra terra dichiara.
Luis Amplatz ha quasi trentotto anni ed  latitante da
tre. Come ricorda lo Spiegel,  accusato di 77 attentati
a tralicci dell'alta tensione, 14 a linee ferroviarie, 8
ad abitazioni private, di omicidio e di 2 tentati omicidi.
Sul suo capo c' una taglia di 8 milioni di lire.  stato
interrogato dalla polizia italiana trenta volte, arrestato
tre volte. Sempre rilasciato: strano, considerata la foga
con cui poi verr ricercato. Cos come suona incredibile
il racconto della sua fuga dall'Italia, avvenuta quasi
un mese prima della Notte dei Fuochi. Il 20 maggio
1961, come molte altre volte in precedenza, un funzionario
di polizia  venuto al mio maso e mi ha chiesto
di seguirlo in questura. Io gli ho detto che non potevo
venire via con lui in maniche di camicia e stivaloni
di gomma, e che quindi sarei andato in camera a cambiarmi.
Amplatz avverte la moglie e salta dalla finestra,
piombando quasi addosso al poliziotto che sorvegliava
la casa. Ma che non si accorge di lui. L'ho visto a una
distanza di appena cinque metri e allora sono saltato
nell'Isarco racconta il fuggitivo. Mia moglie  uscita
di casa mezz'ora dopo e ha chiesto al poliziotto chi attendesse.
Allora gli italiani hanno capito cos'era successo.
Ed  cominciata la caccia.
Possibile, una simile distrazione?  evidente che
c'era stata una soffiata su ci che si stava preparando. I
gendarmi vanno a catturare uno dei capi pi pericolosi
del movimento. E se lo lasciano sfuggire cosi? Per poi
restare a guardare mentre lui e altri attraversano ripetutamente
la frontiera, mettono a segno il pi grande attentato
della storia repubblicana fino ad allora, e scappano
di nuovo? Perch, tre anni dopo, Amplatz rilascia
un'intervista che sembra l'inizio di un libro di memorie?
E perch sei mesi dopo muore? Come sempre quando
parlano i testimoni di quel tempo ingannevole, le domande
sono pi delle risposte.
Fin dall'inizio del 1964, nelle informative che il controspionaggio
invia da Verona all'Ufficio D, divisione difesa,
del SIFAR, compaiono riferimenti a un certo Christian
Kerbler, un informatore dei servizi che si  offerto
di consegnare Georg Klotz agli italiani. Kerbler  stato
arruolato nell'ottobre dell'anno precedente e nelle carte
viene menzionato per nome e cognome, invece che con
un nome di battaglia come gli altri agenti. Non c' il
timore di bruciarlo o forse non viene considerato del
tutto affidabile.
Grazie anche ad alcuni dei dispacci ufficiali, possiamo
ricostruire il suo ruolo nella vicenda, il lavoro
dell'intelligence nei primi mesi del 1964 e gli eventi di
tre giorni fatidici che lo videro protagonista: 5, 6 e 7
settembre.
Il dispaccio del 16 gennaio 1964 riferisce: Stamane,
incontro con il noto Kerbler, secondo il quale l'organizzazione,
per portare in Italia armi e materiali, si serve
normalmente dai valichi in corrispondenza del rifugio
Plan, dal monte Re (in Val Passiria) e dal Sasso Nero (in
Val Aurina). Kerbler insiste perch Georg Klotz venga
catturato al pi presto, per evitare altri attentati. Racconta
che l'uomo ha rapporti con ex o neonazisti anche
stranieri (si parla di complicit dell'OAS francese). Ma
interrogare Klotz potrebbe portare alla luce complicit
eccellenti, e il controspionaggio non esclude che l'uomo
arrivi in territorio italiano gi cadavere. Con il risultato
di creare alle autorit molti pi fastidi di quanti ne procuri
ora. Insomma, non si vuole farne un martire, ma
dall'altro lato si pensa che anche lo stesso BAS e gli ambienti
governativi austriaci potrebbero vedere con favore
l'eliminazione di un uomo che sa troppo e agisce
troppo. Certo, per gli austriaci  facile, molto meno per
gli italiani: se Klotz viene ucciso diventer un eroe, vittima
della repressione di Roma. Le ripercussioni sull'opinione
pubblica sudtirolese sarebbero devastanti, e potrebbero
esserci disordini.
321
Il 16 marzo 1964, il controspionaggio elenca le proposte
di Kerbler per consegnare Klotz: dargli da bere
una bevanda drogata; addormentarlo e trasferirlo in una
zona prossima alla frontiera italiana; li un funzionario di
polizia provvederebbe a farlo passare in Italia.
Il 4 aprile, uno stop ai piani di Kerbler: Klotz, in Austria,
viene arrestato. Sar rilasciato poco tempo dopo.
Nel messaggio del 12 giugno leggiamo che, secondo
Kerbler, Klotz si trova a Vienna alloggiato nell'hotel
Nagler, Rennweg 59, a spese del governo austriaco. 
in ottimi rapporti con il noto Peter Lunger, capo della
polizia di Vienna il quale gli avrebbe detto che la polizia
non intende ostacolare l'attivit sudtirolese, ma non
intende transigere su episodi come quello di Ebensee. Il
Klotz, in questi ultimi tempi  sofferente di fegato; non
pu trasferirsi nel Tirlo prima che trascorrano tre mesi
dalla sua scarcerazione e comunque non intende compiere
in questo tempo attentati. Kerbler parla anche di
un diario di Klotz che "riporta avvenimenti a partire dal
1957". Sarebbe in mano al compagno attivista austriaco
Wolfgang Pfaundler, uno dei fondatori del BAS, con
l'ordine di consegnarlo alle forze dell'ordine solo se lo
avessero incriminato e fosse stato quindi abbandonato
dai suoi amici tirolesi. In tal modo sarebbe scoppiata
una bomba che avrebbe coinvolto personalit politiche
tirolesi di rilievo.
Il 28 luglio: Dall'esame delle notizie fornite dal
Kerbler, certamente manovrato dalla polizia austriaca,
si desume l'interesse degli ambienti ufficiali viennesi di
prevenire ed ostacolare ogni ulteriore intervento nella
questione altoatesina degli elementi estremisti in collegamento
con i circoli tedeschi, in quanto la loro attivit
in funzione sempre pi apertamente pangermanista
e l'ideologia neonazista che li ispira potrebbe costituire
un grave ostacolo alla risoluzione in chiave esclusivamente
austriaca della vertenza. In questa chiave lo stesso
Klotz e Luis Amplatz sono ritenuti idealisti pericolosi,
di tendenze estremiste, pi dannosi che utili.
Per tutta l'estate, Kerbler informa le autorit italiane
sui loro spostamenti fino a che, in agosto, riferisce
che entrambi i terroristi decidono di rientrare in Italia
per studiare nuove azioni. Si fanno accompagnare
proprio da Kerbler.  su segnalazione di quest'ultimo
che, il 30 agosto, vengono intercettati da una pattuglia
della Guardia di finanza al rifugio Pian di Moso in Val
Passiria: nello scontro a fuoco rimane ferito da un colpo
di pistola un vicebrigadiere. Abbandonati due zaini con
munizioni e detonatori, Amplatz e Klotz si rifugiano in
una baita sopra Saltusio.
Il 4 settembre Klotz, che era andato a cercare viveri,
viene nuovamente fermato dalle forze dell'ordine e
riesce a fuggire, tornando alla malga dove lo attendono
Amplatz e Kerbler. Quest'ultimo nel pomeriggio
del giorno dopo, il 5, scende a Saltusio a comperare da
mangiare, ma torna solo verso le sei della mattina dopo.
Si scusa, ha fatto tardi e non ha voluto rientrare di notte.
 una domenica e la sera Klotz e Amplatz, armati di
un fucile semiautomatico Winchester e di un mitra tedesco,
vanno assieme a Kerbler a passare qualche ora da
un contadino che abita a qualche centinaio di metri. Poi
vanno a dormire.
Verso le 3.00 della mattina del 7 settembre, nella baita
rimbombano degli spari. Amplatz viene ucciso da tre
colpi di pistola e Klotz viene trapassato a una spalla e
ferito di striscio a un labbro da altri due. Racconter che
al suo brusco risveglio vede Kerbler inginocchiato nel
fieno tra lui e Amplatz e che gli punta contro una torcia
elettrica, spaventato; convinto che siano stati assaliti dai
carabinieri, fugge nel bosco.  una notte nuvolosa, buio
pesto, non albegger fin verso le 4.00. Klotz dichiarer
in sguito che in quel momento non aveva ancora capito
cosa fosse successo, n nutriva alcun sospetto verso
Kerbler.
Poco pi di un'ora dopo, alle 4.30, Kerbler giunge
sporco di terra, con le braccia graffiate e sanguinanti,
stravolto, a un distaccamento degli alpini di Saltusio
e chiede di telefonare a Bolzano, dicendo che ci sono
morti e feriti, che i terroristi hanno sparato. Ha in mano
una borsa nera. L'alpino di guardia lo manda all'osteria,
perch l'apparecchio della caserma pu essere usato solo
per servizio, e alla Gasthaus, visto quanto  agitato lo
sconosciuto, il figlio dell'oste torna di corsa dagli alpini
a chiedere aiuto. Poco dopo le 5.00 un sergente ed un
caporale si recano all'osteria, si rendono conto della situazione
e chiamano i carabinieri di Merano. Questi arrivano,
perquisiscono Kerbler e gli trovano in tasca una
pistola Beretta calibro 9 modello 34, ancora con l'otturatore
aperto, come avviene quando si scaricano tutti i
colpi.
Kerbler d ai carabinieri un nome falso, quello che
usa quando  sotto copertura. Viene portato a Merano
e consegnato a funzionari della questura che lo devono
condurre a Bolzano. Ma lungo la strada, riesce incredibilmente
a fuggire. Se ne prdono le tracce fino al
1976, anno in cui sar arrestato (e rilasciato subito dopo)
a Londra, con l'accusa di taccheggio. Non si hanno
pi sue notizie, si pensa che abbia poi trovato rifugio in
Sudafrica o Sudamerica.
L'8 settembre, la prima pagina dell'Alto Adige titola:
Ucciso Luis Amplatz, e, di fianco, Prime intese a Ginevra:
l'uccisione del ricercato internazionale  avvenuta proprio
in coincidenza dell'incontro tra i due ministri degli
Esteri austriaco e italiano. Il 9 settembre il quotidiano
apre di nuovo sulle stesse notizie: Luis Amplatz ucciso
nel sonno e subito di fianco un trafiletto annuncia Concluso
a Ginevra l'incontro Kreisky-Saragat. L'agguato ad
Amplatz sar servito a rafforzare la posizione italiana
nelle trattative o a intralciarle, rinfocolando il senso di
oltraggio sudtirolese con un martirio? Di certo, questo
secondo effetto viene ottenuto.
Il 12 settembre 1964, i giornali danno notizia del funerale
del combattente per la libert. Oltre 10000
uomini in lacrime si sono radunati gioved pomeriggio
al camposanto di Bolzano riporta la Sddeutsche Zeitung,
di Monaco. Il quotidiano locale, il Dolomiten,
 pi cauto con i numeri: tra le 4000 e le 5000 persone,
tutte colpite dal dolore dei quattro figlioletti e della moglie
di Amplatz: Si sono viste piangere non solo molte
donne, ma anche degli uomini. Chiosa Die Presse,
quotidiano di Vienna: Per i sudtirolesi non ha importanza
quale legge possa aver violato Amplatz, cominciano
a vedere in lui un nuovo eroe. Quasi un secondo
Andreas Hofer.
...
32. Nel nome dei padri.

Sono stata la prima ragazzina, nel mio paese, ad avere
gli sci. L'esercito italiano veniva a fare le gare, e dopo
abbandonavano quelli troppo vecchi e malandati
in un angolo, vicino alla chiesa.  stato mio padre ad
accorciarli per portarli alla mia misura. Mi aveva anche
costruito la prima slitta di legno: era la pi veloce
di tutta la zona, perch l'aveva fatta pi aerodinamica.
Desideravo partecipare alle gare di Merano a cui correvano
per solo maschi, e pi grandi di me... Andai a
chiedere consiglio a mio padre: potevo farlo? Ricordo
il suo sguardo abbassato su di me, era molto alto, e la
sua risata. "Certo che s. Non devi vincere per forza,
ma partecipare  importante" rispose. Io, euforica, mi
iscrissi. Uscii di strada dopo la seconda curva, ma la
sensazione era stata fantastica. In tutta la mia vita, non
ho mai sentito i miei genitori dire: "Questo una ragazza
non pu farlo". Mai. Non avevamo niente, ma avevamo
la libert.
Eva Klotz, politica dalla lunga treccia e dalla trentennale
carriera in consiglio provinciale, fondatrice del partito
Sd-Tirler Freiheit, spalanca gli occhi azzurri e mi
regala il suo ampio sorriso, che nulla sembra poter scalfire.
Proprio il sorriso mi rivela che non mente quando
dice di aver avuto un'infanzia felice ed un rapporto speciale
con il padre. Solo da l possono venire questo tipo
di fiducia in se stesse, questo piglio deciso. Per, il genitore
affettuoso di cui racconta non era un montanaro tra
i tanti. Era Georg Klotz, che divenne noto alle cronache
come il martellatore della Val Passiria.
Dal 1961 latitante in Austria, Klotz  stato per tutti
gli anni Sessanta il nemico numero 1 in Sudtirlo
dello Stato italiano. Al processo di Milano per la Notte
dei Fuochi,  condannato in contumacia a diciotto
anni e due mesi di carcere. Viene poi processato per
l'attentato di Malga Sasso del 1966 e per altri del biennio
1962-1964, e condannato a ventitr anni, ma morir
il 12 febbraio 1976, poco prima che si concluda il
processo di secondo grado. Una figura complicata da
inquadrare, di sicuro centrale. E che oggi, nel salotto
dell'appartamento della figlia a Bolzano, con vista sulle
montagne innevate, si sovrappone a quella del pap
fabbro che costruiva giochi e attrezzature sportive.
La storia di Georg Klotz, della sua guerra contro lo
Stato, della sua amicizia con Luis Amplatz e della notte
in cui uno di loro mor  stata raccontata molte volte e
in molti modi. Erano entrambi padri di famiglia: cinque
figli Klotz, quattro Amplatz. Perci ho chiesto di incontrare
Eva Klotz e Walli Amplatz. Due figlie, pi o meno
della mia et, che come me, come tutte noi, hanno dovuto
fare i conti con il padre. Nel loro caso, parliamo di
figure molto ingombranti.
Cos, assieme a Eva, torno indietro nel tempo, all'inizio
degli anni Cinquanta a Walten, un paesino della Val
Passiria a 1260 metri di altitudine, poco pi di trecento
anime. Nella sua casa in cui tirava vento, bisognosa
di infinite riparazioni, Georg Klotz torna dalla guerra.
 sopravvissuto alla sanguinosa campagna di Russia, ha
addestrato soldati della Wehrmacht e italiani per combattere
contro i partigiani sulle montagne, ed  stato fatto
prigioniero dagli americani in Liguria. Come tanti reduci,
scopre presto che i racconti di ci che ha passato
non interessano a nessuno, tutti vogliono dimenticare.
Leggeva tantissimi romanzi di guerra, non so dove li
prendesse, a volte lo tenevano sveglio fino al mattino.
Era evidente che ne aveva bisogno racconta Eva. Siamo
stati una delle prime famiglie ad avere la radio, si
prendevano anche le stazioni tedesche. Mio padre saliva
ogni ora dall'officina nella Stube, apposta per sentire le
notizie, i servizi sulle crisi internazionali. Era molto ben
informato sulla politica mondiale, anche se non aveva
studiato.
L'esperienza terribile del campo di battaglia cambia
le persone e il Georg Klotz rientrato a Walten, con una
formazione militare completa e una nuova competenza
strategica, non  pi il fabbro del paese partito pochi
anni prima. E presto trova una nuova campagna in cui
gettarsi. Quella contro gli invasori italiani.
Ma davvero, nella profonda Val Passiria degli anni
Cinquanta, una famiglia di etnia tedesca poteva sentirsi
discriminata?
Eva ne fa innanzitutto una questione di principio.
Tornando dalla prigionia, mio padre era rimasto molto
amareggiato nel ritrovare tutti i fascisti ancora in carica,
in ogni ufficio: erano sempre gli stessi, solo che in una
notte avevano cambiato casacca spiega. Capiva di andare
verso un futuro in cui non ci si sarebbe potuti difendere,
come dopo la Prima guerra mondiale, quando
nessuno era preparato all'occupazione italiana ed erano
stati travolti. Era deciso a evitare che, per la seconda
volta, non ci fosse pi nessuno a proteggere la sua famiglia
e il suo popolo. Ed era un bravo soldato. Si attiv
tra i primi nella rifondazione dei gruppi degli Schtzen,
a Walten  stata nel 1950, anche se erano vietate le cerimonie
ufficiali.
Gli Schtzen, un gruppo tradizionale che si rifa ad un
corpo scelto dell'esercito austroungarico, sono sempre
stati guardati con ostilit dalle autorit italiane. Nel dopoguerra
non possono certo portare armi, ma quello di
Georg Klotz  fin dall'inizio un pensiero strategico:
organizzare dal basso un gruppo che in caso di bisogno
possa agire quasi come una formazione militare. E non
ci sar da aspettare molto, dato che il malcontento verso
lo Stato non fa che montare. Ogni domenica dopo
la messa gli uomini si incontravano nell'albergo Alpenrosen,
il pi vecchio del paese, e parlavano di politica
racconta Eva.
Ma Klotz non  un idealista sprovveduto. Non partecipa
agli incontri in cui si progetta la Notte dei Fuochi,
n a quegli attentati: Erano molto intimi con
Kerschbaumer, ma avevano opinioni diverse. Kerschbaumer
voleva compiere atti dimostrativi per svegliare
la gente, mio padre riteneva che occorresse un piano a
lungo termine. Lui e Pfaundler stavano organizzando
un'altra forma di resistenza: la parola "guerriglia" non
mi piace tanto, perch non corrisponde, ma l'idea era
quella di azioni continue per fiaccare la resistenza degli
italiani, spaventarli al punto da non farli pi uscire dalle
caserme. A quel punto i militari avrebbero lasciato il
Sudtirlo e la politica avrebbe dovuto trarre le
conseguenze.
Per la verit, la parola guerriglia sembra corrispondere.
Tranne che per un aspetto: secondo quanto racconta
Eva, suo padre sosteneva che non sarebbe stato
necessario uccidere nessuno. Peccato che non esista alcun
esempio di guerriglia in cui un movimento di liberazione
abbia ottenuto qualcosa senza spargimento di
sangue. A cominciare dai casi che spesso i sudtirolesi citavano
come esempio: Cipro e Algeria. Come si poteva
immaginare di riuscire, solo sparando in aria, a far capitolare
uno Stato come quello italiano, che era sul territorio
ormai da quarant'anni? Eva per insiste: Non uccidere
era il principio pi alto. Se sei circondato e devi
liberarti  un'altra cosa,  chiaro. Io non conosco tutte le
situazioni, ma mio padre in Sudtirlo non ha ucciso nessuno.
Faceva comodo attribuire tutto ai terroristi, anche
se si trattava di un incidente.
Chiedo a Eva di tornare a quel 1961 in cui saltano
in aria i tralicci, e lo Stato si rende conto di avere a che
fare con un avversario pi pericoloso del previsto. Da
tempo tengono d'occhio il fabbro di Walten, perquisendo
di tanto in tanto casa e officina. Vanno a cercarlo
appena il giornalista Benno Steiner fa il suo nome. Ma
il carabiniere che arriva per arrestarlo viene avvistato e
Wolfram, uno dei figli di Klotz, corre ad avvertire il padre,
che si trova all'albergo Alpenrosen. Klotz si dilegua
nel bosco, fermandosi solo a dare un ordine: Di' alla
mamma di prepararmi subito lo zaino e di portarmelo.
Lo zaino, ricorda Eva, era sempre pronto con un cambio
di vestiti, un po' di speck e le mappe necessarie, e
il pepe per confondere i cani lanciati all'inseguimento.
Poi il binocolo, i documenti, i soldi e via, in esilio.
Aveva almeno tre nascondigli, in ognuno c'era l'occorrente
per sopravvivere qualche giorno, e in alcuni le armi per
difendersi.
Eva, al momento della fuga di suo padre, ha dieci anni,
sua sorella pi piccola ha appena sei mesi. Dalla latitanza
lui non torner mai pi, morir di malattia in Tirlo.
Dall'estate del 1961 per far numerosi viaggi nella
sua terra, per portare avanti la sua strategia: seminare
il terrore tra le truppe inviate a presidiare la provincia.
Volevano fare paura, e ci riuscirono. Una volta videro
i carabinieri sparare dall'elicottero a un uomo che
si trovava sulla funivia che usavano per trasportare il legname:
credevano fosse mio padre, che era appostato l
vicino. Ma era una guardia forestale, e ci rimise la vita.
Con la sua conoscenza del territorio, e sapendo bene
dove stavano i mezzi e le armi, mio padre avrebbe potuto
fare una strage al giorno, ma non voleva uccidere.
Altri erano di opinione diversa, ammette, soprattutto
dopo gli arresti del 1961 e le voci sulle torture: ufficialmente,
i morti in carcere furono due, secondo lei molti
di pi. Non  stato mai ammesso, si  detto "arresto
cardiaco", ma anche Sepp Kerschbaumer  stato vittima
delle torture, o comunque delle sofferenze in carcere: il
cuore non si spegne senza motivo. E tanti sono deceduti
poco dopo essere usciti di prigione.
Secondo la sua ricostruzione, i sudtirolesi sono senza
eccezione vittime, non certo carnefici, e meno che
mai lo fu Georg Klotz. Eppure, l'uomo che non voleva
uccidere venne designato, comprensibilmente, come il
nemico da uccidere. O almeno da catturare, perch accusato
di omicidio. Secondo sua figlia, inutile dirlo, le
ragioni erano soprattutto politiche: Con le prime azioni,
lui divenne leggenda: era un tiratore scelto. Aveva
fatto cinque anni di guerra nella Wehrmacht, conosceva
le strategie, sapeva usare le armi. Spegneva i fari delle
jeep con un colpo di fucile, da lontano, e chi si nascondeva
sotto o dietro le auto sapeva di poter essere
colpito dice. Ma era anche una questione di potere,
pi ampia di quanto si possa pensare: De Gasperi senza
l'America non sarebbe stato ministro, e a Roma avevano
di sicuro capito che mio padre non era un semplice
fabbro. Aveva contatti con l'uomo che portava avanti i
piani dei servizi segreti statunitensi, i quali, specialmente
nei primi anni, si erano interessati anche alla rinascita
dei gruppi tradizionali come gli Schtzen, a cui tenevano
molto, in funzione anticomunista.
E qui nella storia si inserisce un altro nome, quello di
un ufficiale dell'esercito italiano che, durante la Seconda
guerra mondiale, aveva fatto da tramite nel Nord Italia
tra i liberatori americani e i gruppi della Resistenza.
Non  un segreto che Cristoforo de Hrtungen avesse
preso contatto con mio padre dice Eva. Tirava le fila
tra militari, politici, servizi americani e italiani. Abitava
a Bolzano, era discendente di una nobile famiglia tirolese
- i von Hrtungen esistono ancora - ma si era cambiato
leggermente il nome: troppo tedesco per permettergli
di fare carriera nell'esercito e nei corpi speciali.
Mio padre sapeva che il Sudtirlo era un'area di interesse
anche per i servizi russi: il Brennero era la barriera
occidentale anticomunista.
La questione si fa complicata. Cristoph von Hrtungen,
o Cristoforo de Hrtungen, o il capitano Sandro
se vogliamo chiamarlo con il suo nome di battaglia, aveva
militato nella Resistenza, a stretto contatto con gli
americani, contro i tedeschi tra le cui fila prestava servizio
invece Klotz. Dove si incontrano, nel dopoguerra,
gli interessi di questi due uomini? In un punto solo:
l'anticomunismo. La lotta sul terreno sudtirolese non
 quella per l'indipendenza di un pezzetto di terra. 
quella per il controllo dell'Europa. I servizi statunitensi
sono stati tra i primi a venire a disegnare mappe della
zona. C'erano anche i russi e i cecoslovacchi, ma si
tenevano pi fuori racconta Eva Klotz. Ma quando le
chiedo pi dettagli sui rapporti di suo padre con i servizi
stranieri non sa o non vuole aggiungere altro: Non
c' chiarezza su questi intrecci.
E una delle vicende pi oscure di tutte  proprio
quella della notte del 7 settembre 1964, in cui Amplatz
viene ucciso e Klotz ferito. Eva non sa chi sia stato a
sparare quella notte, se ci fosse solo Kerbler o anche
altri. Mio padre ha sempre sostenuto di aver udito voci
italiane. Diceva che si era svegliato di soprassalto ma
che sentiva una stanchezza di piombo, forse Kerbler gli
aveva messo un sonnifero nella minestra. Nella concitazione,
Klotz non ha capito che a sparare  stato il suo
presunto amico, sa solo di dover scappare. Si rifugi
in un piccolo fienile, accese una sigaretta per vedere se
la pallottola aveva centrato i polmoni, se usciva il fumo,
come aveva imparato in guerra. Poi continu la fuga,
scalzo e in camicia e pantaloni, dato che per coricarsi si
era tolto solo le scarpe. Non dormiva mai nel sacco a pelo,
usava solo una coperta, per essere pi veloce.
 un'altra scena da film, sulla quale in realt abbiamo
una sola certezza: Klotz e Kerbler fuggono, mentre
Amplatz muore, diventando un martire. Dopo
quell'agguato, l'escalation di violenza  rapidissima. La
strategia del non uccidere non vale pi, se mai c'
stata: le azioni si fanno efferate, bombe sui treni, spari
su carabinieri e finanzieri. Se davvero Amplatz  stato
ucciso per dare una dimostrazione della forza dello
Stato, e mettere un freno agli attentati, l'obiettivo  stato
mancato in modo clamoroso. In compenso sono aumentati
il livello di caos, le scorte di armi e la militarizzazione
del territorio: un risultato funzionale, come osserva
Eva, a interessi pi vasti di quelli nazionali. Se il
campo di battaglia si allarga alle due potenze pi grandi
del mondo, USA e URSS,  chiaro che il Sudtirlo
diventa un terreno di addestramento: una sparatoria in
pi o in meno, un'esplosione o un'azione violenta, non
si notava nemmeno. In sguito qui si svolgeranno esercitazioni
di Gladio.
Lei, infatti,  d'accordo con chi sostiene che il Sudtirlo
fosse diventato a un certo punto un laboratorio per
la strategia della tensione. La domanda, per,  se suo
padre sapesse a quale gioco complicato stava partecipando,
o se fosse solo una pedina. Secondo lei, Georg
Klotz e gli altri furono in parte travolti dalle circostanze,
perch privi dei mezzi, dei rapporti e delle risorse
economiche per contrastarle. Non erano pi padroni
della situazione, che a un certo punto  diventata pi
grande di loro. Di certo non avevano pensato, all'inizio,
che si trattasse di una battaglia importante anche per i
due blocchi avversari.
Nel 1964 si intrecciano, quindi, due dinamiche: da
una parte la lotta armata per l'autodeterminazione del
Sudtirlo, e dall'altra il duello della Guerra fredda. 
un momento cardine: alla fine del 1963 l'America ha visto
morire il suo presidente John Kennedy. Il controllo
sulle reti stay-behind che sono state create in Europa
nel dopoguerra comincia ad indebolirsi. Anche chi le ha
messe in azione non sa pi come gestirle. Una zona come
il Sudtirlo, piena di armi, di esplosivi, di spie,  utile
a troppi e in troppi modi diversi.
In questo scenario, Eva Klotz fa muovere un padre
leggendario, ma allo stesso tempo impotente di fronte
alle trame internazionali che ormai hanno soffocato
ogni possibile utopia: Se su tre persone uno  non solo
un traditore, ma un killer, allora  tutto finito. La morte
di Amplatz segna una rottura interna. E forse mio padre
aveva capito di essere stato anche abbandonato. Perch
c'entravano troppi interessi altri, il gioco era cambiato.
La famiglia ha cominciato molto presto a pagare care
quelle scelte. A cominciare dalla moglie Rosa, maestra:
Mio padre diceva sempre: "Se non avessi avuto lei, non
avrei neanche potuto cominciare". Era una donna eccezionale,
senza angoscia, senza paura. Eva racconta che
nell'ottobre del 1966 vengono catturate entrambe: la
madre sull'autobus mentre torna da scuola e lei, la figlia,
prelevata in classe durante l'ora di italiano, all'istituto
delle dame inglesi di Merano. Le conducono in questura,
a Bolzano, per un interrogatorio incrociato. Erano
convinti che passassi messaggi di mio padre a mia
madre. Dopo dodici ore, quando ormai ero sfinita, mi
accompagnarono fuori e vidi la mamma, la stavano portando
al piano di sopra: non sapevo nemmeno che fosse
l. Era notte, avevo quindici anni e tutte e due piangevamo,
non l'avevo mai vista cos provata. Mi riportarono
dentro per ricominciare. In sguito si temette che
mia madre perdesse la vista, perch l'avevano costretta
a guardare per ore in una lampada: ha sempre avuto
problemi con gli occhi, dopo. Rosa viene accusata di
formazione di banda armata, le forze dell'ordine ritengono
che sia lei a portare avanti l'attivit del marito, in
Val Passiria.  stata in carcere quattordici mesi e quattordici
giorni, da quell'ottobre del 1966 al 23 dicembre
1967 precisa Eva. In tutto questo tempo, Georg
Klotz non torna a casa. Ha sempre detto che sapeva di
che pasta era fatta sua moglie. Incarcerarla era un metodo
per farlo rientrare, ma anche se lo avesse fatto, se
lo avessero preso, non per questo avrebbero lasciato in
pace noi. E lui non ne sarebbe uscito vivo.
Con la madre in carcere ed il padre latitante, i fratelli
Klotz vengono affidati a parenti e amici. Io ero la
pi vecchia e lo smembramento della famiglia mi faceva
ovviamente soffrire ammette Eva, ma il suo sorriso
non ha un attimo di cedimento, n la sua voce vacilla
mentre racconta quanto sono costate a tutti loro le scelte
scellerate del capofamiglia: L'ho visto l'ultima volta
nell'estate del 1963, in uno dei suoi viaggi clandestini
in Sudtirlo.  entrato di soppiatto e si  fermato dieci
minuti. Non ha neanche potuto mangiare con noi,
soltanto salutarci, ci aveva portato cioccolato e destrosio,
che portava con s per darsi energia. Lo abbiamo abbracciato,
eravamo curiosi del suo zaino cos pesante,
con sopra agganciata la pistola automatica. Eravamo felici,
sorpresi: nostra madre non aveva potuto dirci niente
perch non rischiassimo di tradirci con chi veniva a
cercarlo. Arrivavano spesso a casa degli uomini, molto
gentili con noi, con le calze troppo rosse o troppo verdi
per essere turisti o escursionisti veri. Con la scusa di
chiedere come stavamo, cercavano di scoprire se pap
era stato da noi. Io avevo gi capito che eravamo del tutto
impotenti. Quelli potevano fare qualsiasi cosa.
Le faccio notare che uno Stato normalmente reagisce,
quando si sente minacciato, e cpita che lo faccia
con mezzi estremi, ma lei ribatte: Sono loro i terroristi
che hanno occupato il Sudtirlo: la nostra era la risposta
a queste azioni fasciste. Hanno usufruito di tutta la
potenzialit giuridica senza rispetto dei diritti umani, e
mio padre lo aveva capito di sicuro dall'inizio, se no non
sarebbe fuggito.
Eva  determinata a non cedere di un millimetro: 
la memoria a fare la Storia. E la memoria di un padre la
cui figura domina incontrastata tutta la sua vita non pu
essere quella di un manipolatore, di un giocatore abile e
spregiudicato nella grande partita della Guerra fredda.
Perch questo significherebbe rileggere un'esistenza intera
in una chiave ben diversa.
Le chiedo se ha sentito, crescendo, che in qualche
modo l'eredit di Georg Klotz fosse passata a lei e annuisce
con forza: tutti loro, i fratelli e le sorelle, sono a
vario titolo impegnati a portare avanti gli ideali del padre.
Il mio desiderio era diventare maestra, e per otto
anni ho insegnato alle superiori. Ma dalle Regionali del
1980 ho cominciato a fare politica. Mi  dispiaciuto lasciare
la scuola, perch era la mia passione, ma mi sono
buttata. Da allora  stata questa la mia vita. Che non
avevo scelto, ma che era il mio destino. Guardo l'adesivo
bianco e rosso con il motto del suo partito, SDTIRL
IST NICHT ITALIEN, appoggiato come per caso sulla tovaglia:
Georg Klotz ha scelto per tutti, in vita e dopo.
Le chiedo che cosa gli direbbe oggi, se potesse incontrarlo.
Gli chiederei della guerra, e tante cose dei combattenti
per la libert, che allora non ero abbastanza
matura per approfondire. Forse gli direi solo: "Ti voglio
tanto bene". Ma pi che altro avrei delle domande. Lui
mi risponderebbe apertamente, con tutto quello che sa.
E no, non avrei rimproveri per lui.

Io avevo sei anni, quando  morto pap, mia sorella
pi grande ne aveva nove. Nostra madre ci ha sempre
protetti, schermati dalla curiosit della gente. Ed  chiaro
che i miei figli sanno chi era il nonno, ma io non ho
mai detto "questi sono i cattivi e questi sono i buoni":
mia mamma non ce l'ha insegnato e io non lo insegner
a loro. Walli Amplatz parla in un italiano privo di accenti,
e mi guarda seria, seduta in punta di poltrona nel
bar dell'hotel Laurin, in centro a Bolzano, in una piovosa
giornata di maggio. La figlia minore di Luis Amplatz
mi ha appena ricordato che non  la prima volta che
provo a intervistarla. Me lo hai gi chiesto circa venticinque
anni fa. Allora rifiutai sorride.
Ricambio il sorriso, sono contenta che invece, ora,
abbia accettato di incontrarmi.  importante per me
indagare quest'altra eredit, quest'altro padre assente
eppure incancellabile: una figura con cui fare i conti al
tempo stesso necessaria e impossibile. Ci sono sempre
due parti: chi dice "questa  la figlia dell'eroe" e
chi "questa  la figlia del terrorista" dice Walli, e non
lascia filtrare alcuna amarezza per quella situazione di
cui non ha colpa. Ma dubito che non ne provi almeno
un po'.
Era cominciata come una storia semplice: una famiglia,
moglie, marito e quattro bambini, negli anni Cinquanta,
in un piccolo maso nella parte est della citt,
oltre via Resia. Quelli erano i quartieri di nuovo insediamento,
abitati soprattutto da italiani. Era una zona
di campagna allora, c'erano anche masi pi grandi del
nostro e piccoli condomni. Molti dei vicini venivano
dal Veneto: Rovigo, Vicenza e cos via. Siamo cresciuti
sentendo parlare italiano e parlandolo, e non c'erano
problemi tra noi ragazzini di etnie diverse. Nel tratto a
piedi per andare a scuola invece s, allora ne sentivamo
di tutti i colori: tedeschi porci, crucchi... E noi a nostra
volta: italiani del cavolo. Tra vicini, per, ci si capiva.
Walli ricorda intere serate passate a guardare Carosello
assiepati davanti alla tv dei vicini napoletani, una scena
tipica del nostro Paese negli anni Sessanta. Pap aveva
tanti amici italiani, con cui beveva il caff tutte le sere.
Lui e la mamma avevano studiato in quella lingua,
sotto il fascismo. Non aveva nulla contro la nazione italiana,
ma contro il sistema s. Della vigna e delle mele
che coltivavano, mi spiega, era impossibile vivere, e
Luis aveva cercato lavoro nella zona industriale, vicino
a casa, ma senza risultati. I posti andavano di preferenza
agli immigrati dal Sud. E poi non si poteva parlare la
nostra lingua, avevano cancellato le feste, le tradizioni...
Penso che il gruppo a cui apparteneva mio padre si sia
messo insieme perch volevano cambiare le cose. E credo
che lui, una persona in gamba, fosse per anche un
po' una testa calda.
La storia presenta Luis Amplatz come ben pi di
questo, non certo un semplice attivista: la figura chiave
del movimento sudtirolese per la zona di Bolzano. Uno
dei capi che dovettero fuggire all'estero subito dopo la
Notte dei Fuochi. Ma pensando al trentenne che desiderava
un posto da operaio, con una giovane famiglia, ci
si chiede: come arriv al punto di organizzare attentati?
Possibile che un uomo cos semplice, assieme a un drappello
di complici, abbia avuto la capacit tattica di far
saltare trentasette tralicci contemporaneamente? Quel
genere di organizzazione richiede la capacit di procedere
con un piano complesso. Occorre mettere insieme
decine di persone che nello stesso momento fanno saltare
in aria obiettivi, anche in un'area urbana, sorvegliata
dalla polizia... La Notte dei Fuochi non fu un'impresa
banale, e la scelta radicale della violenza e della clandestinit
appare lontanissima dal personaggio che emerge
dalle parole di Walli.
Come si spiega, poi, la fiducia riposta fin da subito
in un uomo molto diverso da lui, Georg Klotz?
Erano personalit quasi opposte: uno aveva fatto la guerra,
era sopravvissuto al fronte russo, l'altro era un giovane
digiuno di strategia bellica. Ma quando, dopo il 1961,
fuggirono in Austria si ritrovarono con un sentimento
in comune: la nostalgia. Credo che a unirli sia stato
l'esilio, sia a Vienna sia ad Innsbruck erano praticamente
sempre insieme: in un Paese dove non conoscevano
nessuno, senza poter tornare perch erano entrambi ricercati
dice Walli.
Come la famiglia Klotz, anche la sua era oggetto
di frequenti visite e perquisizioni da parte delle forze
dell'ordine. A sua moglie Anna, per, Luis non aveva rivelato
alcun dettaglio: Pap diceva sempre: "Io non ti
dico niente cos un domani non possono chiederti niente".
E infatti lei non ha avuto problemi. Tranne, qualche
volta... si corregge sorridendo. Dopo la fuga, nel
1961, sono venuti spesso i carabinieri a casa ad interrogarla,
e non mancava chi le faceva delle avances. Era
proprio una bella donna.
Non stento a crederlo, perch anche Walli Amplatz
 molto bella: capelli castani lisci intorno a un viso illuminato
da grandi occhi nocciola, da cerbiatta. Che scintillano
quando faccio notare che anche Luis, a giudicare
dalle foto, era piuttosto attraente.
Pap era veramente un bell'uomo dice con dolcezza.
Quando lui era ad Innsbruck andavamo a trovarlo
quattro volte all'anno, con il treno. Allora c'era la frontiera
al Brennero e il convoglio si fermava, almeno tre
quarti d'ora, per noi. Portavano via la mamma per perquisirla
e noi ovviamente piangevamo, avevamo paura,
perch non sapevamo cosa le sarebbe successo. Poi lei
tornava e il treno ripartiva. Andavamo nella casa dove
mio padre abitava con un amico, all'epoca lavorava come
commesso. A parte queste poche visite, c'erano solo
incontri clandestini, e mai con i figli: Durante l'esilio
lui veniva in Sudtirlo ogni tanto, da solo credo, e vedeva
la mamma. In estate lei lavorava anche in un magazzino
di frutta, oltre a portare avanti il nostro maso.
Noi intanto stavamo nella Val Sarentino. Ci dicevano di
non andare nel bosco perch c'era l'Uomo Nero, e invece
era pap. Non poteva avvicinarsi, perch la polizia
veniva ogni tanto a controllarci e a chiedere se lo avevamo
visto. Per un bambino di quattro o cinque anni
non  facile mentire e quindi lui poteva solo guardarci
da lontano.
La moglie di Luis Amplatz non fu mai arrestata n
maltrattata, ma la quotidianit famigliare non era facile:
Lavorava dieci, dodici ore al giorno, sabato e domenica
gestiva il nostro piccolo maso, assieme a dei vicini
contadini che venivano a dare una mano. Aveva una
mezza giornata libera il luned mattina per fare il bucato
per tutti noi e pulire la casa.  rimasta vedova giovane,
ma non ha mai pi avuto nessuno. Dopo la morte di mio
padre, non le hanno dato la pensione di reversibilit,
perch lui era classificato come terrorista. A volte non
avevamo di che comprare il pane ed il latte. Ma i negozianti
italiani, che ci conoscevano, l'hanno sempre aiutata:
"Signora, lei non si preoccupi, quando ha dei soldi
me li porta".
Della fatidica notte del 1964, in cui suo padre fu ucciso
nel sonno, com' naturale Walli non ama parlare.
Suppone per che quella trappola fu un modo per dare un
segnale forte di presenza dello Stato italiano. Non abbastanza
forte, per, dato che la preda pi ambita, Georg
Klotz, riusc a fuggire: non si  mai interrogata su questo?
Certo  strano che uno sia morto e l'altro no scuote il
capo. So comunque che tanti anni dopo, quando Kerbler
fu arrestato a Londra, l'Italia avrebbe dovuto chiedere
l'estradizione ma lasciarono passare il termine, cos
lui fugg, pare in Sudafrica. Troppo pericoloso, probabilmente,
riportare in patria un uomo che conosceva i
dettagli di dossier cos compromettenti. Un personaggio
spietato e astuto che pure, quella notte del 1964, sembra
aver ucciso per i suoi mandanti il nemico sbagliato.
Chiedo a Walli come ha saputo della morte del padre.
Risponde: dalla radio. Mia sorella Gerda era a casa
quando  successo, mio fratello Andreas e io eravamo
al maso in Val Sarentino. Stavamo cenando quando
il notiziario delle otto di sera ha dato l'annuncio, e
i proprietari del maso ci hanno detto: "Bambini, subito
a letto". Io avevo capito che qualcosa non andava,
Andreas no. Il giorno dopo ci hanno svegliati prestissimo,
 venuta la mia madrina a prenderci con la macchina e
ci ha portati a casa. L c'era la mamma, che ci ha detto:
"Pap  stato ucciso". Mi ricordo il funerale con tantissima
gente, al cimitero di Bolzano, poi siamo tornati a
casa e c'erano tutti i giornalisti del mondo che facevano
foto. La mamma ci ha mandato dai vicini ad aspettare
che tutto finisse.
 impossibile non pensare che un uomo con dei figli
piccoli avrebbe dovuto mettere al primo posto loro e la
moglie, anzich lasciarli soli. Al contrario di Eva, Walli
non ha il conforto di una battaglia da combattere, n il
rifugio di una memoria ricca di momenti passati con il
padre: era piccola quando lui fugg, e tre anni dopo era
morto. L'ultimo incontro risaliva a sei mesi prima, nella
consueta visita ad Innsbruck. Stavamo l una notte ed il
giorno dopo si ripartiva. La mamma era contenta di vederlo,
lui era felice di vedere noi, si giocava... ma non
posso dire com'era lui, con precisione, perch in realt
non me lo ricordo. Quando succedono queste cose,
una figlia che non ha conosciuto bene il pap tende a
idealizzarlo, a ricordarlo come vorrebbe fosse stato.
Pare che lui fosse tra quanti avevano sempre detto: "Non
devono esserci morti". E penso che sia stato un bravo
pap. Ma forse lo dico solo perch voglio che sia cos.
Sono passati cinquantaquattro anni, ma dopo un racconto
privo di sentimentalismi  proprio questa immagine
dell'ultimo incontro a commuoverla. La voce le si
rompe. Dopo, suo padre  diventato un simbolo. La
mia vita  sempre stata determinata da lui, anche nell'assenza
ammette Walli. Quando ho sposato un italiano,
almeno uno dei miei parenti paterni mi ha tolto il saluto.
La mamma invece non ha mosso obiezioni.
Le chiedo se secondo lei il Sudtirlo sia ormai una
terra pacificata e mi risponde di no: Ci sono ancora
tensioni, gruppi che vogliono rimestare nel torbido.
L'ipotesi del passaporto austriaco per i sudtirolesi, per
esempio, credo sia solo una provocazione. Io vorrei un
Alto Adige senza provocazioni. Una richiesta complicata
da soddisfare, in un periodo in cui i nazionalismi e
i localismi stanno riprendendo quota. In questo momento
credo che a Bolzano la maggior parte degli italiani
e dei tedeschi siano bilingui, ma nelle valli  ben
diverso. Mio marito  italianissimo ma parla tedesco, e
d'altra parte non avrei voluto sposare un uomo che si rifiuta
di imparare la mia lingua. Io so la sua.
Sono d'accordo. Essere cittadini d'Europa, del mondo,
e poter aprire la mente a pi culture possibili,  un
enorme privilegio.
I nostri figli ormai sono europei... Ma le teste calde
ci sono ancora, anche tra i giovani dice Walli.
Discorrendo con un ragazzo della Val Pusteria, qualche
settimana fa, mi  capitato di dire che la questione del
doppio passaporto mi sembrava una grande stupidaggine,
e lui mi ha aggredito: "Proprio tu che sei la figlia di
Amplatz, verggnati!". Non aveva neanche trent'anni.
C' ancora tanto da fare.
Quando ho chiesto a Eva Klotz se avesse ancora un
senso lottare per l'autodeterminazione, mi ha risposto
con decisione: S, ma con mezzi legali e democratici,
con alleanze, con tutta la passione ed il diritto. Per bisogna
essere sempre pronti.
Eva Klotz e Walli Amplatz rappresentano estremi
opposti di un Sudtirlo dai mille incroci e dai mille travagli.
Hanno davanti a s due visioni divergenti: una
chiusa nelle piccole patrie d'Europa, l'altra aperta alla
grande patria europea.
Il Sudtirlo non  pacificato. Non lo sono le sue figlie.
Ciascuna a modo proprio, portano addosso l'eredit
e le colpe dei padri.
...
33. Inganni e delusioni.

Bolzano e Taisten, febbraio 1965.

 Peter, ora, a parlare di azione, e Klara ad invitare alla
cautela. Far saltare i tralicci dell'alta tensione  un conto,
lo ammonisce, ma uccidere delle persone a sangue
freddo  un altro. Carabinieri, guardie di finanza, poliziotti.
Lo Stato vendica i suoi, spiega al suo uomo
impaziente.
Lascia che lo facciano gli altri dice. La gente non
 pi solidale davanti a tutta quella violenza, e persino
il governo austriaco comincia a tirarsi indietro. Presto
nemmeno l'espatrio sar pi un'opzione valida. Guarda
cos' successo ad Amplatz gli ricorda.
Almeno lui  caduto con onore.  un eroe!
 stato ucciso nel sonno obietta Klara.
Ma  stato ucciso perch ha avuto il coraggio di passare
il confine per venire a fare il suo dovere insiste
Peter, testardo.
Klara sospira. Le stesse parole d'ordine di quattro,
cinque anni prima, ripetute con la stessa consapevolezza
di allora. Cio nessuna. Peter non  cambiato affatto. E
questo la riempie di una feroce tenerezza, ma anche di
paura: sembra incapace di scrollarsi di dosso l'ingenuit
di un tempo. Lo ama anche per questo. Ma  solo grazie
alla sorveglianza costante e discreta di Umberto da una
parte, e di Franz dall'altra che la vita di Peter non  in
pericolo. Ma se facesse qualche sciocchezza questa protezione
non durer a lungo.
Potremmo farlo insieme Peter la prende per le spalle,
lo sguardo ardente. L'intensit della sua voce risuona
incongrua tra le pareti della piccola cucina di casa loro.
Fare cosa? per un breve momento, Klara pensa
che si riferisca ad un figlio. Fare un figlio? E mantenerlo
come? Lui scarica casse al mercato, lei d ripetizioni ai
rampolli dell'alta borghesia...
Un attentato.
Klara sente un brivido di sollievo, o forse  delusione.
Comunque un sentimento superfluo, di fronte all'enormit
che Peter ha appena pronunciato.
Ho trovato la tua pistola continua lui. Nel cassetto
della biancheria, che nascondiglio banale, tesoro...
E che ci facevi con le mani nel mio cassetto della
biancheria? chiede lei severa.
Mettevo via la roba pulita ma lui sfugge il suo
sguardo. Non  vero, cercava indizi. Un passaporto timbrato,
dei biglietti aerei. Da quando la sua fidanzata frequenta
cos spesso il padre, vive nel terrore che possa
andarsene in America. Un terrore irrazionale, forse.
Non avevi il diritto di frugare tra le mie cose si arrabbia
lei. E dimentica quella pistola.
Potrebbe servirci.
Se servir, sar per difenderti, non certo per
rovinarti.
Allora me ne procurer un'altra. Peter  infastidito.
Non si pu aspettare. Non vedi? Gli italiani sono
terrorizzati, hanno paura ad uscire dalle caserme. Ancora
qualche colpo e si ritireranno. Non serve nemmeno uccidere,
basta che gli facciamo paura!
Lei lo fissa incredula.
Ma ti ascolti quando parli? Credi davvero che se ne
andranno solo perch sparate in aria? E poi, tu e chi?
Tu e quei simpatici amici che ti considerano un traditore?
Quelli che giocavano al tiro al bersaglio con la tua
gamba? Klara si accorge di essersi messa le mani sui
fianchi. Dovresti andare a trovare tua madre cambia
argomento. Non sei passato da lei nemmeno a Natale.
Non credo di mancarle, l'ultima volta che sono salito
a Pinzn nemmeno c'era. Mia madre si  rifatta una
vita, mi sembra chiaro.
Piantala di dire sciocchezze! Ha bisogno di te e lo
sai!
E tu, invece, che cosa ne sai?
Io ci parlo al telefono. Le racconto come stai. E la
chiama anche Max... Katharina  una brava persona.
La vita l'ha trattata gi abbastanza male.
Perch, non sta bene? suo malgrado, Peter si
preoccupa.
Ma come vuoi che stia bene una madre che ha perduto
un figlio? Guarda la mia.
Non mi ha perso... Sono solo diventato adulto, e
vado per la mia strada.
Adulto. Volesse il Cielo, pensa Klara.
Lei va per la sua, ha dimenticato mio padre e forse
 meglio cos.
Questo pensi? Che lo abbia dimenticato?
Mi sembra chiaro. Da chiss quanti anni ha un
amante e...
E per questo sei arrabbiato con lei? prima che
Peter possa negare, gli mette una mano sulla bocca. S
che lo sei. Ma non sai niente. E forse  ora che tu sappia,
invece. Che cos' la fedelt, cosa l'onore, cosa la sofferenza.
Allora forse smetterai di cianciare di pistole e di
attentati.
Gli prende la mano e quasi lo trascina di forza fuori
dal loro appartamento.
Dove andiamo? chiede Peter.
Da Max.
Sar al negozio, da Karl...
No, mi ha detto che stamattina rimaneva con Sissi.
 stanca e gi di corda. Si  ammalata spesso,
quest'inverno.

Ad aprire  lo stesso Max, che dalla finestra li ha visti
attraversare la piazza.
Ciao! saluta stupito. Che sorpresa! Ma per la verit
stavo uscendo e...
Fagli vedere la fotografia lo interrompe Klara.
Max sulle prime non capisce, poi spalanca gli occhi.
Intendi...
Proprio quella, dai, spcciati. Quella che hai scattato
in stazione.
Max fissa Peter e rimane immobile sulla porta.
Se gliela faccio vedere cambier tutto obietta a
mezza voce.
Cos', pensavi che potesse andare avanti per sempre,
la commedia? la voce di Klara  fredda e dura.
Peter guarda la fidanzata e l'amico senza capire. Di
che cosa stanno parlando?
Entrate sospira Max. Li precede in camera sua,
apre il cassetto della scrivania e ne estrae una busta che
porge a Peter, senza guardarlo. Spero che sia la cosa
giusta dice a Klara e chiaramente  convinto del
contrario.
Cos'? chiede Peter, impaziente.
Il segreto di tua madre... risponde lei.
Quella volta che mi hai chiesto di seguirla a Bolzano,
te lo ricordi? soggiunge Max a voce bassa. L'amico
sulle prime non capisce di cosa parli.
Ma sono passati due anni! Lei ti aveva seminato nella
calca... Poi la voce gli muore in gola, mentre fissa la
stampa in bianco e nero di grande formato. La Leica e il
suo teleobiettivo hanno fatto un gran lavoro. L'immagine
 nitida: si vede il furgone con il nome della segheria
sulla fiancata, Katharina che si intravvede sul sedile del
passeggero. E quel viso. Gli basta un'occhiata per capire
tutto.
Volta la foto, come per cercare spiegazioni sul retro.
Una data, una scusa per pensare che quella scena
 talmente lontana nel tempo da precedere la sua stessa
nascita. Non sembra neppure ascoltare le spiegazioni
di Max: Ho preso informazioni. Si  sposato e ha due
figlie, due ragazzine.... Quel volto barbuto potrebbe
anche non riconoscerlo ma gli occhi... Gli occhi che
controllano la strada prima di ripartire li ha gi visti centinaia,
migliaia di volte. Lo hanno guardato dalla parete
della Stube, ogni giorno della sua vita.
Ha immaginato per anni quell'uomo con le armi in
pugno nella neve gelata del fronte russo, tra le rovine fumanti
della capitale del Reich, e poi nelle acque insidiose
dell'Elba, stremato sotto il peso di Hermann. Lo ha
visto scivolare a qualche metro dalla riva e scomparire
per sempre, inghiottito dal fiume. Il suo eroe. In quelle
scene, prima di morire, suo padre pronunciava il suo
nome, Peter, il nome di un figlio che non aveva mai
conosciuto, ma che lo aspettava a casa. Ora quel figlio,
che non ha mai davvero smesso di aspettarlo, lo ritrova
alla guida del furgone di una segheria.
Peter si lascia cadere sul pavimento, la schiena contro
la parete. Le gambe non lo sostengono pi.
 ancora vivo sono le sue uniche parole. Ma
perch?

Il viaggio verso Taisten  silenzioso. Peter ha in testa
mille domande: Perch non sei tornato a casa da noi?,
Perch mia madre ha mentito?, Perch mi hai abbandonato?
Max guida, sollevato che l'amico non se
la sia presa con lui: ha organizzato questo viaggio per
fargli capire che  dalla sua parte, che ha mantenuto
il segreto solo per proteggerlo. Klara odia le emozioni
confuse ed  contraria a quell'iniziativa fin dall'inizio: il
passato va lasciato dove sta, ha detto invano.
Strada facendo, incontrano i posti di blocco dei carabinieri
e dell'esercito. Li fermano, l'evidente agitazione
di Peter li mette in allarme, ispezionano con cura l'auto
e il bagagliaio rendendolo ancora pi nervoso, poi a malincuore
li lasciano ripartire. Max ha paura che al successivo
posto di blocco l'amico esploder e si metter a
menare le mani, ma Peter si trattiene.
Non  difficile trovare la segheria Pichler,  la pi
grande della zona. Poco lontano si ergono i monti boscosi,
il confine naturale con l'Austria. Una trentina di
chilometri, non di pi: una scampagnata, per chi conosce
il terreno. Max parcheggia sulla spianata, dove si incrociano
i mezzi a rimorchio venuti a caricare tronchi
interi e tavole tagliate. Tra i capannoni e le officine 
ben visibile una bella casa bianca, con i balconi di legno
chiaro dove tra pochi mesi fioriranno i gerani. Eccola,
pensa Peter. Dev'essere la casa dell'altra.
Come ha potuto sua madre tollerare una situazione
simile? Come ha potuto quella sconosciuta con le sue
due marmocchie portarsi via lo sconosciuto che  suo
padre? E ora, cosa gli dir?
Salgono le scale della palazzina che ospita gli uffici.
Che cosa posso fare per voi? domanda una giovane
segretaria, guardando Max con aperta ammirazione.
Tocca a lui rispondere dato che il suo amico sembra
ammutolito.
Buongiorno, signorina esordisce con un sorriso disarmante.
Siamo venuti per parlare con il signor Pichler.
Il principale  fuori risponde la giovane donna con
aria dispiaciuta.
Possiamo aspettarlo?
Potete, ma rischiate di aspettare a lungo.  in Austria
e in Germania per lavoro. In questi casi non si sa
mai di preciso quando rientra...
In Germania? ripete sbigottito Max. Peter si prende
la testa tra le mani.
Era urgente? domanda la giovane, sorpresa
dall'aria sconvolta del giovane visitatore.
Ma no interviene Klara. Un contrattempo, solo
un contrattempo. Cinge le spalle di Peter e lo accompagna
verso l'uscita. Lui si sente distrutto, un sacco vuoto
ora che la tensione lo ha abbandonato all'improvviso.
L'uomo che aspetta da una vita  a portata di mano, ma
irraggiungibile.
Max cammina a testa bassa dando dei calci ai sassi,
deluso. Klara fissa la bella casa bianca. Se fosse da sola,
andrebbe a bussare. Andrebbe a vedere chi  la donna
per la quale Gnther ha spezzato la sua vita in due. Ma
sar stato per amore? Si guarda intorno, il brulicare dei
camion, il legname che si trasforma in mazzette di banconote.
E a Pinzn, Katharina, con i suoi begli occhi
verdi, si rompe la schiena alla Gasthaus, le mani rovinate
dalle pulizie, le ombre dell'insonnia sul viso per le
notti passate sui conti. Non c' confronto tra le due vite.
Hanno appena raggiunto l'auto quando un uomo in
tuta da lavoro, coperto di segatura, li affianca a bordo di
una vecchia Volkswagen.
C' una persona che vuole vederti dice a Peter.
Me? lui sente rinascere la speranza. Magari suo padre
non  in Germania.
Te e l'uomo si avvia senza controllare che lo seguano.
Max mette in moto e parte sgommando, tallonando
lo sconosciuto imbocca la strada che sale verso
la montagna. Svolta in un sentiero di terra battuta che
attraversa un grande prato dietro cui si apre il panorama
della valle. In fondo c' un fienile che pare abbandonato.
Quando scendono dall'auto si fanno sotto due
cani, ringhiando, ma l'uomo in tuta blu li calma con un
gesto. Sempre senza dire una parola, guida il gruppetto
verso il fienile.
Da quass si vede proprio tutto dice una voce che
Peter riconosce immediatamente.
In piedi su un ballatoio, il gomito sul davanzale della
finestra, Hermann scruta l'orizzonte con un binocolo.
E poi, con Siegfried e i cani,  difficile che qualcuno
possa cogliermi alla sprovvista qui dentro. Scende la
scala a pioli e batte una pacca vigorosa sulla schiena di
Peter.
Quanto tempo, eh? Ho lasciato un ragazzino e ora
mi sembra di ritrovare un uomo commenta. Sei venuto
a cercare tuo padre? Se n' andato lo delude. Gli
sbirri italiani stavano diventando rognosi.
Peter non riesce a rispondere. Hermann, qui?  sempre
stato qui? Ha sempre saputo?
Che posto  questo?  Klara a porre la domanda,
osservando attentamente il rifugio.
Fino a poco tempo fa era un covo di contrabbandieri.
Si vede tutto da quella finestra. E ci sono perfino
dei passaggi segreti che portano nel bosco. Il monco
solleva una botola e rivela una nicchia scavata nella
roccia. Una volta ci mettevano il tabacco, per tenerlo
all'asciutto, adesso il ripostiglio serve ad altro.
Muovendo il fascio di una torcia elettrica, fa apparire e
scomparire le file di fucili allineati contro la parete del
nascondiglio. Casse di granate, esplosivi. Un altro deposito
clandestino, pensa Klara.
Con questa roba se ne fanno di azioni commenta
Max, ma senza emozione. Si accorge che quella roba
non gli interessa, non gli d un senso di potere. Non
hanno posto nella sua vita. Si ritrova a pensare alle coltivazioni
ordinate nei possedimenti del padre, alla vendemmia
che ha disertato per anni. La terra  l'unica cosa
vera. Il resto  solo un inganno.
Non sono venuto per le armi interviene Peter.
Dov' mio padre?
Te l'ho detto, ha tagliato la corda gi da un po'. Ha
passato il confine con l'Austria. Quasi certamente andr
a rifugiarsi a Monaco risponde Hermann. Uno sbirro
italiano  venuto a interrogarlo. Prima c'era venuta tua
madre. La pressione era troppa....
Ma perch non mi ha mai cercato? Peter deglutisce.
Possibile che non sapesse della mia esistenza?
Non penserai una cosa del genere di tua madre lo
rimprovera Hermann. Lo ha saputo subito, appena
l'ha rivista. Ma si era rifatto una vita. Il resto era acqua
passata....
Mi avete mentito tutti commenta amaro Peter.
Per proteggerti.  inutile spiegare ai bambini delle
cose che non possono capire.
Ma adesso non sono pi un bambino!
Allora guarda in faccia la realt: un uomo ama una
donna, poi ne ama un'altra, cambia vita, fine della storia.
Fine della storia non tanto. Klara interviene, non
pu sopportare lo sguardo ferito di Peter. Dato che
Katharina l'ha... rivista... per anni.
Gi Hermann scuote il capo. Gliel'ho detto, che
era una fesseria, ma ha sempre avuto un debole per lei.
Pensavo fosse un eroe Peter guarda Hermann senza
espressione.
E lo , ragazzo, lo  l'uomo annuisce con veemenza.
 rimasto un combattente, ci ha aiutato per tutti
questi anni, con soldi, con questo rifugio. Chiunque lotti
per la nostra patria  un eroe. Richiude la botola con
cura. Non  il caso di rivelare a Peter che alcune di quelle
armi sono state pagate con i suoi soldi dell'universit.
Quando torner, Gnther? chiede Max. Non vede
l'ora di andarsene di l.
Quando quello sbirro, Umberto, la smetter di stargli
alle calcagna risponde Hermann.
Alle calcagna sue o alle tue? chiede Klara
provocatoria.
A quelle di entrambi. E non prendere quell'aria furba,
sai benissimo che i tuoi trucchetti con me non attaccano
sbuffa Hermann. Certo, i carabinieri mi vogliono
morto. Avete visto che cosa  successo ad Amplatz?
Umberto, sempre lui. Peter non si capacita, gli
sembra una persecuzione.  un vero bastardo.  colpa
sua se mi hanno sparato addosso. E adesso  colpa
sua se mio padre se n' andato. Se solo ce lo avessi tra
le mani!
Non  mica facile ammazzare un uomo lo istiga il
combattente pi anziano.
Basta avere l'arma giusta. Peter guarda di sfuggita
Klara. Lo odio abbastanza per provarci.
L'odio non c'entra nulla, e neppure il coraggio
ribatte lei. Quando uccidi, muori con la persona che hai
ucciso. Non si torna pi indietro.
Questo riguarda solo me.
Vedremo.... Hermann interrompe il dibattito.
Andate, adesso. Una pattuglia di passaggio potrebbe
notare le auto parcheggiate davanti al fienile.
E per mio padre? Che cosa faccio?
Niente. Aspetti. Quando rientra, ti mander a
chiamare.
E di quella secca promessa Peter  costretto ad
accontentarsi.
Klara lascia che i due giovani si incamminino verso
l'auto, poi si pianta di fronte al monco.
Ma a te che cosa serve davvero? Un traditore o un
martire? chiede.
Non capisco la domanda.
Capisci benissimo, invece. Se Peter lo fanno fuori i
tuoi amichetti,  un traditore in meno. Se lo abbattono i
soldati italiani  un martire della libert. Ma forse per te
non fa differenza, vero?
Attenta a come parli, Peter  come un figlio per me.
Gente migliore di te ha mandato i figli a morire.
Klara si gira e raggiunge di corsa i suoi due amici. Non
vuole che l'uomo le legga negli occhi la decisione che ha
appena preso.
...
34. I ricordi uccidono.

Bolzano e Taisten, maggio-agosto 1965.

 Helga a trovare il corpo senza vita di Sissi. Lascia cadere
a terra il cesto della spesa e si getta in ginocchio.
Signora, signora... mormora desolata, non si aspetta
alcuna risposta. La tempia destra  coperta di sangue e
la nuca forma un angolo retto con il bordo del tavolino.
Cadendo, lo ha urtato con forza. La governante si concede
a stento il tempo di qualche singhiozzo, poi con la
consueta efficienza chiama l'ospedale e la polizia.
Inutili entrambi. Nell'attesa non tocca nulla, si siede con il
fazzoletto in mano.
Rientrando dal negozio di fotografia, Max capisce
subito che  successo qualcosa di grave: l'ambulanza
davanti al palazzo, la folla dei curiosi, l'auto della polizia.
Sale le scale di corsa e la prima persona che vede,
sulla porta dell'appartamento di Sissi,  Umberto. Con
la sua immancabile giacca nera e l'eterna sigaretta tra le
labbra. E al centro del gruppo, dove le uniformi si mescolano
ai camici bianchi, una forma allungata su una
barella, sotto un lenzuolo candido. Zia Sissi mormora
Max sottovoce. Le lacrime non vengono, ma sente montare
una sensazione di rabbia e ingiustizia. Se n' andata
senza salutarlo. Come? Infarto? Poi nota la macchia sul
pavimento, accanto al tavolino.
Sembra che sia stato un incidente commenta Umberto
seguendo il suo sguardo. Si  chinata per prendere
qualcosa. Ha perso l'equilibrio ed  scivolata dalla sedia
a rotelle. Ha sbattuto violentemente la testa contro
lo spigolo ed  rimasta tramortita. Poi, probabilmente,
il cuore ha ceduto... Condoglianze.
E hanno chiamato lei?  anche in quella confusione,
Max trova strano che sia arrivato nientemeno che un
agente dell'antiterrorismo. Di certo non possono sperare
di trovare niente, l da loro. E comunque non si spingerebbero
a perquisire casa di zia Sissi con la scusa di
indagare sulla sua morte... o s?
Mi ha chiamato tuo padre. Umberto segue facilmente
l'intera gamma di domande sul viso del giovane.
Quando la smetteranno di pensare che siamo noi il nemico?,
si chiede esasperato.
Stava cercando la sua Bibbia mormora Max.
Come dici?
Si  sbilanciata per prendere la Bibbia. Le piaceva
leggerla proprio l, davanti alla finestra....
Certo, certo.... Umberto si china a raccattare da
terra le Sacre Scritture. A voce bassa scandisce:
Perch se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo,
moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che
moriamo, siamo dunque del Signore. Mentre richiude
il volume, ne scivola fuori una foto.  lui il primo a raccoglierla.
La guarda, le sopracciglia aggrottate. Poi se la
infila in tasca.
Che cos'? Non pu prenderla cos! protesta Max.
Una vecchia istantanea... Una foto di tuo padre con
della gente risponde Umberto. Devo controllare un
dettaglio, te la faccio riavere al pi presto.
Ma  roba mia! Voi italiani non potete sempre fare
quel che vi pare!
Noi italiani non possiamo mai fare quello che ci pare
replica secco Umberto. Altrimenti credimi, saremmo
ben lontani da qui. Io, almeno. Poi qualcosa attira
la sua attenzione. Fa un passo verso la sedia a rotelle
rovesciata e la esamina. Appoggia la mano sulla ruota
sinistra, la scuote piano.
Si direbbe che i mozzi fossero allentati mormora.
Strano. Ma chi poteva avere interesse....

E adesso che c'? Umberto trova il suo assistente
chino sul tavolo, con una cartina della provincia aperta
di fronte. Di nuovo. Stai ancora studiando da
cartografo?
Nella notte hanno mitragliato la caserma dei carabinieri
di Sesto Pusteria risponde Ettore senza alzare lo
sguardo. Due morti.
Con ventimila uomini che pattugliano questo buco
maledetto. Umberto fissa incredulo la mappa. Sparano
come e dove vogliono... ci prendono in giro.
Saranno cinque minuti, da l al confine. Forse venivano
dall'Austria azzarda Ettore senza crederci
nemmeno lui.
E adesso li sentiamo, gli amici di Roma sospira
Umberto. Faranno la voce grossa. Come se non sapessero
gi tutto... come se il gioco di questa gente non
fosse anche il loro.
Ettore fa finta di non aver sentito.
Forse dovresti prenderti una vacanza si limita a
suggerire.
Me la prender quando questa storia sar finita.
Ma entrambi si chiedono se finir mai.
Vieni, andiamo si muove verso la porta.
Andiamo dove? Non  affar nostro l'indagine.
Noi infatti andiamo l vicino. A Taisten.
Ancora?  ricomparso quel tizio che cercavi, il
falegname?
Quello  bravo solo a sparire commenta Umberto.
Ma se il suo amico Hermann ha a che fare con questa
storia,  da lui che si sar rifugiato.
Se invece fosse fuggito in Austria?
Pu darsi. Ma se ho capito qualcosa di questa gente
 che non scappano subito via. Restano a godersi lo
spettacolo.

Stavolta fanno sul serio, agiscono con tutta la rapidit
e il clamore possibili. A Taisten arrivano in elicottero,
atterrano nel parcheggio della segheria sollevando nuvole
di polvere. Che si rendano conto, quei paesani ciechi,
muti e sordi, che non si scherza con la polizia italiana.
Umberto scende a terra schermandosi gli occhi e corre
verso la casa di Gnther, o meglio di Hans. Gli apre una
donna tra i quaranta e i cinquant'anni, con qualche filo
grigio nei capelli. Non  mai stata bella, pensa Umberto:
nemmeno lontanamente bella come Katharina. Ma
 sempre stata ricca. Qualche passo dietro di lei, vede
due ragazzine, la pi grande avr forse quattordici anni.
Quando vede chi  alla porta, abbassa lo sguardo e d
un ordine secco.
Filate in camera. Mamma ha da fare.
Fa accomodare Umberto, ma non gli offre nulla.
Maria Pichler, esatto?
La donna annuisce.
Hans  in casa?
 fuori per lavoro.
Fuori dove?
Austria e Germania.
E da quanto tempo  fuori?
Da alcune settimane.
Umberto ostenta stupore, anche se sa benissimo che
le settimane sono mesi.
Ha chiamato a casa?
Qualche volta.
Da dove?
Non me lo ha detto.
Ed  normale, che stia via cos tante settimane di
sguito?
La donna scrolla le spalle. Lo sguardo stolido le riesce
bene. Umberto vluta le opzioni.
Cerco un uomo. Suo marito lo conosce. Alto, sulla
sessantina, gli manca un braccio.
Non conosco nessun monco Maria fa un cenno
fuori dalla finestra. In una segheria, non servirebbe a
nulla.
Umberto si alza e studia l'interno caldo e accogliente
della casa.
Ve la passate benino, eh?
Lavoriamo sodo.
La segheria era di suo padre?
S... poi  morto di una malattia dei polmoni, per
via della segatura.
Che fortuna incontrare un uomo come Hans, lavoratore,
coraggioso, pronto a prendere in mano la ditta.
S,  stata una coincidenza felice un lieve sorriso
sfiora le labbra della donna,  il primo segno di emozione
da quando Umberto  entrato. Il primo segno di
debolezza.
Fortuna sua, sfortuna di un'altra. Almeno finora
tira fuori di tasca una foto di Katharina. L'ha scattata
uno dei suoi uomini, alla Gasthaus, lei non se n' neanche
accorta. Sta servendo ai tavoli, una ciocca le sfugge
dalla crocchia sulla scollatura, sorride al cliente ed  bellissima.
Conosce questa donna?
Maria si irrigidisce.
Mai vista risponde, ed  sincera.
Si chiama Katharina, ha una pensione nella Bassa
Atesina vede che la menzione di quella zona suscita
un moto di riconoscimento nella donna e annuisce.
Gi, il paese di Hermann...  l che suo marito l'ha
conosciuta.
Mio marito? stavolta la sorpresa  molto pi forte.
Certo. Per caso in questi mesi... in questi ultimi anni,
anzi, i viaggi di lavoro si sono fatti pi frequenti?
Viaggi di cui non le raccontava quasi niente? Da cui tornava
sereno, magari... pi affettuoso del solito? Vede
lo sgomento dipingersi sul viso tondo di Maria, e incalza.
Andava da questa donna batte un dito sulla foto.
La nipote di Hermann. Gliel'ha presentata lui... Ha
un figlio, ha bisogno di un marito ed Hermann spera che
la sposi. L'amico vicino, la nipote sistemata... l'ideale
per la sua vecchiaia.
Ma... Hans  sposato con me! Ed Hermann  un
amico! lo sgomento della donna  un grido che viene
dal cuore. Ma che cos'ha questo gran bastardo per essere
amato cos?, si chiede Umberto. Non  nemmeno
bello.
In amore ed in guerra... E la nipote di Hermann 
davvero uno splendore. Anche il figlio non  male. Gi
lo chiama pap.
Gli occhi di Maria mandano lampi.
Sta mentendo.
E perch dovrei? Umberto quasi trattiene il fiato,
perch la risposta  facile e se lei la trova lo butter fuori.
Ma una donna accecata dalla gelosia non le vede, le
risposte facili.
Dov'?
Dov' cosa?
Dov' questa... Gasthaus.... E quella parola risuona
come una bestemmia. Dov' questa donna, questa
ladra. Dov' mio marito.
Glielo dir promette Umberto. Glielo dir in
modo che possa andare a riprenderselo. Porter con s
le bambine, gli far capire cosa sta perdendo, gli ricorder
i suoi doveri. E sono certo che lui torner.
Mentre dipinge quel quadro rassicurante vede il viso di lei
rasserenarsi.
Allora? chiede ansiosa Maria.
Allora... glielo dir, ma prima lei deve dirmi dov'
Hermann. Quel traditore aggiunge per gettare benzina
sul fuoco. Meglio sbarazzarsene.
Ma io non so dov' Hermann! Maria quasi singhiozza.
 sincera. Umberto ha un moto di sconforto:
tanta fatica, tutte quelle stupide menzogne, per nulla.
Finch lei non aggiunge: Io non lo so, ma Siegfried s.

Non  il momento dei guanti di velluto. Umberto ha
ordinato un rastrellamento dell'intera zona dove sorge
la segheria. Gli ripugnano, quelle azioni, gli ricordano
le pagine pi brutte dell'ultima guerra, ma il tempo 
un fattore fondamentale. Hermann potrebbe gi essere
fuggito. Potrebbe fuggire ora, sa che le forze dell'ordine
sono qui per lui. Si pu solo sperare che rimanga nei
pressi per vedere cosa succede. In fondo,  un amico di
Gnther, o Hans, o come diavolo si fa chiamare.
Umberto ha perso il conto delle menzogne.
Nella chiesetta dove sono stati radunati i paesani ci
sono pi donne e bambini che uomini. Uscendo da casa
di Maria, Umberto si  trovato in una segheria deserta.
Tutti scappati. Pessima giornata, per la produttivit. Ma
anche per le indagini: l'uomo chiamato Siegfried si  dileguato
con gli altri, forse anche prima degli altri.
Fa molto caldo, persino tra quelle mura spesse, e
non c' acqua, i bambini si lamentano. Uno in particolare,
la vera preda di Umberto fin da subito: il figlio di
Siegfried. Maria gli ha indicato la casa della sua famiglia
in cambio della promessa che non far del male al
bambino.
Si avvicina alla giovane donna seduta per terra che
tiene in braccio il piccolo. Sta un po' in disparte, o forse
la isolano gli altri. Danno la colpa a suo marito di questa
situazione?
Tu sei la moglie di Siegfried? chiede con durezza.
Quando lei annuisce, continua ironico: Siamo una famiglia
che lavora sodo, mettiamo i soldi in banca, non
ci occupiamo di politica, i dinamitardi e la gente che
spara ai carabinieri non li conosciamo. Ho dimenticato
qualcosa?.
La donna lo squadra in silenzio, dal basso in alto,
immobile.
Ti ho fatto una domanda. Ho detto tutto?
S, s conferma lei.
E lui come si chiama? domanda Umberto, indicando
il bambino, che indossa un paio di calzoncini e una
maglietta a righe. Lo guarda stupito con i pi begli occhi
azzurri che abbia mai visto, e s che da queste parti
non mancano.
Reinhard.
Ah! Reinhard. I nomi armoniosi voi neppure sapete
dove stanno di casa. Umberto  inarrestabile. Ha perso
la pazienza ed era l'ultima cosa che gli restava da perdere.
E quanti anni ha il nostro Reinhard?
Tre.
Il bambino gli tende le braccia con un sorriso. Chiss
come sarebbe stato vederlo fare a una figlioletta sua.
Ma il suo cuore  morto e la piet anche. Umberto afferra
Reinhard per i polsi e lo fa camminare per qualche
passo. Sente su di s lo sguardo degli altri nella chiesetta
tenute sott'occhio dai militari armati.
Tre anni, chiss quanto gli piace correre dice. Vuoi
correre fuori, Reinhard? Fuori con me?
Il bambino si illumina e grida di s. Sua madre balza
in piedi e grida di no. Si slancia verso il figlio, ma Umberto
lo solleva fuori dalla sua portata. Scosso, preso in
contropiede, Reinhard comincia a piangere.
Lo lasci andare! Non lo porti via! urla, disperata.
Fa un passo avanti, ma uno dei militari si avvicina e la
tiene lontana. Senza violenza, ma con decisione.
Umberto indovina la disapprovazione sul suo volto impassibile:
si sono messi a fare la guerra alle donne ed ai bambini?
Ha la tentazione di mandare tutto a monte, ma
ormai a che servirebbe? Quella gente li odiava prima e li
odier ancora di pi dopo, almeno che serva a qualcosa.
La donna, dopo aver tentato invano di divincolarsi,
scoppia in singhiozzi misti a implorazioni. Il piccolo
piange pi forte.
Li lasci stare! si alza una voce, ma nessuno si
avvicina.
Non ho niente contro di voi... contro nessuno di
voi Umberto parla forte per sovrastare i pianti. Ma
sto cercando Hermann, il "monco", e voi sapete dov'.
Perlomeno dov' il suo rifugio.
Nessuno fiata. Umberto alza le spalle, si volta, con il
bambino piangente sempre in braccio, e va verso l'uscita.
No! la mamma di Reinhard cede di schianto: Sta
nel fienile, nel campo in fondo alla strada che porta fuori
dal paese... Sul limitare del bosco. Non ce lo troverete,
vi ha visti arrivare... Non lo troverete mai, maledetti.
Ridatemi mio figlio!.
Umberto posa a terra il bambino, che corre tra le
braccia della madre.
Si precipita nella direzione indicata ma quando arriva
al fienile, e spalanca con un calcio la grande porta,
dentro non c' nessuno.
Si capisce, non poteva essere altrimenti.
Sente nell'aria come il calore della preda sfuggita.
Hermann ha lasciato il berretto a un gancio nel muro.
Una beffa per il cacciatore giunto troppo tardi. Il pavimento
sotto i suoi piedi fa un suono strano, si inginocchia
ad ispezionarlo. Una botola. Nella cavit, intravvede
le armi ordinatamente allineate: fucili, granate, candelotti
di dinamite.
Un altro dei depositi del caro Franz commenta.

Il telefono sulla scrivania di Kurt squilla con insistenza.
Vieni a prendermi. Sai dove. Ho bisogno di sparire
per un po'.
Non eri gi sparito?
Non abbastanza.
Arrivo.
Kurt riattacca. Peggio di cos non potrebbe mettersi.
La situazione sta precipitando.
Klara ha messo sul piatto del giradischi un LP di Stan
Getz. La carezza del sassofono riempie la stanza. Le
sembra di partire per Paesi lontani. Di essere gi lontanissima,
oltre le montagne, in un mondo che si diverte,
danza, si reinventa. I due ragazzi hanno il muso lungo.
La delusione di Peter per aver mancato suo padre si 
trasformata in un implacabile desiderio di vendetta. E
anche Max sembra avere perso la bussola, dalla morte
della zia.
Devo chiudere i conti con quel tipo ringhia Peter.
Con Umberto.
Puoi contare su di me dice Max.
Tolto di mezzo lui, le cose torneranno a posto continua
l'amico. Mio padre a casa, mia madre senza pi la
pressione dei suoi interrogatori, e io scagionato dall'accusa
di essere un traditore!
Non dire stupidaggini, Peter Klara di solito riesce
a essere paziente, con le sue sparate, ma non ne pu
davvero pi. Se ammazzi un poliziotto non avrai mai
pi pace.
Me ne andr. Non sar il primo.
Gi, ma quegli altri fanno parte di un'organizzazione
che ha i mezzi per proteggerli....
Dobbiamo escogitare un buon piano. Me la
caver....
Te la caverai. E io? Klara tenta la carta che ha sempre
funzionato. Non vorrai costringermi alla vita delle
donne degli esiliati? Sempre sola, con i carabinieri in
casa, magari trascinata in prigione....
Puoi venire con me  la soluzione di Peter. Hai anche
il passaporto austriaco, tu... Andremo a Innsbruck.
Ci rifaremo una vita!
Ehi, e io? Mi lasciate indietro? si inalbera Max,
non del tutto per scherzo. L'idea di un nuovo inizio lo
attrae. Anche se ci sono le propriet da considerare...
Vieni con noi, ovvio.
Klara si sente assalire dalla frustrazione. Peter parla
dell'omicidio come fosse un'impresa semplice e della
clandestinit come di una soluzione esistenziale. Forse
la penserebbe come lui se avesse visto la sua vita deragliare,
se le sue speranze si fossero volatilizzate. La disperazione
 una pessima consigliera. Ma no, lei saprebbe
rimanere lucida, ne  certa.
Prende le mani di Peter tra le sue.
Va bene! Per serve un piano... e i piani sono la mia
specialit, lo sai.
Mi presterai la rivoltella? chiede lui, restituendole
la stretta.
Con quella lo ammazzi solo a distanza ravvicinata
obietta. In citt ti fermerebbero dopo dieci metri....
E poi, da quando sono cominciati gli assalti alle caserme,
quello gira con la scorta. Ci vorrebbe un piccolo
esercito, delle altre armi... fa presente Max.
Klara si guarda bene dal ricordare che nella zona i
nascondigli pieni di armi non mancano di certo. Ha
un'altra idea.
Devi portarlo sul tuo terreno dice.
E cio?
Un posto sicuro, per lui come per te. Un posto in
cui terrebbe la guardia abbassata, ma dal quale potresti
scappare facilmente, no?
E quale sarebbe?
Pinzn.
Pinzn, certo!  l che  cominciato tutto.
Qualche ora pi tardi, dopo averci pensato bene, Klara
solleva la cornetta del telefono. Compone il numero con
cautela, cercando di non svegliare Peter e Max. Alla voce
nota che risponde dice solo: Dobbiamo parlare.
...
35. Nelle stanze della politica.

Un ideale dialogo politico: un uomo e una donna, un pusterese
ed una piemontese, uno storico membro della SVP
e una ex DC passata alla sinistra. Lui  Luis Durnwalder,
lei  Lidia Menapace, e della vita politica sudtirolese sono
stati e sono, in modi diversi, due protagonisti. Luis
Durnwalder, classe 1941,  un simbolo eccellente delle
opportunit che pu offrire l'istruzione: il quinto di undici
fratelli di una famiglia contadina della Val Pusteria,
 arrivato a diventare presidente della Provincia autonoma
di Bolzano, riconfermato per ben quattro mandati,
in carica dal 1989 fino alle elezioni del 2013, in cui non
si  ricandidato. Oggi  un richiesto conferenziere internazionale,
si definisce con un sorriso un prodotto da
esportazione per l'autonomia. Sono stato in Belgio, Crimea,
Sudafrica, Slovenia, in Russia per una consulenza
sulle regioni contese con l'Ucraina....
Lidia Menapace, novarese, classe 1924, la carriera
politica l'ha cominciata nella Resistenza, come staffetta
partigiana. Dopo il trasferimento a Bolzano  stata
nel 1964, con la Democrazia cristiana, la prima donna
a entrare nella giunta provinciale, come assessore alla
Sanit e alle politiche sociali. Da sempre vicina ai movimenti
- il femminismo, il pacifismo, l'associazionismo
cattolico e di sinistra -  stata senatrice nel Parlamento
italiano dal 2006 al 2008, e alle elezioni del 2018 - nelle
liste di Potere al popolo! -  stata candidata al Senato.
Ho incontrato i due politici nello stesso giorno, a
Bolzano: lui nel bar di un albergo del centro, lei nella
sua bella casa piena di libri. I loro racconti si rincorrono
e si riflettono l'uno nell'altro, illuminando da angolature
diverse una stessa realt: quella dei rapporti tra terrorismo,
politica e societ.
All'inizio degli anni Sessanta, Luis Durnwalder era
studente a Vienna, dove era iscritto alla facolt di Agraria
dopo aver deciso di uscire dal seminario di Novacella.
Come molti ragazzi della sua generazione che venivano
da famiglie povere e numerose, poich aveva dimostrato
una buona predisposizione allo studio, era stato
accolto in quella istituzione per frequentare le medie.
Le condizioni economiche erano di favore, e la speranza
era che scegliesse la carriera ecclesiastica. Non fu cos, e
dopo la maturit Luis pot andare all'universit grazie
alle borse di studio offerte da Germania e Austria.
Eravamo quasi dei richiedenti elemosina, perch il Sudtirlo
non aveva ancora un'amministrazione, le competenze
erano tutte a Trento. Studiavamo grazie agli aiuti
stanziati da quei due Paesi ricorda Durnwalder. L'italiano
lo aveva imparato alle elementari in modo, si pu
dire, poco approfondito: Il maestro venuto per insegnarcelo
era pi interessato alle maestre che a noi
racconta ridendo. Ci diceva: "Volete giocare a palla avvelenata
o volete imparare i verbi italiani?". Ovviamente
non sceglievamo la grammatica. Anche in seminario gli
studi erano proseguiti in tedesco e, dato che a Bolzano
non esisteva l'universit, l'unica alternativa era andare
all'estero. Dove, se no? C'erano solo Innsbruck
o Vienna. Pi tardi, fu fatto un accordo tra Italia e Austria
per il riconoscimento dei titoli di studio per certe
facolt. Allora come oggi, non era una scelta a buon
mercato: Sono arrivato a Vienna con una valigia di cartone
legata con una corda, la stessa che mio padre aveva
comprato pensando di emigrare in Germania dopo le
opzioni dice. Non avevo ancora un appartamento od
un indirizzo dove pernottare, quindi sono rimasto tre
giorni alla stazione, nella sala d'attesa. Poi, era l'autunno
del 1962, ho trovato la possibilit di coabitare e mi
sono arrangiato in fretta.
Presto diventa presidente degli studenti universitari
sudtirolesi: Mi occupavo dell'assegnazione delle borse
di studio, raccoglievo anche un po' di fondi. Sono
i suoi primi contatti con la politica, e avvengono in un
momento travagliato. Gli chiedo se ricorda quando fu
usata per la prima volta la parola terrorismo per definire
la situazione in Sudtirlo. Non  un dettaglio: 
l'esordio di questo concetto nel discorso pubblico del
nostro Paese. Gi dall'inizio, mi risponde, dagli attentati
del 1959 e 1960: Tutti i giornali parlavano di terrorismo,
nessuno diceva "azione di liberazione". Pi tardi,
il fenomeno  stato interpretato e classificato secondo
l'idea politica di ciascuno. In Italia  sempre stato chiamato
terrorismo, da noi dipendeva.
Luis era troppo giovane per partecipare al raduno
di Sigmundskron, nel 1957. Ma nel 1964, nel momento
dell'escalation della violenza armata, le cose stanno diversamente.
Avevo un'auto targata Vienna e non sono
mai tornato a casa senza essere fermato al confine: auto
austriaca, passaporto italiano... C'erano controlli dei
soldati o della polizia racconta. Dei due carabinieri
italiani che vivevano al mio paese, uno  stato ucciso.
Hanno pensato fosse passato Klotz o uno dei terroristi,
e ci hanno chiesto dove si trovava. Ma nessuno ha parlato
e allora hanno radunato tutta la popolazione del
borgo in un parco recintato, mentre controllavano casa
per casa.
Georg Klotz lo conosce invece nella capitale austriaca,
dove risiede per alcuni periodi dopo la fuga
dall'Italia insieme ad Amplatz e a diversi altri latitanti. Il
mondo degli espatriati  troppo piccolo per non incontrarsi.
Credo fosse il 1964. Ero in un locale per studenti
e un avventore si  avvicinato sentendoci parlare
in dialetto sudtirolese. Era Georg Klotz, ci ha raccontato
la sua storia, e non mi  piaciuto: sicuramente era un
patriota ma per me parlava e si vantava troppo. Quando
attacchi discorso con uno studente senza nemmeno sapere
di che orientamento sia, e ti metti subito a dire di
quando hai sparato contro i carabinieri e come sei fuggito,
qualcosa non quadra. Un vero terrorista, un vero
esperto sta zitto. Ho avuto pi rispetto di Amplatz: mi
sembrava pi serio. In ogni caso era come se Klotz e altri
facessero propaganda non tanto per la causa ma per
presentarsi come eroi: quelli che invece di parlare agivano.
Il mondo degli eroi non sembra far presa sul
giovane Durnwalder, n nell'ambiente universitario n
fuori. Era difficile, perch essere con loro voleva dire
essere di destra, essere contro voleva dire non amare la
Heimat. Allora non lo avevo capito cos chiaramente.
Tra la popolazione non mi sembrava avessero gran sguito,
ma avevano rapporti con politici austriaci: di sicuro
questi sapevano qualcosa, avevo l'impressione che
avessero certe relazioni con nuclei un po' di destra.
Come in altri casi, mi trovo di fronte a una doppia
rappresentazione dei sudtirolesi radicalizzati degli anni
Sessanta. Da una parte i ragazzi mal consigliati che amavano
la loro patria e scelsero il modo sbagliato per dimostrarlo,
cos ingenui da pensare che nessuno avrebbe
parlato, che l'avrebbero fatta franca. Dall'altra, un'organizzazione
capace di preparare e coordinare decine
di esplosioni e poi agguati e assalti alle forze dell'ordine.
Durnwalder mi conferma che si tratta di due fasi
diverse. Bisogna distinguere. Prima le persone erano
veramente convinte che gli attentati potessero aiutare le
trattative senza fare morti. Sapevano bene dove fossero
i tralicci e come fare una bomba. Volevano far saltare
i simboli dello Stato, per rendere visibile la loro battaglia
spiega. Purtroppo, dopo il 1964, si sono inserite
delle forze da oltreconfine, specialmente certi gruppi
della Germania, che avevano intenzioni diverse ed erano
disposti a rischiare anche delle vittime. Non avevano
niente a che fare con l'idea iniziale, hanno messo bombe
sui treni, nei condomni. Erano intenzionati a creare
il caos per portare avanti non le trattative per un'altra
via, ma un programma per la secessione. Difficile dire
cos'altro volessero, ma io distinguo sempre: primi attentati
e dopo.
Forse i servizi segreti c'erano fin dall'inizio. Che
ci fossero persone infiltrate  evidente. Ma gli italiani
avrebbero dovuto anche rendersi conto che in linea di
massima erano stati loro a creare questa situazione
sostiene Durnwalder. Sapevano bene che noi non chiedevamo
l'annessione all'Austria o uno Stato autonomo,
ma solo l'applicazione di un contratto internazionale
firmato anche da Alcide De Gasperi... ma  sempre cos,
quando una parte si irrigidisce, l'altra segue. Se solo
avessero compreso la situazione, l'importanza e il pericolo...
All'inizio lo Stato ha pensato di poter risolvere i
problemi con la forza, e ha applicato tutti i sistemi possibili,
esasperando cos l'odio contro l'Italia. Quando i
cittadini hanno visto che si moriva di torture hanno beatificato
queste persone, che avevano sacrificato la loro
vita solo per interpretare l'accordo di Parigi.
Diversi arrestati in sguito alla Notte dei Fuochi inviarono
lettere a Silvius Magnago, raccontando per filo
e per segno le torture e chiedendogli di intervenire. Ma
senza risposta. In molti hanno scritto, anche al vescovo,
che avevano sentito gridare gli altri. Lei sa meglio
di me che ci sono state torture, ma nel partito all'inizio
c'erano dei dubbi spiega. Quante volte ne ho parlato
anche con Magnago: ma non avevamo armi, non sapevamo
quale fosse la verit e non eravamo abbastanza
forti. Magnago disse di averne parlato nella Commissione
dei Diciannove, e con la polizia, ma che non poteva
avviare una campagna stampa per non rendersi ancora
pi appetibile per certe forze.
C'era, naturalmente, chi avrebbe voluto che la SVP
appoggiasse apertamente le istanze pi radicali il che,
per un partito che voleva restare all'interno delle istituzioni
italiane, era impossibile. Era un equilibrio difficile,
in cui la Volkspartei condannava pubblicamente
gli attentati, ma alcuni esponenti li consideravano utili
per portare avanti le trattative sull'autonomia. Io personalmente
non facevo ancora parte del direttivo ma
sono convinto che alcuni della Volkspartei, non posso
dire chi, sapessero moltissimo dichiara Durnwalder.
Io resto convinto che fossero una spinta per portare
avanti le trattative. Per ancora oggi, se qualcuno mi
chiede se dobbiamo la nostra autonomia ai terroristi,
rispondo di no.
Sulle responsabilit dello Stato, Durnwalder  netto.
Penso che tutto questo non sarebbe stato necessario
se l'Italia avesse applicato il trattato di Parigi e dato
fin dall'inizio l'autonomia legislativa e amministrativa al
Sudtirlo. Non ci sarebbe stato Sigmundskron, non ci
sarebbero stati gli attentati. E l'Italia deve rendersi conto
che sono stati loro la causa. I pezzi grossi di Roma,
ritiene, non avevano le idee molto chiare, con qualche
eccezione. Politici come Moro e Andreotti avevano
una certa comprensione per noi, specialmente Moro, e
per questo diventarono un punto di riferimento nelle
trattative. Un altro fu Saragat, con cui nel 1965 fu elaborata,
anche in base ai risultati della Commissione dei
Diciannove, una prima proposta di accordo. Poi non la
accettammo. E questo offese Bruno Kreisky, che non lo
avrebbe mai dimenticato.
Durnwalder ricorda con una certa commozione l'incontro
con Kreisky, da presidente della Provincia, a Merano.
Il grande politico austriaco era in sedia a rotelle,
sarebbe morto pochi mesi dopo, nel luglio del 1990.
Gli dissi: "Cancelliere, noi sappiamo che lei ci considera
un po' ingrati perch non accettammo quella proposta,
ma possiamo dirle che il risultato finale  un buon
risultato. Senza di lei non lo avremmo raggiunto, e gliene
siamo grati". E lui piangeva come un bambino. Erano
previsti dieci minuti per l'incontro, era molto debole,
ma rimasi l nel parco con lui un'ora e mezza.
Kreisky, l'uomo che port all'ONU la questione sudtirolese.
Ma come si poteva pensare che, anche con le
bombe, il mondo se ne occupasse? Per noi, allora, non
contavano i problemi internazionali ma la situazione locale
ammette Durnwalder. Ci sentivamo nel giusto e
abbiamo pensato: se otteniamo l'attenzione della scena
mondiale, magari tutti i giornali ne scriveranno, specie
con le bombe di mezzo. Gi allora era iniziato il braccio
di ferro tra Russia e Stati Uniti: forse qualcuno ci ha
appoggiato pi che altro per andare contro l'America,
ma c'era anche una certa comprensione per la nostra
piccola realt. Dopo i dibattiti all'ONU l'Italia non poteva
pi dire che si trattava di una questione interna, e
ci sembrava gi un risultato averla portata su un altro
piano.
Anche Durnwalder descrive le armi nucleari a Natz-Schabs
come un segreto di Pulcinella. Io sono entrato
in politica alla fine degli anni Sessanta e lo sapevo, era
chiaro che fosse cos. I soldati americani avevano contatti
con le persone del posto ed erano ben visti, portavano
lavoro in una terra poverissima. Non ci furono
grandi proteste per la presenza nucleare nella zona,
dunque, e anche se ci fossero state lui ritiene che non
sarebbero servite. Oggi sarebbe diverso, ma all'epoca
dovevi subire. Tutte le competenze per la Difesa erano
dello Stato, ne abbiamo discusso all'interno ma non ci
azzardavamo a protestare.
Le sue parole tracciano l'identikit di una politica
sudtirolese decisa a contare sulla scena internazionale,
ma poco ascoltata su quella nazionale. Un'ambivalenza
che oggi sembra riproporsi nelle polemiche sulla proposta
austriaca di concedere la doppia cittadinanza ai
sudtirolesi. Durnwalder non ne  allarmato: C' chi ci
vede il primo passo verso una scissione dall'Italia, e chi
invece un passo verso il passaporto europeo. Io non lo
vedo come una separazione, sono per qualsiasi cosa che
vada in direzione dell'appartenenza europea. L'idea
che porta avanti nelle sue conferenze in giro per il mondo
 semplice, in teoria, quanto complessa da realizzare:
territori con amministrazione e legislazione autonomi
possono svilupparsi anche all'interno di uno Stato
centrale. Ricordo sempre che autonomia non vuol dire
scissione, vuol dire proteggere la realt locale. Qualcuno
potrebbe imparare dal Sudtirlo, che era molto povero
negli anni Sessanta. Se l'Italia avesse dato il federalismo
a tutte le sue regioni sarebbe il Paese pi ricco
d'Europa. Perch quando dai fiducia e competenze a
un territorio, a una popolazione, si vedono i risultati.

Alcune famiglie miste scoprono oggi con terrore che
sono obbligate a mandare i bambini ad asili separati:
o tedesco od italiano. Lidia Menapace, ex insegnante,
mette subito il dito su un aspetto chiave della convivenza
quotidiana di etnie diverse in un unico Stato.  per
ottimista sulla soluzione: l'aumento in Sudtirlo delle
famiglie miste porter ad un cambiamento nel sistema in
vigore oggi, per cui ogni scuola fa lezione in tedesco od in
italiano, e l'altra lingua si studia come seconda. Io non
sono cos convinta che la contaminazione sia gradita
a tutti, ma sarei lieta di sbagliarmi.
Lei e io abbiamo in comune una grande fortuna:
genitori che ci hanno esortate a incontrare pi lingue e
pi culture. I miei erano di condizione molto modesta
ricorda. Al ginnasio mi dissero: "Qui in Piemonte
il francese lo sappiamo tutti, in qualche modo, quindi
te lo insegniamo noi. Ti mettiamo nella sezione di tedesco,
che  una lingua difficile: se non la impari a scuola
non la impari mai pi". L'inglese, infatti, non si studiava
perch era la lingua del nemico. Siamo poco prima
della guerra, dato che Lidia Menapace  nata nel 1924,
in una famiglia di sinceri antifascisti. Pap era mazziniano,
repubblicano. Mia mamma, dal carattere molto
pi impetuoso, chiamava Mussolini "Quel l" oppure,
quando ne faceva una pi grossa, "Quel l che parla dal
balcone", perch da noi proverbialmente quando uno
apre la finestra e parla alla folla  matto clinico. Tornavo
a casa da scuola e la nonna mi chiedeva: "Che cosa ti
ha insegnato la maestra?". E io: "Vittorio Emanuele II
padre della patria". E mio nonno, mazziniano pure lui:
"Molto padre della patria, metteva incinte tutte le ragazze
che trovava".
Oggi  un lessico famigliare che fa sorridere, all'epoca
non erano posizioni n indolori n prive di rischi.
L'antifascismo, Lidia Menapace lo ricorda sui banchi di
scuola, nella resistenza silenziosa degli insegnanti. Ogni
luned mattina alla prima ora si dovevano commentare
tutti i documenti del governo. Noi avevamo un prof
di greco straordinario che regolarmente "dimenticava"
questo passaggio, pur essendo un alessandrino pignolissimo
che in realt non scordava mai nulla. Un giorno,
invece di fare lezione di greco, ci parl di Armodio e
Aristogitone, i due tirannicidi di Atene. Chiedemmo allora
spiegazioni al professore di storia e filosofia, un armadio
di montanaro del Monferrato con i capelli a spazzola.
E lui, tecnico: " una teoria di Aristotele, accettata
poi anche da san Tommaso, che siccome loro hanno ucciso
il popolo, il popolo per legittima difesa pu anche
uccidere il tiranno". L'antifascismo si faceva cos.
Non c' tanto da stupirsi che da un'educazione simile
si sviluppi uno spirito libero. Che nel 1952, quando
il marito Eugenio Menapace, detto Nene, un medico
trentino, vince il concorso per il laboratorio di
igiene e profilassi provinciale, accetta di trasferirsi solo
a patto che sia lei a scegliere la destinazione. Bolzano
era una citt dal carattere inatteso in cui arrivavano
da varie parti persone diverse, mentre Trento, allora,
era bigotta in una maniera insopportabile. Una signora
non doveva uscire senza guanti o andare al bar da
sola, quelle scemate l racconta con insofferenza. Le
donne, diciamo, qui erano un pochino pi emancipate
nei costumi rispetto a noi o alle trentine, perch avevano
come riferimento il mondo tedesco. Si trovavano al
caff anzich invitarsi a vicenda a casa al pomeriggio:
avevano cos un luogo di dibattito. Discutevano per,
comunque, prevalentemente di moda, di cucina, di come
si allevavano i bambini. L'emancipazione, insomma,
era tutt'altro che a portata di mano, in una buona
societ basata su un'economia agricola, quindi profondamente
conservatrice. Il che spiegava in parte, secondo
Menapace, l'antipatia per gli italiani: I soldati che
arrivavano quass avevano successo con le ragazze: le
corteggiavano in tempi in cui i matrimoni erano combinati
secondo logiche di eredit. Bastavano due complimenti,
e queste cascavano come pere cotte. Gli animi si
inasprivano: "Gli italiani vengono qui e ci prendono le
nostre donne". Ma era facilissimo, erano gli unici che
le consideravano in quanto femmine e non in quanto
eredi del maso.
L'approccio di Lidia Menapace alla questione della
convivenza  molto pragmatico, pacificato, fondato su
un'esperienza felice di gestione dei conflitti. Sostiene
che per lei, prima nel lavoro di insegnante e poi nell'attivit
politica, non ci furono mai veri problemi. Non
avevamo difficolt di comunicazione. Nene lavorava come
medico pubblico e doveva sapere il tedesco, percorreva
le valli per le ispezioni sanitarie degli impianti, le
prese d'acqua, l'aerazione, l'illuminazione delle case...
conosceva i contadini e faticava a non tornare ubriaco
perch gli offrivano continuamente da bere.
Anche i primi attentati che scossero la provincia non
la sconvolsero granch. Le chiedo se non abbia avuto
paura quando cominciarono a scoppiare le bombe,
anche alla stazione di Bolzano. Mi guarda con occhi piuttosto
disincantati: Io sono stata sotto le bombe della
Seconda guerra mondiale risponde. Le paure della
Notte dei Fuochi erano una cosa pi domestica rispetto
a un conflitto del genere, alle persecuzioni, agli ebrei
cacciati dalla scuola come era successo alle nostre compagne
Esther e Ruth.
Gli attentati, con tutta la loro escalation, non la inquietarono
pi di tanto n come cittadina n come donna
impegnata nella politica locale. Mi disturbarono,
li considerai un errore ma non sembr un ritorno del
nazismo. Era pi un Risorgimento a scoppio ritardato,
anacronistico, che aveva origine sicuramente in Baviera.
Non mi sembrava un movimento che avrebbe potuto
modificare l'assetto istituzionale, dal punto di vista storico
era arretrato.
Concorda per che la questione sudtirolese non era
solo un tema di confini nazionali. Alcide De Gasperi
era l'unico dei politici italiani a conoscere la situazione,
meglio dell'austriaco Gruber. Quando prese la parola,
da ministro degli Esteri, e parl di ricostruzione, Churchill
si alz dalla sua seggiola e and a salutarlo: vedeva
gi che il confine del Brennero sarebbe stato il confine
contro la Russia dice Menapace. Tutta la sinistra,
compreso il PCI, si trov dentro l'area che era stata,
dopo la fine della Prima guerra mondiale, di fatto assegnata
agli Stati Uniti. L'Austria si era ricostruita come Stato
vittima del nazismo, anche esagerando, quindi noi diventavamo
proprio il confine dell'Occidente.
Considera la manifestazione di Sigmundskron il colpo
di genio di Magnago, che lei ha conosciuto bene essendo
stata assessore quando lui era presidente della
Provincia.  l'unico colpo di genio che ha avuto:
invece di buttarsi sull'autodeterminazione, che era uno
dei princpi internazionalmente previsti, lanci l'autonomia,
accettando di mantenere il confine del Brennero
ma cercando di ottenere il massimo per la popolazione
locale. Lo stesso discorso di Sigmundskron, in cui il
Sudtirlo viene presentato come una barriera contro il
comunismo, ne  la prova. Lui cap che di questa questione
al mondo interessava poco, anche l'Italia quasi
non la conosceva dice l'ex senatrice. Doveva quindi
trovare un radicamento locale e l'autonomia divent
un grido di battaglia con cui si trascin dietro la Volkspartei,
che era forse un po' pi moderata della DC italiana,
pi corretta e meno corrotta tutto sommato.
Chiedo anche a lei se pensa che gli attentati abbiano
aiutato i negoziati. Un po' s, forse non nella direzione
che si aspettavano quelli che li hanno compiuti.  stata
sicuramente una forte pressione. L'atteggiamento di Roma
per  cambiato poco, nonostante l'emergenza: per
loro, ci che succede qui non  mai importante. L'opinione
diffusa era che si trattasse di quattro montanari
e che bastasse mandare l'esercito. Ogni tanto si ricordavano
di rivendicare "l'italianit di Bolzano", ma era
un concetto artificioso sostiene. Sul piano geostrategico,
i politici a Roma non avevano alcuna paura. Tra i
pochi che si occupavano del Tirlo c'erano Moro, che
era pi intelligente ed apprezzabile, e Andreotti, che era
pi abile. Sulla Guerra fredda la Volkspartei era proprio
ininfluente, Andreotti aveva le sue mosse da fare
direttamente con gli americani o i russi. Veniva a Merano
come turista, come prima di lui tutti i grandi funzionari
dell'Impero austroungarico. Che il Sudtirlo non
potesse essere la prima preoccupazione di Roma, negli
anni Sessanta,  chiaro. Che il confine del Brennero lo
fosse eccome, per, lo dimostra se non altro la base di
Natz-Schabs. Delle armi e munizioni nucleari, tuttavia,
lei dichiara di essere stata ignara.
Il suo osservatorio sulla violenza terrorista era il marito,
che veniva a sapere dei morti negli scontri con le forze
dell'ordine perch nel laboratorio di igiene e profilassi
dove lui lavorava si svolgevano le autopsie. Dal 1957
c'era la sensazione che la gestione della strategia contro le
bombe fosse molto dura. In galera ne sono morti. Si diceva:
decesso per arresto cardiaco, ma come osservava mio
marito si muore sempre per arresto cardiaco, se ti sparano
per la causa  diversa. C' stata una crescente diffidenza,
nella parte di sinistra dell'opinione pubblica di
lingua italiana, rispetto alla repressione del terrorismo.
Si parla di soli due morti in carcere, e al processo
quasi tutti i carabinieri furono assolti. Lei pensa che
le vittime delle torture siano state di pi? Sicuramente
risponde con fermezza. Le notizie sulle autopsie le
ho sapute da mio marito, ma non c' niente di ufficiale.
Non dimentichiamo che chi faceva servizio d'ordine
erano per lo pi militari di leva assolutamente impreparati.
Avevano pi paura di quelli a cui sparavano, e nel
dubbio aprivano il fuoco.
Da ex assessore, ha vive in mente le discussioni sul
tema degli attentati, spesso in occasione di lutti popolari
come per la morte di Luis Amplatz. A ogni riunione
della giunta provinciale tutti, da Magnago in gi, dicevano:
i responsabili siano consegnati alla giustizia. Qualche
volta capitava di essere invitati, come Provincia, ai
funerali dei terroristi e io non potevo non andarci.
Il suo rapporto con Silvius Magnago  sempre stato
buono, e ne ricorda la sofferenza costante. Aveva perso
la gamba in guerra e sentiva male all'arto che non
aveva pi. Era un uomo piuttosto nervoso ma dotato
di un autocontrollo enorme, e molto sensibile alla minima
gentilezza. Io stavo seduta proprio accanto a lui
sui banchi della giunta, e siccome faceva molta fatica ad
alzarsi e scendere per votare, gli offrii di andare a portare
io la sua scheda. Questa divenne un po' un'abitudine
e fu notata da tutti i consiglieri di lingua tedesca come
una straordinaria gentilezza. Le relazioni tra i due gruppi
erano complicate da queste faccende: il non fare un
gesto di cortesia perch l'altro apparteneva ad un'etnia
diversa.
 curioso, mi fa notare, che lo sport nazionale degli
italiani sia parlare male dell'Italia dappertutto, tranne
che in provincia di Bolzano. Non c' nessuno che vada
in giro a vantarsi di essere italiano, se non qui: evidentemente
una cosa artificiosa. Sar, ma l'artificio ha conseguenze
molto reali, e le chiedo se davvero sia possibile,
secondo lei, seppellire l'ascia di guerra. Pensa di s, e
lancia una provocazione, con un sorriso irrefrenabile da
ragazza irriverente.
Rinverdiamo il Monumento alla Vittoria propone.
Cos facciamo la pi grande aiuola spartitraffico del
mondo, un primato che non offende nessuno.
...
36. Finale di partita.

Bolzano, 14 settembre 1966.

Credo che i nostri ragazzi si siano montati la testa.
Hanno deciso di farti fuori.
Non c' che dire, un inizio di conversazione interessante,
pensa Umberto. Ma rimane impassibile e spegne
con cura la sigaretta prima di chiedere: I nostri ragazzi
nel senso di... ? Tua figlia e i suoi amici?.
Franz fa un mezzo sorriso. Pensavo ci sarebbero arrivati
prima, a questa bella idea dice. Eravamo anche
noi cos lenti, alla loro et?
Fanno una vita troppo comoda,  questo il problema.
Se non si sbrigano, tra l'altro, dovranno venirmi a
cercare a Roma, quando mi metteranno a piantonare le
porte del ministero ironizza Umberto.
Per il momento, a dire il vero, avevano pensato a un
altro scenario. Pinzn.
Non cpita spesso che ti svelino il luogo della tua
morte. Sai anche il giorno? il poliziotto si scopre quasi
divertito all'idea dell'ingenuo complotto dei tre giovani.
In tutti questi anni, si pu dire che li ha visti crescere.
Uccidi il padre, pensa. Umberto si domanda perch mai
il suo destino sia capirli meglio di quanto li comprendano
i loro genitori.
Ti faccio sapere anche Franz sorride. Ma non 
per queste ragazzate che ho chiesto di vederti... in privato
accenna all'anonimo bar di periferia in cui si
trovano.
Non avevo dubbi.  perch ti serve aiuto su qualcosa,
immagino.
Direi piuttosto che possiamo aiutarci a vicenda...
Mi pare che le vostre cacce all'uomo vadano un po' a rilento,
soprattutto quella del famoso Hermann.
Se voi e gli austriaci la smetteste di proteggerlo,
andremmo meno a rilento ribatte secco Umberto.
Ecco, appunto.  esattamente ci che stiamo facendo.
Franz abbassa un po' la voce ma tanto nel locale
non c' nessuno. In quell'assolato pomeriggio di
settembre chi non  al lavoro  in montagna o al lago
per gli ultimi tuffi. L'aria  cambiata e quelli come
Hermann non servono pi a nessuno. Gli amici
nordtirolesi, gli attivisti, stanno ricevendo qualche segnale
chiaro che  ora di tornare a dedicarsi ad altro,
e lasciar perdere le gite oltreconfine. Perfino per l'irriducibile
Norbert Brger trovare fondi diventer pi
difficile.
In sintesi: fine dei giochi?
Fine di questo gioco conferma Franz. Ed Hermann
 una pedina che va tolta dalla scacchiera.
Sai dove si trova?.
So a chi chiederlo. Ma ho bisogno di... argomenti.
Non vorrai che mi metta a ricattare i buoni sudtirolesi?
chiede Umberto con finto sgomento. Siamo
gi abbastanza malvisti... c' persino qualcuno che vuole
farmi la pelle. Poi, sotto lo sguardo severo dell'altro,
torna serio. Questi padreterni che intrallazzano con
gli americani raramente hanno il senso del ridicolo. Va
bene, scusa. Cosa ti serve?
Mi hanno detto che l'anno scorso a casa di Sissi
Gasser, la zia di Max, hai trovato... una foto.
Esatto.
Cosa rappresenta? chiede Franz con l'aria di saperlo
gi. Umberto glielo spiega in due parole.
Mi serve quella foto conclude l'altro. Non  la
prova di un crimine imperdonabile, ma quanto basta
per perdere la faccia... Non c' arma migliore della reputazione,
per i vigliacchi.
Umberto si sente invadere dal fastidio. Franz  anche
una brava persona, nel suo genere, ma ha l'impressione
che tutti gli inganni e gli intrighi in mezzo a cui si muove
gli piacciano un po' troppo.
Ti far sapere si limita a dire.

Montan, 15 settembre.

Kurt  seduto in ufficio, lo sguardo sui filari che scendono
dolcemente lungo il declivio, verso il fiume.  cominciata
la vendemmia e l'annata dovrebbe essere buona,
ma il turismo segna il passo. L'inasprirsi degli attentati
tiene lontana la gente: le iniziative dei combattenti
cominciano a costare un po' care. Da maggio, le provocazioni
e i veri e propri attacchi non fanno che moltiplicarsi.
Occorre mettere fine a una faccenda che non ha
pi nulla a che vedere con il reale destino della provincia,
n con l'Austria, n con le necessit strategiche degli
amici e degli alleati. Dopo l'ultima telefonata notturna,
Kurt sa che il pericolo si  fatto vicino.
Squilla il telefono sulla sua grande scrivania. Riconosce
la voce dall'altra parte. Da anni si frequentano
saltuariamente, il ricco proprietario terriero e l'ancor
pi ricco imprenditore che vende macchine agricole e
scambia segreti.
Tuo figlio sta per mettersi nei guai gli comunica
Franz, a bruciapelo.
Max non  capace nemmeno di mettersi nei guai
ribatte Kurt con una smorfia. Effeminato, pusillanime,
privo di ambizioni: una spina nel fianco. E sua moglie
gli d il tormento sostenendo che, se lui non fosse cos
ostile, il loro bambino vivrebbe ancora con loro, e non
in citt dove frequenta chiss chi.
Lui magari no, anche se non ne sarei cos sicuro.
Ma il suo amico Peter s, e ci trasciner anche tutti gli
altri.
 un pezzo che non li vedo, n l'uno n l'altro. L'ultima
volta  stato ai funerali di Sissi.
Lo so. Ma non  su di loro che mi servono
informazioni.
E allora su chi?
Lo sai. Sei l'unico che di notte non riceve telefonate
dalle amanti, ma dai vecchi terroristi.
Doveva aspettarselo, di avere il telefono sotto
controllo.
Le cose sono andate troppo in l fa notare Franz.
Vedo che cosa mi riesce di scoprire... propone
Kurt, a disagio.
Bada di non perdere tempo incalza Franz. Non
tanto per me, quanto per gli italiani, che si vanno facendo
impazienti. Ho visto girare una certa tua foto...
Niente di gravissimo, ma imbarazzante, questo s.
Franz riattacca e Kurt rimane ad ascoltare il segnale
di linea libera, come ipnotizzato. Di nuovo quella foto,
ma come hanno fatto a trovarla? Sissi  morta senza rivelare
dove fosse...
Maledette stupide commenta a mezza voce. Sua
moglie, che non ha distrutto il negativo, e sua sorella
che ha pensato bene di farne una copia. Perch le donne
sono cos attaccate ai ricordi?

Bolzano, 15 settembre.

Max era in negozio con Karl quando un poliziotto in
borghese  venuto a prenderlo. Senza dire una parola,
l'ha accompagnato al commissariato, scortandolo direttamente
nell'ufficio di Umberto.
Che cosa sta succedendo? Lo chiede senza neanche
sedersi, teso, aggressivo.
Una pattuglia di nostri colleghi ha arrestato un ladro
di auto. Un certo Federico... spiega Umberto consultando
un rapporto appoggiato sulla scrivania. Un
tuo amico, no?
Federico che ruba un'auto? Impossibile. Forse non
c' stato alcun furto.
S,  un mio amico conferma Max. Per questo
l'avete preso, no?
Siediti lo invita Umberto.
Preferisco stare in piedi.
Siediti ripete Umberto. Max stavolta obbedisce.
Amico od amichetto? chiede il poliziotto.
Questi sono fatti miei.
Per quanto mi riguarda, me ne frego. Se finisce in
prigione, per, la differenza diventa importante... Gli
spaccheranno i denti per rendere la cosa pi gradevole,
ed  il minimo che possa capitargli.
Umberto stenta a riconoscere la propria voce. Da
mesi, in ogni caso, non si riconosce pi. Dal rastrellamento
a Taisten. Il pianto del bambino e di sua madre
gli rimbomba in testa: io non sono cos, vorrebbe dire.
Siamo servitori dello Stato, servitori anche vostri.
Ma quando si crea un mostro immaginario, prima o poi
quello si materializza. E lui, l'uomo d'onore, fa la guerra
alle donne ed ai bambini e minaccia i ragazzi di mandarli
a farsi violentare in carcere. Si  lasciato sfuggire tra
le dita quel poco di anima che gli era rimasta. Gli occhi
di Moira si sono ridotti a una minuscola luce in lontananza,
ormai quasi spenta. Dopo non rester pi alcun
motivo per vivere.
Che cosa volete da me? Max ripete la domanda
due volte, all'improvviso il poliziotto sembra distratto.
Niente. Per ora. Intanto tengo il tuo amico qui in
commissariato, dove  al sicuro. In cambio, tu seguirai
le istruzioni di tuo padre.
Mio padre? Che cosa c'entra adesso mio padre?
Ogni tanto bisogna saper obbedire agli ordini...
Non dire niente a Peter, il vostro piano deve andare
avanti come se niente fosse.
Max sobbalza. Umberto sa del piano?
Ebbene s, so tutto gli rivela l'uomo, in tono quasi
compassionevole. Mi volete morto, e prima o poi
avrete soddisfazione. Ma ora devi fare quel che diciamo
noi.
Non capisco....
Non fa niente.
Max si sente schiacciato dal peso di quel segreto che
ha mutato forma. Pensava che legasse lui, Peter e Klara
e invece ora lega lui, suo padre ed il poliziotto che vorrebbero
uccidere.
Un giorno sarai tu a mandare avanti la propriet
Umberto si alza e cerca di parlargli da pari. Quando
sar tutto passato... Quando questa storia sar finita ti
guarderai indietro e vedrai gli enormi problemi di oggi
per quel che sono: ridicoli sassolini. Imparerai quanto
poco contano le piccole disavventure d'amore o di sesso...
Quanto poco conti anche l'onore. Max tace,
sbigottito. Ha l'impressione che l'uomo stia parlando da
solo, parole a lungo trattenute.
E allora che cosa conta?
Il potere.

Montan, notte del 15 settembre.

Kurt si  annunciato a voce bassa. Hermann  sicuramente
sul chi vive. Un vero guerriero non dorme mai
ha commentato il giorno dopo l'omicidio di Amplatz.
L'aria  umida nello scantinato della propriet di
Montan, anche se gi vari anni prima Kurt ha fatto rivestire
le pareti con quintali di calcestruzzo. Ha fatto
costruire servizi igienici e lo ha dotato perfino di due linee
telefoniche anni prima. Il nascondiglio perfetto. Un
rifugio a prova di bomba, con l'ingresso mascherato da
una fila di vecchie bottiglie coperte di polvere.
Devi andartene... devi passare il confine dice.
Non mi dire commenta Hermann allungato su una
branda, un StG-44 alla portata dell'unica mano.
La faccenda si complica... troppi morti. Un giorno
o l'altro verranno a perquisire anche casa mia....
Ero convinto che avessi il potere di tenerli a bada.
Non fai pi tanto il gradasso, eh? ribatte Hermann
provocatorio.
Kurt non dice nulla. L'altro gli lancia un'occhiata, afferra
l'StG-44 e lo imbraccia. Poi solleva la coperta e accarezza
il calcio di un Mauser Kar94K con il mirino telescopico.
Sono ben preparato, vedi? Credo che mi tratterr,
se non ti dispiace. Lascia che vengano a cercarmi: ne
porter qualcuno con me.
Sai che soddisfazione sbuffa Kurt. No, Hermann,
 ora che tu vada ed  tutto pronto. I documenti, un rifugio
sicuro e un lavoro comodo a Innsbruck, e persino
una bella sommetta, di che farti campare tranquillo per
un po'... Magari un pezzo di terra, l'unica cosa che non
tradisce mai. Che ne dici?
Dico che non ti ho mai sentito cos generoso. C'
una condizione, vero? Non vuoi solo che mi tolga di
mezzo.
Ho bisogno di un favore dice Kurt. Ma ti assicuro
che sarai lieto di farmelo. Si tratta di far fuori un poliziotto.
Quello che  venuto a cercarti a Taisten.
E perch?
Perch sta dando fastidio a mio figlio... e anche a
me.
Quale sarebbe il piano?
Lo facciamo venire a Pinzn.
E come?
Ti sarai accorto che ha un debole per Katharina...
gli ricorda Kurt con un sorrisetto. L'agguato sar l.
Praticamente a casa mia commenta Hermann. Sar
piuttosto chiaro chi  stato.
Sarai un eroe. Quel tizio ha torturato donne e bambini,
tutti lo odiano. Sarai un eroe ripete e sarai al
sicuro.
Al sicuro... Hermann si scopre ad ascoltare quelle
parole con piacere. Fino a un paio d'anni prima l'idea
di un rifugio, del riposo, di una vita normale lo avrebbe
fatto inorridire, ma ora... C' un tempo per tutto, pensa.
Forse c' persino un tempo per smettere di combattere.
Ci sono troppi traditori, la morte di Amplatz lo ha
confermato. Ci sono troppi inganni.
Gli ultimi fuochi mormora, e ideare la tattica giusta
 quasi un riflesso condizionato. Conosco bene il
posto. Mi bastano cinque minuti di anticipo. Il tempo
di arrivare e montare il treppiede. Posso appostarmi
poco fuori dalla Gasthaus sulla strada per Pinzn...
sono meno di duecento metri, non posso sbagliare il
colpo.
Bene cos, allora. Poi, la mia auto fino al confine ed
un passaggio sicuro dall'altra parte. Nessuno ti verr a
disturbare, te ne starai in santa pace garantisce Kurt.
La pace.... Hermann accarezza distrattamente il
fucile. Forse non santa. Ma pace.

Bolzano, 16 settembre.

Klara  a cena dai suoi genitori. La conversazione  spigliata,
si parla di libri, di Peter, di ricominciare gli studi,
magari in un'altra citt.
Perch non Roma? butta l suo padre. Klara pensa:
Roma, il cinema. Le passeggiate in via Veneto, Cinecitt,
i locali... e le ambasciate, i palazzi del potere.
Ma perch dovrebbe andare via di nuovo? A Innsbruck
non ha funzionato, mi pare.... Rosa si turba subito.
E poi come farebbe con Peter? Non pu respirare
lontano dalle sue montagne, sarebbe come un pesce
fuor d'acqua.
Tranquilla, mamma, non vado da nessuna parte
Klara si alza. Vado dal mio pesce, ora.
Salutamelo! Di' che venga, la prossima volta.
Stasera  dovuto andare da Max, che era gi di morale...
sai come sono, quei due.
L'amicizia  una bella cosa commenta la madre.
Quando hai un amico vero non sei mai solo.
Proprio cos, mamma. Klara le d un bacio pensando:
che frase scontata, un amico vero. Cosa significa?
Non ci sono amici finti. O s? Lei  stata una vera
amica per Peter e Max?
Il padre l'accompagna alla porta.
Di' a Peter di andare a trovare sua madre nel fine
settimana. E di fermarsi alla pensione dice spiccio.
Klara si mette mentalmente sull'attenti, cercando di dissipare
il disagio che l'ha invasa. Non  il momento per i
dubbi. Katharina dovr chiamare Umberto e pregarlo
di passare a trovarla luned mattina, perch ha notizie di
Gnther prosegue lui.
Questo luned?
S, il 21. In mattinata. Verso le dieci. Accompagna
Peter e di' a Max di andare a stare dai suoi.
Non credo di avere questo potere... Non pu vedere
Kurt obietta Klara.
Non ti preoccupare, tu passagli solo il messaggio.
Vedrai che ragioner.  ora che facciano pace, quei due!

Pinzn, 19 settembre.

Katharina si  ripromessa di non piangere. Vuole dare
un'immagine felice, gioiosa: la mamma pi bella del
mondo. Da quando si  alzata, stamattina, non riesce
a stare ferma, ha rassettato la Stube fino a far brillare i
tavoli, cambiato posto ai vasi di fiori mille volte. Sulla
parete dove per anni un giovane uomo con l'uniforme
della Wehrmacht ha accolto i clienti ora spicca un quadro
che raffigura san Michele. Sar senz'altro pi utile
lui di Gnther, si  detta: sia a lei, sia a Peter. Addio,
Gnther. Se avessi voluto bene a nostro figlio, ti avrei
perdonato tutto.
Clothilde, naturalmente,  fuori. Tornerai quando te
lo dico io le ha ordinato. Tanto la stagione  agli sgoccioli,
e quest'anno non  stata comunque entusiasmante.
Aspetta ben pochi turisti, al limite qualche gruppo di
vendemmiatori che vengono a bere un bicchiere a fine
giornata. C' solo una persona che aspetta davvero.
Ha rassettato la camera di Peter. Lenzuola morbide
e pulite, asciugamani per due, per lui e per lei, dato che
ora c' Klara. Non prova alcuna gelosia, anzi le  grata:
per tutto quel tempo, da quando lui se n' andato,  stata
la ragazza a telefonarle, a darle notizie di suo figlio, a
prendersi cura di lui. Le ha parlato perfino del viaggio
a Taisten, della tremenda delusione, della disperazione
di Peter.
Katharina si  pettinata i capelli all'indietro nella
consueta crocchia, e nel viso abbronzato dal sole estivo
i suoi occhi verdi sembrano pi grandi, pi teneri che
mai. Le viene in mente, inatteso, il volto tormentato di
Umberto, gli occhi neri che sembrano avere conosciuto
l'inferno. Le  sempre apparso duro, crudele, ma a volte
d l'impressione di voler punire se stesso.
Katharina sente il motore di un'auto ed esce sulla
porta. Klara  al volante della Mercedes di suo padre.
Peter  seduto accanto a lei e Max, dietro, apre il finestrino
e saluta con la mano, come se una folla di ammiratori
si fosse raccolta per festeggiare il ritorno del
figliol prodigo.
Peter scende e la madre gli vola tra le braccia. Ha
bisogno di toccarlo, di essere certa che il suo figlio adorato
 di nuovo a casa. Come ha fatto a sopportare di
saperlo a pochi chilometri da lei, eppure cos lontano,
per due anni? Ora le sembra impossibile. Ma ha saputo
aspettare, e Peter la stringe forte tra le braccia, sempre
muscolose come le ricordava.
Scusami dice, semplicemente: Scusami.
Era la parola che lei attendeva, eppure gli posa la mano
sulla bocca per farlo tacere.
No sussurra. No, non c' bisogno di scusarsi. 
tutto finito.
Poi viene il momento della festa. Dalla sua casa se n'
andato un ragazzo ribelle ma ora  tornato un uomo,
con una fidanzata che lo ama. A poco a poco l'intero
paese affluisce alla Gasthaus di Katharina. C' persino
il padre di Max. Si sono salutati senza dimostrare affetto,
quei due, ma con il rispetto reciproco di chi sa che il
tempo, fatalmente, li riavviciner.
Kurt prende il figlio per il gomito e lo allontana dal
resto del gruppo.
Luned mattina alle dieci verr Umberto. Devi restare
con lui, qualunque cosa succeda. So che forse pensavate
di fare diversamente, ma i piani vanno cambiati.
Max lo fissa negli occhi grigi. Non trover mai il coraggio
di domandargli se  stato lui a spingere Sissi, a farla
cadere dalla sedia a rotelle con i mozzi allentati.
Intesi risponde. Si sente un traditore e nello stesso
tempo sa di non avere altra scelta. Getta uno sguardo ai
suoi amici, che ridono al tavolo, abbracciati, le guance
accese dal vino.
Vedrai, ragazzo, andr bene.  meglio cos per tutti
lo rassicura Kurt e per la prima volta da anni ha la
voce di un padre.

Pinzn, 20 settembre.

Sono andati insieme a messa. Katharina, fiera di uscire
dalla chiesetta al braccio di suo figlio, sorride. Guarda
di sottecchi Klara e gi pensa all'organizzazione del matrimonio.
E poi dei battesimi... Di colpo, la vita  tornata
piena di sole.
Peter si china per sussurrarle all'orecchio: Mamma,
devo chiederti un favore.
Ma certo, caro, dimmi.
Devi chiamare Umberto, il poliziotto. Digli di passare
a prendere un caff domani mattina alle dieci.
Katharina si blocca e lo guarda, il sorriso scompare
dal volto. Lui si sente stringere il cuore al pensiero di
averle rovinato la festa, e ancor pi per il dolore che le
dar domani, ma cos stanno le cose. Non ci sono battaglie
senza feriti.
Perch?
Niente, mamma, devo parlargli. Tutto qui.
E non puoi andare a parlargli a Bolzano?
Non voglio farmi vedere dalle parti del
commissariato.
Katharina si rivolge a Klara. Cos' questa storia?
La ragazza la guarda dritta negli occhi: Peter dice
bene. Sarebbe utile che lui e Umberto potessero fare
due chiacchiere. Ma non a Bolzano. Quando hanno
convocato Max in commissariato la notizia  girata in
neppure mezz'ora. Non vogliamo che ricomincino... i
problemi.
Al solo pensiero, Katharina impallidisce.
No, no, non lo vogliamo si affretta a confermare.
D'accordo, lo chiamer.
Digli che voglio incontrarlo, tutto qui. Da quando
Peter ha quella voce autoritaria? Digli che ho... notizie
di Hermann.
Katharina gli lancia una lunga occhiata, senza commentare.
Si riavviano verso la Gasthaus in silenzio. Tutta
la gioia della giornata sembra essersi trasformata in
cupa determinazione.

Pinzn, 21 settembre.

Ma guarda, ha tolto il ritratto di Gnther? osserva
Umberto entrando nella Gasthaus.  sola?
S, prende un caff?
Con piacere.
Voleva vedermi? domanda poi Umberto e si allontana
dalla porta per sedersi in un angolo della Stube, le
spalle contro la parete.
A dire il vero  Peter che vorrebbe parlarle.
E dov'?
Qui vicino, nel vigneto dei Rizzolli. Sta finendo un
lavoretto per loro, ha chiesto se pu raggiungerlo l.
Ma guarda... commenta Umberto, bevendo senza
fretta il suo caff.
Max entra di volata, saluta Katharina con un cenno
della testa e dice a Umberto, in tono poco amichevole:
Mio padre le manda a dire di non muoversi di qui e di
aspettarlo.
Molto bene.... Sul viso del poliziotto si dipinge il divertimento.
Su quello di Katharina, la preoccupazione.
Che cosa sta succedendo? chiede.
Umberto si avvicina e, per la prima volta, le prende
la mano. Non si preoccupi, andr tutto bene. Parola
d'onore.
Dov' Peter? chiede Katharina alzando la voce.
Umberto la trattiene nel momento in cui lei si slancia
verso la porta. La stringe al petto. Le ho detto che andr
tutto bene, ma adesso stia ferma.
Cosa sta facendo mio figlio? la voce  un singhiozzo.
Max... implora rivolta al giovane. Lui non lascerebbe
che succedesse qualcosa a Peter, ne  sicura. Ma
anche lui  cupo in volto.
Lasciatemi uscire! Cosa sta succedendo?
Umberto la tiene saldamente fra le braccia, cercando
di calmarla, parlandole in tono rassicurante. Katharina,
non abbia paura. Se Peter fosse in pericolo uscirei
da quella porta. Sono gi morti in troppi.

Peter  inginocchiato dietro l'angolo della Gasthaus, il
calcio della P38 spunta da sotto la giacca. Ha visto Umberto
entrare da sua madre. Max lo ha seguito. Dovranno
uscire insieme. Andranno verso Pinzn e il poliziotto
si trover sulla sua linea di tiro. Per un attimo si guarda
dall'esterno e vede una scena grottesca: la giornata luminosa,
la pistola, lui. Perch si trova qui? Perch impugna
un'arma? Ma  un pensiero fugace. Umberto deve morire
perch tutto possa tornare come prima. Per fare giustizia.
E i minuti passano.

Hermann fissa attraverso il mirino la sagoma di Peter.
Kurt non gli aveva detto niente di lui. Eppure Max 
entrato da Katharina secondo il piano: Max andr a
prendere Umberto e uscir per primo. Appena hai il
poliziotto a tiro spari. Non puoi sbagliare. Hermann
non  andato per il sottile, ha caricato il suo Mauser dal
mirino telescopico con delle cartucce esplosive da 7,62.
Non resteranno neppure i brandelli. Peter, per, non
era previsto. Che cosa sta succedendo? Hermann non
ama le complicazioni.
Ha l'impressione che il tempo si sia fermato.  immobile
con il Mauser contro la spalla, l'indice sul grilletto.
Un gioco da ragazzi, perfino per un monco. Un
rivolo di sudore gli cola lungo la tempia. Ha lasciato il
berretto nel rifugio di Taisten e non ha voluto indossarne
un altro. Superstizioni. Come per gli elmetti: meglio
a testa nuda che con l'elmetto di un camerata caduto.
Lui, per la verit, ha indossato molti elmetti diversi. Ed
 sopravvissuto.

Max chiama suo padre. Tutto pronto dice.
Mentre riattacca, dalla porta che d sul corridoio entra
Klara. Katharina si divincola dalla stretta di Umberto.
Lasciala andare dice Klara al poliziotto, e corre ad
abbracciare Katharina.
Klara, cosa sta succedendo? Che cosa sta succedendo
a Peter?
Niente, ma non puoi uscire ora la voce della ragazza
 dolce ma ferma, e nel guidarla verso una panca sta
ben attenta a chiuderla in un angolo. Se anche volesse
correre fuori, sarebbe intralciata dal tavolo e Umberto
farebbe in tempo a bloccarla. Tra qualche minuto sar
tutto a posto. Non avere paura aggiunge Klara.
La donna sente un groppo in gola. Un altro inganno,
pensa. Una vita di inganni. Prima un uomo che
sosteneva di amarla, ma che  tornato dal fronte senza
dirle una parola, per anni. Ora un figlio che finge di
tornare a casa solo per servirsi di lei. Si volta di scatto
verso Umberto.
Almeno con lei i giochi sono chiari dice, amara.
Lo prendo come un complimento risponde lui.
Lo  mormora Katharina. Ma spero che lei sappia
come si vince anche a questo gioco.
Lo so, lo so risponde Umberto. Poi aggiunge:
Purtroppo.... ed  come se parlasse con se stesso.

Non appena Max ha chiamato, Franz e Kurt sono usciti
dalla casa di quest'ultimo. Sono scesi verso Pinzn.
Hermann  appostato in vista della Gasthaus, in un
avvallamento. Ti ho mostrato dove dice Kurt.
Non ti preoccupare risponde l'altro, armando senza
fretta una Colt calibro .45, di quelle in dotazione
all'esercito americano.
Aspetto il tuo segnale sussurra Kurt.
Non puoi sbagliare, questa fa pi casino di un
cannone.
Il padre di Max si avvia e allunga il passo sulla discesa
che porta alla Gasthaus. Per qualche secondo sar sotto
tiro. Scommette sull'effetto sorpresa, sulla sua buona
stella, sulla rapidit del suo vecchio amico Franz. E poi,
ogni tanto, Dio dovr ben scegliere tra i suoi e gli altri.

Hermann sobbalza alla vista di Kurt. Esita una frazione
di secondo. Sente odore di trappola ma a questo punto
c' davvero troppa gente, nel quadro. Potrebbe uccidere
prima Peter e poi Kurt, ma non riuscirebbe a fuggire.
Forse meglio prendere Peter come ostaggio per coprirsi
la fuga?  un attimo di perplessit, ed  fatale. Non sente
arrivare il pericolo. Solo un colpo violento alla nuca e
poi un piede che scende a bloccare il suo unico braccio.
Hermann, finisce qui.
Dalla posizione in cui  caduto, ha appena il tempo
di intravvedere il viso di Franz e di sentire sulla tempia
il gelo di un'arma automatica.
Sei impazzito? Che cosa fai?
Le pulizie risponde Franz. E ancora non basta.
La pallottola entra dalla tempia sinistra ed esce
dall'altra parte, portando via met del cranio. Franz si 
protetto il viso con la mano, ma la sua giacca di cuoio 
coperta di schizzi.
Si rialza e vede sua figlia Klara precipitarsi fuori dalla
Gastahus e verso Peter, strappargli di mano la P38,
abbracciarlo. Sorride con un pizzico di fierezza, sfilandosi
la giacca.
Ti  bastato, come segnale? domanda Franz a Kurt
mentre varca l'ingresso della Gasthaus. Per fare casino
non c' nessuno come gli americani.
Peter si  accasciato su una sedia, attonito. Klara si
china su di lui.
Mi dispiace, Peter... Sono stata io. Ho detto tutto a
mio padre. Non era una buona idea, tesoro, uccidere un
poliziotto non lo  mai. Non si  detta contraria ad uccidere
in generale, osserva Franz. E come potrebbe, d'altra
parte? Si guarda le mani, guarda la P38 ancora in mano
alla figlia, e pensa che quella pistola, prima o poi, sparer.
Max si avvicina, appoggia una mano sulla spalla
dell'amico.
Ha ragione Klara dice. Quello che andava eliminato
non era il male relativo accenna con disinvoltura
a Umberto ma il male assoluto. Ed Hermann ne era intriso.
Da troppi anni.
Peter pensa all'uomo senza un braccio che lo faceva
giocare nel cortile della Gasthaus, mentre sua madre era
occupata in cucina. Che gli ha insegnato ad andare in
bicicletta, poi in moto. Che nel suo modo storto, manchevole,
sbagliato gli ha fatto da padre. Guarda Max e
Kurt, Klara e Franz. Cosa possono saperne, loro, cosa
possono capire? Si sente lontanissimo dai suoi amici, da
tutti loro.
Peter, stai bene?  la voce di sua madre,
preoccupata.
Sto bene, certo. Li guarda uno per uno, sui loro volti
legge sollievo, soddisfazione, trionfo. Solo negli occhi
neri di Umberto non legge nulla. L'uomo che fino a pochi
minuti fa voleva uccidere forse  l'unico che lo capisca.
 stato per il meglio aggiunge, convinto. Ma ora, Klara,
vorrei che tornassimo a Bolzano, ti va? A casa nostra.
Ma tornerai, vero? chiede ansiosa Katharina. L'ultima
volta che suo figlio  uscito da quella porta non lo
ha rivisto per anni.
Io rispunto sempre, mamma. Come l'erbaccia.
Peter la abbraccia e il sorriso scanzonato del suo bambino
la rassicura. Vado a prendere le nostre cose, Klara,
le porto gi io.
Grazie, ti aspetto!  fiera di lui. Mentre gli toglieva
la pistola, per un momento gli ha visto sul volto
un'espressione pericolosa, da persona braccata. Max,
vieni anche tu?
No. Io vado a casa. Max guarda suo padre. Vieni
con me o ti fermi a bere con l'amico americano, qua?
accenna con il capo a Franz.
Vengo con te, ragazzo. Tanto questo tizio non regge
l'alcol aggiunge provocando un'esclamazione di protesta
da parte di Franz.
Mentre escono, Max passa accanto a Umberto, lo
guarda con aria di sfida.
E quella foto? chiede. Sente Kurt irrigidirsi.
Ce l'ho in tasca lo provoca il poliziotto. Posso
dartela anche subito. L'immagine completa  compromettente,
per un convinto anti-italiano: l'uomo senza
volto era il fascista Ettore Tolomei. Kurt ha fatto affari
proprio con tutti, compreso il diavolo.
Max ci pensa, poi scuote la testa.
La bruci decide imperioso. Tutti abbiamo un passato,
e a nessuno interessa.
Dalla finestra della sua stanza, Peter guarda Max e
Kurt allontanarsi sulla via per Montan. Uno pi esile,
con i capelli pi lunghi, l'altro pi massiccio e stempiato,
ma cos simili. Nel passo deciso, nella postura altera:
camminano come chi ha sempre posseduto la terra che
calpesta. Si chiede chi finir per sposare, Max, quanti
figli avr. Cosa racconter loro.
Continua ad infilare nello zaino vestiti e oggetti. Camicia
di flanella, i pantaloni di ricambio, una giacca impermeabile,
le mappe. Il pepe, per disorientare i cani.
Chiude la sacca e scavalca agile la finestra, scende aggrappandosi
alla grondaia. Dalla Stube gli arrivano voci,
echi di risate, anche quella di sua madre. Quella di
Klara. Potrebbe entrare, pensa. In fondo lui  il figliol
prodigo, no?
Ma si allontana rapido, tenendosi lontano dal raggio
di visuale delle finestre. Katharina pianger, Klara sar
sorpresa, ma per un tempo breve. E Umberto? Umberto,
forse, lo verr a cercare.
Si ferma solo per inginocchiarsi accanto a ci che resta
di Hermann. Vorrebbe potergli chiudere gli occhi.
Raccoglie il Mauser, e lo infila nello zaino.
E scompare verso la montagna senza fare rumore tra
gli alberi che si infittiscono.
...
37. Una strage nel buio.

Mica vorrai andarci da sola? Ti accompagno io! esclama
mia sorella Friederike, detta Micki. Si sta offrendo
volontaria per la spedizione sui luoghi della strage di Cima
Vallona, 25 giugno 1967. Non  un'escursione semplice:
non tanto per le asperit del cammino, quanto per
il carico di memoria e di dolore che quei luoghi si portano
dentro. San Nicol di Comelico, Santo Stefano di
Cadore, le splendide cime che poco pi in l segnano il
confine con l'Austria: terra di passaggio, di sangue, di
traumi.
Ho sempre pensato: dovrei proprio andarci spiega
Micki con disinvoltura. Mi interessano, queste memorie.
La capisco: lei vive in Sudtirlo, dove la storia degli
anni Sessanta  ancora viva e presente. Ma la sua  anche
solidariet: d sempre il massimo appoggio a queste
mie imprese.
Ci fermiamo a Innichen dai nostri cari amici Germana
e Hans, che tra un impegno e l'altro della loro fiorente
attivit di ospitalit turistica, la eco-casa Schmieder,
trovano il tempo di equipaggiarci con una cartina dettagliata
dei sentieri che si intrecciano sul confine. Entrambi
in pensione, sono appassionati studiosi di storia, oltre
che infaticabili camminatori.
Non potete capire se non vedete i posti dice Hans
quasi con foga. Le strade che le persone hanno percorso,
lo spirito del luogo.
C' qualcosa di cos triste, da quelle parti. Come
le cicatrici di ogni battaglia mai combattuta aggiunge
Germana, rammaricandosi di non poterci
accompagnare.
Mentre saliamo fino a Passo Monte Croce e poi scendiamo
lungo i tornanti della strada che sfila tra paesini
semideserti, l'atmosfera in auto non  certo quella di
una scampagnata. Micki, va detto, si sforza di vivacizzarla
guidando nello stile che ha imparato da nostro padre
Alfred: una guida sportiva, l'hanno sempre definita
loro due. Il termine  inadeguato: Micki, probabilmente,
in una vita precedente era il capo dei pompieri. Per
lei le curve sono un optional e ogni sorpasso da parte
di altri automobilisti un'offesa personale, per cui arriviamo
in un tempo piuttosto breve a Forcella Dignas.
Imbocchiamo una stradina che attraversa un idillio boschivo
da manuale. Costeggiamo un ruscello cristallino,
ammiriamo la vegetazione lussureggiante, gli alberi che
spuntano irriducibili anche dalle rocce. Storti, aggrappati,
caparbi: un inno all'inevitabilit della vita.
Ma il piccolo edificio di legno che  la nostra prima
tappa parla di quattro morti.
 la chiesetta di Cappella Tamai, costruita sul sito
di una vecchia cappelletta e consacrata nel 1970 per ricordare
le quattro vittime dell'attentato di Cima Vallona.
 uno spazio basso, discreto, con il tetto spiovente
fino a terra, incastonata nel cuore verde del bosco che
sale, dietro, fino a una cima nuda. Oggi questo panorama
 sovrastato da nuvole grigie, che corrono inquiete.
Parcheggiamo e ci avviciniamo a piedi. Di fianco alla
costruzione sventola la bandiera italiana, e prima di
entrare due cartelli avvertono il viaggiatore. Rispetta
questo luogo: per la sua sacralit se sei cristiano; per il
patrimonio di valori ideali che rappresenta, se sei italiano;
per dovere di educazione civile, come uomo recita
il primo. Il secondo  pi inclusivo: La conservazione
ed il rispetto di questo luogo sono affidati all'educazione
civica dei visitatori.
Sull'architrave della porta d'ingresso sono intagliati
finemente gli stemmi di dodici reggimenti di alpini.
Dentro, un semplice altare ed un crocefisso, due brevi file
di panche per raccogliersi in preghiera, e sulle pareti
laterali le lapidi di marmo che ricordano i quattro morti
di Cima Vallona e le vittime della Grande Guerra.
Mi fermo davanti a una croce di legno, appoggiata alla
parete di destra, accanto all'altare: due rami dritti,
legati insieme da un nodo di corteccia. Un oggetto di una
forza nuda e terribile, come la verit. Quella che sfugge,
nella storia che sto cercando di raccontare.
Secondo la ricostruzione ufficiale della tragedia di Cima
Vallona, una bomba esplode abbattendo un traliccio
all'alba del 25 giugno 1967, in una zona disabitata a poca
distanza dal confine con l'Austria. Siamo a circa 150
chilometri a est di Bolzano e non pi in Sudtirlo ma in
Veneto, nella provincia di Belluno.
Una prima pattuglia di militari viene inviata sul posto,
qualche ora dopo la notizia dell'attentato. Quando
si avvicinano alla struttura crollata, una mina nascosta
esplode, ferendo gravemente l'alpino Armando Piva.
Viene trasportato all'ospedale di Innichen ma muore la
sera stessa.
Nel pomeriggio, una seconda pattuglia arriva a bordo
di un elicottero a perlustrare tutta l'area. Di nuovo,
esplode una mina nascosta sul sentiero percorso dai militari:
tre paracadutisti rimangono uccisi sul colpo, sono
Francesco Gentile, Mario Di Lecce e Olivo Dordi. Un
quarto, Marcello Fagnani,  ferito in modo grave ma
sopravvivr.
Le autorit italiane accusano immediatamente i
nemici sudtirolesi e adombrano una complicit
dell'Austria. Il commando di dinamitardi sarebbe venuto
dal Paese confinante, e vi avrebbe poi trovato rifugio.
Roma considera questo attentato un atto di estrema
gravit, tanto da decidere di bloccare la candidatura
di Vienna all'ingresso nella Comunit europea. Occorreranno
due anni e l'approvazione del pacchetto di
misure per l'autonomia del Sudtirlo per far cadere il
veto italiano. Nel 1969, anche il BAS viene sciolto: non
ha pi alcuna ragion d'essere. Nel maggio 1970, per,
quattro dei suoi uomini pi noti, tutti austriaci, vengono
processati a Firenze e condannati in contumacia per
la strage di Cima Vallona: Norbert Brger, Peter Kienesberger
ed Erhard Hrtung all'ergastolo, Egon Kufner a
ventiquattro anni di carcere. L'Austria non mander a
processo Brger, ma gli altri tre, che saranno assolti per
mancanza di prove.
La memoria di questa tragedia  ancora ben viva.
Ogni anno una commemorazione in onore delle vittime
viene seguita con molta partecipazione, quella che
si tributa agli eroi caduti per la patria. Lo stesso testimoniano
le targhe a loro dedicate. Sono morti, lontano
da casa, per difendere i confini, l'unit della nazione e
l'autorit dello Stato.
Basta per percorrere qualche centinaio di metri, da
Cima Vallona verso est, e passare la frontiera, per sentire
un'altra storia. Allora le domande si insinuano nel
sistema delle certezze e si fa strada il dubbio. Uno storico
austriaco, Hubert Speckner, ha scritto un libro sulla
strage. Sostiene di aver avuto accesso ai dossier dei servizi
segreti militari austriaci, e che la loro versione  ben
diversa da quella degli italiani.
Sebbene Speckner non sia in grado di presentare
delle prove definitive e conclusive di una manipolazione
mirata dei fatti da parte italiana, la ricchezza delle
informazioni da lui raccolte  talmente schiacciante che,
nonostante le affermazioni contrarie di Roma,  possibile
presupporre una partecipazione italiana all'accaduto
leggiamo nella prefazione.  possibile? E in che forma?
Non ci si addentra con leggerezza in una storia cos
oscura, e per conoscere la verit occorrer attendere
l'apertura degli archivi ufficiali italiani, se mai avverr.
Di certo, la divergenza fra la versione italiana e quella
austriaca, evidente anche dal diverso esito dei due processi,
 l'incarnazione perfetta delle divisioni dell'epoca.
L'attentato di Cima Vallona segna comunque una rottura
nella logica della violenza in Sudtirlo: la fine di
un decennio in cui la provincia  stata il campo di una
battaglia feroce per il controllo del territorio. Lo Stato
ha imposto la sua autorit e la sua presenza, ha messo in
sicurezza la zona facendo leva sulla minaccia terroristica.
Gli Stati Uniti hanno piazzato le loro armi nucleari
nel Nord Italia, come altrove in Europa, senza che la
popolazione abbia avuto voce in capitolo e con l'appoggio
dei vari governi amici. I nostalgici della grandezza
germanica, gli ex soldati del Reich, i fautori del conflitto
permanente hanno approfittato delle paure, degli odi e
degli inganni. Hanno potuto superare la morte delle loro
ideologie nere e ricostituirsi in una rete internazionale,
sopravvivendo alla Storia.
Nel 1967, vent'anni dopo l'inizio della Guerra fredda,
la rivalit tra i due giganti che si dividono il mondo
ha cambiato aspetto. La prospettiva di una guerra si
 allontanata dall'Europa. Berlino, l'Austria neutrale, il
Brennero non sono pi i punti caldi di un conflitto incombente.
Il piano Dropshot  stato archiviato e non
uscir dai cassetti che molto pi tardi, un'eredit pesante
ed inutile. Gli eserciti sono occupati altrove.
Nello stesso anno, oltre mezzo milione di soldati
americani vengono spediti in Vietnam. Il conflitto
si  inasprito con l'arrivo alla presidenza di Lyndon B.
Johnson, convinto assertore della teoria del domino:
se il Vietnam cade in mano ai comunisti, altri Paesi di
quell'area saranno a rischio, compreso il Giappone. Il
texano, succeduto a John F. Kennedy assassinato a Dallas
nel novembre 1963, si  lasciato convincere dai falchi
del Pentagono, andando contro il parere dei propri
servizi segreti e dell'opinione pubblica, secondo cui la
guerra nel Sudest asiatico non poteva essere vinta. Non
senza radere al suolo intere nazioni.
A giugno 1967, s'infiamma il Medio Oriente. Israele
e i suoi vicini combattono la Guerra dei sei giorni, e sono
sei giorni che cambieranno i rapporti di forza internazionali.
Lo Stato ebraico sostenuto dall'America risulta
vincitore su tutti i fronti, prendendo il Sinai e fermandosi
al Canale di Suez. L'Egitto, il pi grande dei
Paesi arabi, alleato con Mosca,  in ginocchio.
Gli strateghi di Washington sono troppo occupati
a evitare una disfatta totale in Vietnam, o a frenare
l'espansione del conflitto mediorientale, per continuare
a pensare alle divisioni blindate sovietiche pronte a
violare il Brennero. E i personaggi che sono stati protagonisti
della tensione tra l'URSS e l'Occidente, alla luce
del sole o nelle ombre della Storia, stanno uscendo di
scena.
Allen Dulles, artefice delle manipolazioni pi complesse
del dopoguerra,  stato sollevato dall'incarico di
direttore della CIA da Kennedy nel 1961. Sebbene in
secondo piano, ha continuato a bramare e si  preso la
rivincita sul giovane presidente cattolico partecipando
all'inchiesta sul suo assassinio. Il 24 settembre 1964, la
commissione Warren conferma la teoria del colpevole
unico, Lee Harvey Oswald: Dulles ha fatto del proprio
meglio perch si giungesse a questa conclusione. Il rapporto
non accenna ad alcuna implicazione della CIA sotto
il suo comando e Dulles muore nel 1969, portandosi
nella tomba tutti i segreti.
Frank Wisner, creatore delle reti stay-behind europee
del dopoguerra si suicida nel 1965. James Jesus
Angleton, l'uomo che vedeva ovunque agenti sovietici,
continuer la sua carriera alla CIA fino al 1975, senza
mai sospettare di uno dei pi celebri doppiogiochisti
della storia dello spionaggio, l'inglese Kim Philby, fuggito
a Mosca da Beirut nel 1963.
 la fine di un'epoca.
In Italia, nell'aprile del 1967 Giovanni De Lorenzo
viene sollevato dal suo ruolo di capo di Stato maggiore
dell'esercito.  accusato di aver spiato i politici italiani
quando era a capo del SIFAR. Una commissione d'inchiesta,
pi tardi, lo accuser di aver organizzato il Piano
Solo, il famoso colpo di Stato fallito dell'estate 1964.
Questi protagonisti escono di scena, ma le dinamiche
che hanno innescato continuano a produrre effetti,
anche indesiderati. In Sudtirlo dopo i fuochi dell'estate
del 1961 e la militarizzazione della provincia, la violenza
ha perduto il suo obiettivo. La missione anticomunista
 compiuta. Ma nessuno sa governare la fine della partita
e, nell'uno e nell'altro campo, i fanti del terrorismo e
gli spadaccini al servizio dello Stato sono rimasti privi di
ordini. Continuando per a fare il lavoro per cui erano
stati reclutati.
La strage di Cima Vallona, per la sua violenza e il mistero
che l'avvolge, illustra perfettamente la verit delle
guerre segrete: segna la fine di anni drammatici per il
Sudtirlo, ma porta con s la terribile promessa di nuove
tragedie.
...
Conclusione. Siamo fatti di passioni.

Ne parlavamo tutti, delle bombe in Alto Adige. Certo,
anche noi giovani.
Il professor Massimo Cacciari, che incontro in un appartamento
nella zona dei Navigli, nell'estate milanese,
oggi  un filosofo, un intellettuale di fama internazionale,
un autore di saggi bestseller, ma allora era solo un
ragazzo.  nato nel 1944 ed era un liceale all'epoca della
Notte dei Fuochi, un universitario quando i fuochi sembrarono
spegnersi, alla fine degli anni Sessanta. Lui e i
suoi compagni, giovani veneti colti, con una forte identit
politica di sinistra, non riuscivano proprio a capire i
coetanei sudtirolesi.
Nelle nostre prime visite, ci stupiva vederci trattati,
"da italiani": s e no ci rivolgevano la parola, in alberghi
e ristoranti. Non ci offendeva, ma era strano. E ancora
pi strane parevano le ragioni delle bombe. Lotte
di questa intensit, condotte per motivi nazionalistici,
ci sembravano incredibili residui dell'Ottocento. Dopo,
negli anni Settanta, ci saremmo abituati anche a questo
ma allora la violenza politica era qualcosa che si incontrava
solo sui libri, e anche l in forme ben dlverse: spari
contro il re, gesti anarchici. Ora invece le stesse scene
si erano trasferite nella realt.
Quelli sudtirolesi erano tra i primi attentati contro
gli Stati-nazione in Europa, di sicuro i primi nell'Italia
repubblicana: Avevano i caratteri propri della violenza
risorgimentale, un parallelo che tuttavia non ci aiutava,
perch l'epoca risorgimentale era finita, lontanissima.
La mia generazione si era formata in un contesto da cui
l'idea di patria era scomparsa, sembrava impossibile che
qualcuno in suo nome compisse gesti simili. Si potevano
concepire bombe ed armi per conquistare il Palazzo d'Inverno.
Ma per la patria, come Mazzini?.
Negli ambienti di destra, la reazione di rabbia contro
i dinamitardi anti-italiani era forte. Da sinistra, si udiva
perlopi un assordante silenzio. Non ci interessava che
il Sudtirlo potesse diventare austriaco, o russo, o altro.
Ricordo bene i dibattiti, era il tempo in cui cominciavo a
frequentare il Partito comunista: ma non ho memoria di
una sola discussione sull'argomento commenta deciso
Cacciari. L'unica occasione in cui ne sentii parlare fu
proprio negli anni in cui mi trovavo a Bolzano. Mi ero
da poco tesserato al PCI e mi venne chiesto di tenere un
intervento alla sezione locale. Me ne andai stravolto: nel
pieno dell'autunno caldo parlavano di questioni fuori
dal tempo.
Il professor Cacciari  vissuto a Bolzano per due anni,
1969-1970. Era stata istituita, nel capoluogo
sudtirolese, una sede decentrata della facolt di Architettura
dell'Universit di Venezia, che sarebbe stata chiusa
pochi anni dopo. Era frequentata da quella che potremmo
definire una lite intellettuale: C'erano moltissimi
sudtirolesi, giovani come noi, che la pensavano esattamente
come noi: tutto questo passer. Il flusso inevitabile
degli eventi, secondo loro, andava in tutt'altra direzione.
Dei fenomeni nazionalistici, allora, davamo letture
marxiane: erano destinati a scomparire di fronte
all'internazionalismo del Capitale, che portava in s la
rivoluzione operaia, comunista mi spiega il professore.
Il resto era pura reazione di gente che non apparteneva
al nostro mondo, al nostro tempo, e che sarebbe stata
travolta dall'inevitabile destino globale. Una filosofia
della storia chiara, che non prevedeva eccezioni n
deviazioni.
Certo, non potevano negare che esistessero vari focolai
di ribellione, dove il Capitale veniva sfidato da movimenti
ben radicati nel sentimento nazionale. Ma questo,
secondo i fautori del materialismo storico, non cambiava
la situazione: Dal Vietnam alla Bolivia, da Fidel a
Ho Chi Minh, quei fenomeni contavano solo perch indebolivano
il monopolio internazionale del capitalismo
americano ricorda Cacciari. Il movimento sudtirolese
non aveva nemmeno questa funzione antiamericana.
Neanche i vertici del PCI capirono il senso profondo
degli eventi che incendiavano il confine. Cacciari concorda
che fu un peccato. Non tanto perch si perse l'occasione
di creare in Sudtirlo una sinistra forte e radicata.
Ma perch si sottovalut la questione dei confini,
non solo politica, ma filosofica e ideale. Una miopia storica
dalle conseguenze gravissime.
I confini che concepivamo noi erano di classe,
culturali e ideologici elenca. Quelli geografici li consideravano
irrilevanti. Certo, c'era la Cortina di ferro, ma era
ancora presto persino per una posizione pro-sovietica,
oppure pro-atlantica, che la vedesse come qualcosa di
irrimediabile o di necessario. Le parole d'ordine degli
anni Sessanta, ricorda, erano la liberazione, politica e
sessuale, e la trasgressione, di qualunque frontiera.
Infatti, giovani intellettuali come lui assumevano
una posizione di scetticismo, se non di rottura, anche
nei confronti del Partito comunista. Il PCI manteneva
aperto il canale di comunicazione con l'URSS, la grande
patria che aveva sconfitto Hitler. Ma a chi aveva
vent'anni negli swinging Sixties non importava nulla di
una guerra finita oltre due decenni prima. Era fuori dal
loro orizzonte. Mio padre, come pure mio zio, l'aveva
fatta tutta: Albania, Grecia, ritirata di Russia. Non me ne
ha mai parlato, e se anche ci avesse provato, non l'avrei
ascoltato dichiara il professore. L'incomunicabilit,
allora, era la stessa di cui oggi accusiamo i ragazzi, incolpando
i cellulari, internet, i social. La trasmissione di
esperienze da una generazione all'altra  una leggenda.
 impossibile comunicare. Ogni generazione fa i propri
errori e le proprie conquiste.
Tuttavia Cacciari riconosce un'utilit al tentativo di ricostruire
la memoria. Proprio la vicenda che racconti
in questo libro  un esempio di quanto la nostra filosofia
della storia, attraverso la quale leggevamo il mondo, fosse
astratta e irreale dice. Il nostro dare il confine per superato,
o in via di superamento,  stato complice del formarsi
di una ideologia della globalizzazione che  alla base
anche dei disastri attuali. Non abbiamo voluto vedere
che ogni epoca  composta di tanti tempi, e che questa
molteplicit di tempi va in qualche modo riconosciuta,
rispettata e compresa. In sostanza, spiega, lui e i suoi
amici vedevano nei sudtirolesi e nella loro idea di patria
solo l'aspetto folkloristico, la cultura contadina, i gerani
alle finestre. Ma  proprio questo genere di fastidio a
portare all'ideologia della globalizzazione e del pensiero
unico. Il non voler capire qualcosa di impalpabile e cruciale:
il sentimento di s che anima un popolo. Non si
 saputo comprendere come il momento dell'identit sia
probabilmente un elemento connaturato alla mente, alla
psiche, alla struttura, al limite, ontologica. Con il senno
di poi,  stato un errore, non so se necessario. Perci oggi
 importante ricordare quel passaggio di tempo.
 importante anche perch nazionalismi, regionalismi,
localismi stanno rialzando la testa in tutta Europa.
In forme diverse ma con qualche disturbante analogia.
Secondo Cacciari questi rigurgiti vengono proprio
dall'errore filosofico originario.
L'Europa fu costruita proprio sulla base di quella
nostra filosofia della storia. Senza conoscere, senza riconoscere,
le profonde faglie identitarie, giuste o sbagliate
che fossero. Cos, sostiene, i Paesi dell'Est, per
esempio, vivono oggi il loro Risorgimento, nell'incomprensione
generale.  mancata l'intelligenza storica, si
 proceduto per astrazioni. Anch'io ne sono responsabile,
e ho cominciato a capirlo solo dopo la caduta del
Muro, vedendo come veniva celebrata: viva la democrazia
universale, viva Immanuel Kant. Allora vidi chiaramente
il pericolo. Su queste basi, il professor Cacciari
ha elaborato gi nel 1997, nel saggio L'arcipelago, una
teoria ancora attualissima: o si ripensa l'Europa come
un sistema di isole, distinte fra loro, dove sia garantita
la navigazione, oppure non si costruir nulla. In ogni
isola c' il suo tempo, non si pu ignorarlo. Non si pu
pretendere che un Paese esca da secoli di sottomissione
abbracciando di colpo il mondo: il suo tempo ora 
quello della costruzione della propria identit e va aiutato
a costruirla. Come insegnavano i grandi maestri di
filosofia politica, noi siamo fatti di passioni, e su queste
occorre fare leva per muoversi in una certa direzione. Se
pensi invece che le passioni siano il male, allora ti
sommergeranno.
Ma come disinnescare il nazionalismo? Il pericolo
che io vedo non  tanto nelle rivendicazioni nazionaliste
sovraniste in quanto tali, ma nel fatto che manca del
tutto, in Europa, una leadership politica e culturale che
sappia riconoscere queste spinte, anche reazionarie, e
metabolizzarle. In democrazia non si deve sopprimere
coloro che non si adattano al progetto, ma elaborarne le
tendenze finch non si riconoscono anche nel progetto.
Se oggi diversi Paesi stentano a riconoscersi nel progetto
europeo,  colpa del modo in cui sono stati gestiti
il loro ingresso e la loro integrazione. Serviva una
grande strategia, ma  mancata la leadership politica.
Sembrava, con Angela Merkel, che si andasse definendo,
finch non  riemersa la vera tragedia dell'Europa:
la spaccatura Monaco-Berlino. La faglia tra la Mitteleuropa
cattolica, austriaca bavarese e quella prussiana.
Se vince Monaco  la fine. Secondo Cacciari, la fine
dell'Europa.
In questo quadro, ritiene che l'Italia costituisca una
tragedia nella tragedia. Gli chiedo se veda il rischio di
un ritorno del terrorismo e annuisce, con riserva.
Potrebbe darsi, se ci fosse una catastrofe. Se veramente
l'euro collassa, se dovessimo precipitare in una crisi economica
ancora pi grave, allora ci sarebbero problemi
di ordine sociale.
Un sintomo della confusione identitaria in cui  caduto
il continente  senz'altro l'improbabile alleanza tra
l'Italia e i nazionalismi dell'Est. La creazione geniale
della classe al potere oggi  l'internazionale nazionalista:
una contraddizione in termini, nientemeno riassume il
professore. Un'idea che mostra una totale mancanza di
cultura, preoccupante. Perch la cosa pi pericolosa, in
politica come nella vita, non  il ladro, non  il bandito. 
l'idiota.
L'anno in cui Massimo Cacciari  arrivato a Bolzano, il
1969,  anche l'anno in cui la violenza politica sembra
allontanarsi dal Sudtirlo. Riemerger, nei due decenni
successivi, in forme completamente diverse e con altri
protagonisti.
Nel 1988 verr istituita una Commissione d'inchiesta
parlamentare sul terrorismo in Italia e sulle cause
della mancata individuazione dei responsabili delle stragi
che chiuder i lavori nel 1992. Non  un caso che la
curiosit si risvegli proprio in quel momento, a trent'anni
dai fatti: la Guerra fredda  finita, il 9 novembre 1989
cadr il Muro di Berlino. La relazione conclusiva della
Commissione  un vero dedalo di argomenti centrali
per la storia del nostro Paese: il caso Moro, Ustica,
Gladio. E gli episodi di violenza degli anni Sessanta in
Alto Adige vi vengono distinti in fasi ben precise, dal
terrorismo autoctono della fine degli anni Cinquanta,
a quello di impronta neonazista del 1962-1963, al
triennio 1964-1967 in cui si collocano gli episodi e gli
interrogativi pi gravi riguardanti il ruolo dei corpi militari
e di sicurezza dello Stato italiano.
Un tragitto di pochi chilometri attraverso il centro di
Milano mi conduce dalla casa sui Navigli a piazza Fontana.
Qui il 12 dicembre 1969 una bomba esplode alla
sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura, provocando
diciassette morti e quasi cento feriti. Cominciano gli
Anni di Piombo, l'Italia sta per sperimentare un terrorismo
ben pi efferato di quello sudtirolese.
Nel mio lavoro di giornalista, mi sono confrontata
spesso scenari di disordine, violenza, terrorismo: dal crollo
del Muro di Berlino, con la dissoluzione dell'URSS, alla
guerra nella ex Jugoslavia; dagli attentati di New York
ai conflitti mediorientali. La violenza e la sua manipolazione
da parte di apparati deviati dello Stato, di organizzazioni
clandestine o di gruppi d'interesse  una costante
della tensione che accompagna il cammino della Storia
anche recente.
Il Sudtirlo  servito come laboratorio per diversi episodi
del confronto-scontro tra il potere e le libert individuali.
Fascismo, nazismo, terrorismo. Da cento anni,
dalla firma del Trattato di Saint-Germain-en-Laye nel
1919, questa terra di confine  stata scelta come terreno
per battaglie che andavano molto al di l degli interessi
e della comprensione dei suoi abitanti. Ma ha anche
saputo trasformarsi, con il tempo e grazie alla determinazione
di molte persone di buona volont, in un laboratorio
di convivenza civile tra etnie e culture diverse, di
successo economico e di equilibrio politico. Il Sudtirlo,
martoriato dalla guerra, in tempo di pace  diventato
un esempio di successo nel cuore dell'Europa.
Come mi ha ricordato il professor Cacciari, le conquiste
di questi anni oggi sono in pericolo. Il mondo 
preda dei capricci di governanti come Donald Trump
e Vladimir Putin. Fino a farci temere che sia a rischio
l'idea stessa di democrazia basata sul consenso, su cui
si fonda l'Europa. Le tentazioni sovraniste, xenofobe,
liberticide si moltiplicano e sembra che anche in Sudtirlo
si riaffaccino vecchi demoni. Il governo di Vienna,
con la sua forte componente di estrema destra, ha offerto
agli abitanti germanofoni della provincia la cittadinanza
austriaca, da aggiungere a quella italiana. In questo
momento, una provocazione non necessaria.
Mi guardo attorno in piazza Fontana, nucleo indaffarato
di una citt orgogliosamente europea. Il vuoto lasciato
dall'edificio devastato dall'esplosione si sente ancora.
Qui, nel 1969, comincia un'altra storia.
...
.
...
FINE.
...
.
...
Le parole di questo libro.
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Termini specifici e sigle.
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BAS (Befreiungsausschuss Sdtirl): organizzazione separatista
fondata da Sepp Kerschbaumer a met degli anni Cinquanta
per combattere per l'autodeterminazione del Sudtirlo. Attiva
fino al 1969, persegu i suoi scopi con attentati e azioni violente
sul territorio. Ne fecero parte tra gli altri Georg Klotz, Luis
Amplatz, Siegfried Steger, Sepp Mitterhofer, Norbert Brger.
.
Bassa Atesina: in tedesco Bozner Unterland o Sdtirler Unterland,
 un territorio dell'Alto Adige che comprende la
zona tra Branzoll e Salurn.  attraversata dal fiume Adige,
dall'autostrada e dalla ferrovia del Brennero.
.
Bergisel-Bund: organizzazione per i diritti dei sudtirolesi fondata
ad Innsbruck nel 1954. Alcuni suoi membri, fra cui il giornalista
Wolfgang Pfaundler, saranno tra i fondatori del BAS.
.
Deutschtum: traducibile con carattere tedesco, germanesimo
o germanicit,  una parola connotata da un forte
senso di appartenenza alla nazione tedesca. Verr strumentalizzato
dal nazismo in senso nazionalistico.

Dirndl: vestito femminile tipico del Sudtirlo come dell'Austria
e dell'arco alpino in generale, composto da un abito con corpetto
scollato e gonna lunga, un grembiule ed una camicetta
bianca. Quando i colori del Dirndl definiscono con precisione
la zona di appartenenza di chi lo indossa si parla di
Tracht, la forma pi tradizionale di questo tipo di abito.
.
Dropshot: Il piano Dropshot era il nome in codice creato nel
1949 dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d'America
per un conflitto convenzionale e nucleare contro l'Unione
Sovietica e i suoi alleati. Il piano era stato creato come
attacco preventivo contro l'invasione da parte sovietica
dell'Europa occidentale, che si prevedeva per il 1957.
Dropshot fu preparato agli inizi della Guerra fredda e declassificato
nel 1977. Al tempo in cui l'operazione fu concepita
l'arsenale nucleare USA era limitato, locato interamente negli
Stati Uniti e dipendente dai bombardieri per l'azione di
guerra, infatti, non erano ancora operativi i missili balistici
intercontinentali (ICBM, Intercontinental Ballistic Missile).
Il piano prevedeva missioni di bombardamento con lo sgancio
di trecento bombe nucleari su duecento obiettivi in cento
citt per distruggere l'85 per cento circa del potenziale
industriale e la distruzione della forza aerea sovietica.
.
Heimat: si pu tradurre a grandi linee patria, ma in realt
questa parola non ha un corrispettivo preciso in lingua italiana.
Ha una spiccata connotazione affettiva che richiama il
territorio dell'infanzia, della famiglia, degli affetti e della lingua
d'origine. Il concetto di Heimat affonda le proprie radici
nella questione identitaria del popolo tedesco fin dall'Ottocento,
quando la nascente industrializzazione costrinse i
contadini a trasferirsi nelle citt, allontanandosi dalle proprie
comunit d'origine.

Katakombenschulen: letteralmente scuole delle catacombe,
furono l'unica opportunit per i bambini del Sudtirlo
di imparare il tedesco durante le repressioni fasciste.
Erano scuole clandestine, che operarono con l'incubo delle
perquisizioni e di pene severe per gli insegnanti. A soffrire
per le persecuzioni fasciste della popolazione germanofona
all'epoca delle Katakombenschulen, dal 1923 al 1939, fu soprattutto
la Bassa Atesina.

Leica: nella tecnica fotografica, nome del primo apparecchio
di formato 35 mm (ideato da Oskar Barnack), cio utilizzante
la normale pellicola cinemafotografica. La fotocamera
prodotta dalla societ tedesca Leitz di Wetzlar, con il suo
grande successo determin una svolta nella storia della
fotografia.

Maso:  un'abitazione rurale tipica del Trentino-Alto Adige,
che comprende anche una stalla e un fienile. Per maso chiuso
si intende invece l'antica consuetudine di non dividere la
propriet tra gli eredi, ma di assegnarla al primogenito maschio
allo scopo di non frazionare nel tempo i possedimenti
di famiglia.  un istituto legale proprio del Tirlo ed  stato
per secoli fortemente penalizzante nei confronti delle donne,
fino al 2001, quando una legge ha sancito l'uguaglianza
tra eredi maschi e femmine.

OAS (Organisation de l'Arme Secrte): struttura politico-militare
armata, creata dai francesi d'Algeria nel 1961, per resistere
alle politiche del governo di Parigi che intendeva porre
fine alla presenza coloniale francese, scopo che persegu anche
con atti terroristici.

Operationszone Alpenvorland (Zona di operazione Prealpi):
costituita con il decreto del Fhrer del 10 settembre 1943,
accorpava le province di Bolzano, Trento e Belluno occupate
dai tedeschi dopo la firma dell'armistizio con gli Alleati da
parte dell'Italia, l'8 settembre 1943. Il comando del nuovo
territorio fu affidato al commissario supremo e Gauleiter del
Tirlo-Vorarlberg Franz Hofer. Nelle intenzioni dei nazisti,
la creazione di questa Zona rappresentava una misura temporanea
in attesa di annettere la regione al Reich una volta
conclusasi vittoriosamente la guerra.

Opzioni: secondo Hitler e Mussolini sarebbero state la soluzione
al problema sudtirolese. Nell'ottobre del 1939 concordarono
che ai sudtirolesi di lingua tedesca e ai ladini dovesse esser
data un'opzione: potevano lasciare la patria dove avevano
vissuto per circa milletrecento anni e reinsediarsi nel Reich
oppure rimanere nella loro terra d'origine senza poter sperare
in alcuna tutela per le proprie minoranze. La popolazione
si divise tra Optanten, chi scelse di partire, e Dableiber,
chi decise di restare. Pi dell'80 per cento del gruppo, circa
200000 persone, opt per lasciare il Paese, ma a causa
dell'andamento della Seconda guerra mondiale solo 75000
emigrarono e molti di loro fecero ritorno clandestinamente.

OSS (Office of Strategie Services): servizi informativi degli
Stati Uniti in Europa durante la Seconda guerra mondiale.
Creata nel 1942 per raccogliere ed analizzare le informazioni
nelle aree del mondo dove le forze militari statunitensi erano
operanti. Inoltre era compito dell'OSS coordinare tutte
le azioni di spionaggio dietro le linee nemiche. Fu sciolta nel
1945 e molte delle sue funzioni furono assunte in sguito
dalla Central Intelligence Agency (CIA).

Standschtzen: detti anche bersaglieri tirolesi, tra il XVI e il
XX secolo sono stati un corpo paramilitare volontario formato
da cittadini tirolesi e preposto alla difesa della regione. In
continuit con la tradizione, esistono ancora e sono ben presenti
sul territorio. Promuovono e tutelano gli usi e costumi
locali e hanno funzioni di rappresentanza nel corso di eventi
e manifestazioni.

Stille Hilfe fr Sdtirl: organizzazione fondata in Germania
nel 1963, che fino al 2003 si occup di fornire sostegno economico
ai sudtirolesi.

Stube:  una stanza tipica delle abitazioni rurali delle zone alpine
del Trentino-Alto Adige e della Valtellina, diffusa anche
in Austria e Germania.  completamente rivestita in legno
e accoglie tradizionalmente la stufa di casa, da cui prende il
nome.

Sdtirler Volkspartei (SVP):  un partito etnico e di raccolta,
nella prassi politica di ispirazione cristiano-sociale, che fino
a pochi anni fa rappresentava pi dell'80 per cento della popolazione
di lingua tedesca e ladina del Sudtirlo. Fondato
nel maggio del 1945, rivendic l'esercizio del diritto
all'autodeterminazione, e in una seconda fase l'autonomia, per il
Sudtirlo. Fino al 1964 era l'unico partito di lingua tedesca a
livello provinciale e regionale. Sin dalle prime elezioni regionali
del 1948 esprime il presidente della provincia autonoma
di Bolzano. Per la prima volta nella sua lunga storia, con le
elezioni provinciali del 2013 ha perso la maggioranza assoluta
di seggi nel consiglio provinciale, ma nonostante ci rimane
il partito dominante in Sudtirlo.  l'unico partito della
minoranza tedesca rappresentato da sempre al Parlamento
italiano ed europeo.

Welscher: nei Paesi di lingua tedesca designa il cittadino di nazionalit
e lingua italiana, e dopo il fascismo ha assunto valore
spregiativo. Welschtirl si usa semplicemente per definire
il Tirlo italiano, cio il Trentino.

Toponimi.

I toponimi in Sudtirlo/Alto Adige sono sempre bilingui e questo
pu creare qualche confusione. Ho scelto di rendere in italiano
i pi noti mantenendo in tedesco quelli pi locali, per continuit
con i volumi precedenti di questa serie. Fanno eccezione
alcuni luoghi di attentati o stragi che ho mantenuto nell'italiano
in cui sono citati nei documenti ufficiali. Le persone che ho intervistato,
come pure i personaggi della fiction, chiamano i luoghi
nella lingua di appartenenza. Di sguito, per chiarezza, un
elenco dei principali utilizzati.

Ahrntal/Valle Aurina.
Auer/Ora.
Bergisel/Monte Isel.
Bozen/Bolzano.
Branzoll/Bronzolo.
Brenner/Brennero (passo del - Comune).
Brixen/Bressanone.
Bruneck/Brunico.
Dolomiten/Dolomiti.
Eisack/Isarco (fiume).
Eisacktal/Val d'Isarco.
Eppan/Appiano.
Etsch/Adige (fiume).
Frangart/Frangarto.
Franzensfeste/Fortezza.
Glen/Gleno.
Innichen/San Candido.
Innsbruck (solo tedesco).
Kalterersee (lago di Caldaro).
Kardaun/Cardano.
Kurtatsch/Cortaccia.
Meran/Merano.
Montan/Montagna.
Neumarkt/Egna.
Nonsberg/Val di Non.
Obermais/Maia di Sopra.
Oberradein/Redagno di Sopra.
Passeiertal/Val Passiria
Passer/Passirio (fiume).
Pinzn/Pinzano.
Pustertal/Val Pusteria.
Salurn/Salorno.
Sand in Taufers/Campo Tures.
Sdtirl/Sudtirlo.
Schlanders/Silandro.
Taisten/Tesido:
Talver/Talvera (torrente).
Tramin/Termeno.
beretsch-Unterland/Oltradige-Bassa Atesina.
Untermais/Maia di Sotto.
Vinschgau/Val Venosta.
Walten/Valtina.
...
Ringraziamenti.

Grazie a mio marito Jacques Charmelot, compagno di
esperienze e di ricerche, fonte di ispirazione narrativa,
curioso e colto indagatore della storia: il primo e pi
grande merito  come sempre il suo, perch ha profuso
in questo progetto tempo, pazienza, passione.
Grazie a mia madre Herlinde, a mia sorella Micki, ai
miei nipoti Greta e Matthaeus: in tutte le mie imprese
editoriali, ma a maggior ragione in quelle che hanno a
che fare con la nostra comune Heimat, il loro aiuto  indispensabile.
Grazie anche ai miei zi Hubert, Norbert
ed Heinrich Deutsch e a mia cugina Gerlinde Rizzolli per
l'affettuosa partecipazione e per i ricordi condivisi.
Grazie a Michela Gallio, indefettibile e paziente
editor e amica. Grazie alla squadra della casa editrice
Rizzoli che ancora una volta ha aderito a un progetto
impegnativo con entusiasmo e generosit.
Grazie allo storico Davide F. Jabs, che non si  risparmiato
nelle ricerche ed ha fornito una consulenza
preziosa, oltre a disegnare le cartine che arricchiscono
questo volume. A Francesco Caslo per le ricognizioni
tra documenti e luoghi. A Sara Grazioli e al suo team
per l'accurato lavoro redazionale.
Grazie allo storico Gnther Pallaver per la gentilezza
con cui ancora una volta mi ha messo a disposizione la
sua vasta competenza sulle materie di cui tratta questo
libro in una rilettura attenta e indispensabile. Grazie allo
storico Christoph Franceschini che ha aperto per me
il suo sterminato archivio e ha riletto con cura e generosit
il testo. Grazie a Germana Nitz e Hans Schmieder,
grandi conoscitori della storia locale e del territorio sul
confine con l'Austria.
Grazie alle molte persone che mi hanno fornito informazioni,
punti di vista, consigli: oltre naturalmente
ai protagonisti degli eventi di quel tempo, che compaiono
nelle interviste - tutti generosi del loro tempo e delle
loro testimonianze - anche a Roland Riz, Marco Boato,
Umberto Gandini e Martha Canestrini, al collega e
mntore Silvano Faggioni, agli amici Margot Tschll e
Franz Haas.
Grazie ai consulenti: per la parte militare Raffaele
D'Aniello, Niccol Tognarini e Stefano Sappino; per
la parte fotografica Ryuichi Watanabe e Sergio Casella;
per la storia dell'Italia dell'epoca Alessandro Romanello
e Matteo Albanese; per i motori Nazareno Pangallo
dell'associazione motociclistica L'esterbike.
Grazie alle persone che, negli archivi e nelle istituzioni,
hanno favorito il lavoro di ricerca. L'Ufficio Storico
del Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri:
Flavio Carbone, Raffaele Gesmundo, Marcello Di Fede,
Davide Fusco. L'Archivio del Museo Storico della Guardia
di Finanza, Gerardo Severino, Luigino Marinanza,
Anna Barone, Giancarlo Pavat. L'Archivio Centrale dello
Stato: Carlo Fiorentino, Eugenio Lo Sardo e Daniela
Loyola, Cristina Mosillo. L'Archivio Storico Diplomatico
del Ministero degli Affari Esteri: Paola Busonero e
Stefania Ruggeri. Il personale della biblioteca civica di
Bolzano Cesare Battisti e della biblioteca provinciale dr.
Friedrich Tessmann.
Grazie al Sudtirlo, la mia terra bella e tormentata
che ancora una volta mi ha fatta entrare nella sua storia.
Ricordare  faticoso, doloroso, ma indispensabile.
...
.
...
FINE.